LUCIO TUFANO

Un’antichissima leggenda, attraverso il varco dei secoli, racconta come Cerere celebrasse nelle nostre terre le sue nozze col Sole e come, con le spighe di grano, s’intrecciassero le sue corone: come la religione del grano sia stata fervidamente viva presso il popolo composto da coloni virgiliani e pastori teocritei, e come nel pane, nel latte e nelle pelli, si trovino sempre le sostanze e gli alimenti essenziali per l’esistenza. Si tramandarono i riti, trascorsero le tradizioni, le seminagioni si compiono con la stella propizia, le mietiture celebrate con l’auspicio del lare domestico. In ciò la pagana poetica dell’anima, la divinità del grano.

Ed il grano si spargeva sui passi degli sposi, si dava in elemosina per i defunti, si espandeva sulle soglie e gli usci delle case, così si propiziava il ritorno dei morti. Un piattello votivo di rame, si poneva sotto il cero più grande e di fiamma più larga accanto ai morti. «Dono di vita e di morte, auspicio agli sposi e viatico dei defunti, offerta regale a Dio, alla Vergine ed ai Santi, il grano è nella più profonda delle religioni, mistero della vita e della morte».

Ecco che il grano torna a significare, di steli gialli e di chiome fluenti, i sepolcri del Cristo, nella Chiesa del Giovedì Santo, ecco la fervida preghiera, il culto che avvince le folle nella settimana del pianto. Ecco racchiuso nel gusto religioso della popolare pastiera la santa Pasqua.

Erano i contadini d’occidente convinti che il miracolo della germinazione e della crescita del grano fosse opera di uno spirito, la “madre del grano”, prima ancora la “dea delle messi, Cerere”. La si immaginava assisa (seduta) nei campi, e che di giorno rapiva i bambini disobbedienti che andavano a calpestare il grano ancora non spigato. Durante la notte, invece, vestita con una tunica bianca, passava sopra le spighe e fertilizzava la terra. Alla mietitura, arretrava sempre di più d’innanzi alle falci dei contadini, trovando rifugio nell’ultimo covone, che veniva poi conservato per consentirle di sopravvivere nel lungo inverno. Talora il covone stesso veniva bruciato nel corso di allegre feste. S’intendeva così “uccidere” lo spirito del grano per consentirgli di risorgere ancora più rigoglioso. Antichissimi riti e credenze, secondo cui la morte consente il rinnovo della vita, che d’inverno sembra spegnersi definitivamente, e che rinasce invece, in primavera con nuovo vigore.