GLI ANTICHI PONTI IN MURATURA DI RIVELLO

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Cristina Florenzano, Antonio Filardi

A scavalco di estremi argini, ponti in pietra, antichissimi, affrontano da secoli le acque tormentate e resistono le rocce lisciate. Una di queste meravigliose strutture, il Ponte Grande, viene attribuita a Leonardo. Frutto di ardita creatività? È probabile. Ma la maschera che lo presenta, apre a misteriose scoperte. È il fiume Noce, nel tratto che attraversa Rivello, incassato all’interno di pareti a strapiombo e poi dilagante quasi in forma di fiumara, con una serie di risorgive collaterali ricchissime di flora e fauna tanto da guadagnarsi il titolo di SIC- Sito d’Interesse Comunitario.

Abstract:

  • LA RI-SCOPERTA DI RIVELLO

Ad una donna libera professionista, sposata e con una piccola bimba, dopo aver lavorato ovunque ci sia stata occasione, può capitare di decidere di stabilizzarsi per un periodo al paese natio per far godere della rete parentale la propria bambina. Un mondo di radici e cultura che spiegano nei primi anni di formazione del carattere della bambina “chi siamo” e da “dove veniamo”. Ecco che dopo 20 anni trascorsi con le valigie nel bagagliaio della macchina e un rapporto di coppia vissuto a distanza, ci si ritrova famiglia completa a Rivello, con l’obiettivo di dare radici, cultura, carattere e forza ad una nuova persona che sta crescendo.

In questi anni si rivive il borgo e ci si sofferma sul territorio con spirito di riscoperta e nuove prospettive. Ecco il fiume Noce, che da il nome alla valle: lo vedo dalle finestre della mia casa e tutte le sere ci addormentiamo con il suo scorrere perenne e tormentoso.

Figure 1: Location bridges

Mio padre mi raccontava che prima della costruzione del ponte Ostuni negli anni ’60 del secolo scorso, da bambino, per raggiungere il centro storico, attraversava i vecchi ponti. Ce ne erano tanti, alcuni sono sotto le finestre di casa e non si vedono perché la macchia mediterranea li ha totalmente coperti. Il “Ponte Grande” assume un fascino particolare per i racconti ad esso collegati: ultimo  quello della corsa  dei tedeschi che, in ritirata dopo lo sbarco degli americani in Sicilia, nascondono un tesoro nelle mura di questo ponte.

Figure 2: The Large Bridge of Rivello

Il ritorno in famiglia è un pullulare di racconti, alcuni dimenticati altri ravvivati, altri di nuova scoperta. Con gli amici del posto si parla dei ponti e decidiamo di andare a scoprirli tra la macchia che li ha totalmente inghiottiti. Il primo che decidiamo di andare a vedere è proprio il Ponte Grande. Ci si arriva attraverso un sentiero sterrato e accidentato ma dopo alcune centinaia di metri appare in una gola del fiume: vecchissimo, in pietra, caratteristico, perfettamente integrato nella roccia lisciata dall’acqua e nella natura. Non mi ero mai soffermata sulla genesi del ponte, forse è romano o forse è medievale. Il ponte presenta un arco leggermente a punta, tipico del periodo medievale ma a ben guardare i grandi blocchi squadrati messi a fondamenta sono più antichi. Probabilmente sorgeva sull’antico collegamento tra i traffici che collegavano la costa tirrenica con la nostra antica città di Sirinos, in epoca pre-romana. I Sirini, antico popolo lucano, avevano edificato la propria città alle falde del Sirino ma una grande area industriale dedicata alla produzione di laterizi era dall’altra parte del fiume, a Piani del Pignataro. Il ponte, forse è una via del sale, l’antica strada utilizzata dalle popolazioni indigene per scambiare il sale ricavato dalle saline di Velia con i prodotti dei territori interni della Lucania. La pietra collocata sulla porta della Chiesa di San Nicola ha inciso ITERUM VELIA RENOVATA RIVELLUM (UNA VOLTA VELIA RINNOVATA IN RIVELLO). D’altronde la Magna Grecia è stata a Rivello. Infatti, gli scavi archeologici di Serra Città, nel santuario di Colla dedicato a Mefitis, hanno riportato alla luce monete delle grandi città della Magna Grecia, della costa jonica (Thurii, Crotone, Taranto, Terina, Eraclea) e della costa tirrenica (Poseidonia, Velia, Neapoli, Laos, Brettii, Roma). Oppure è di epoca romana, in considerazioni dei blocchi del basamento,  ed  era  uno  dei  ponti  della  via Popilia. La toponomastica in questo caso non è di aiuto. I ponti più a valle infatti richiamano direttamente al passaggio dei monaci italo-greci, tra il VII e l’VIII secolo dopo Cristo nei loro toponomi: ponte Santi Quaranta, ponte di San Pietro, ecc.. Il ponte è stato il punto di passaggio e di incrocio di greci, saraceni e Longobardi.

Difficile ricostruire le fasi storiche che hanno visto la fine dell’antica città con il sorgere dell’attuale nuovo abitato. Sono secoli in cui il Mezzogiorno attraversa una difficile e tormentata fase congiunturale e rappresenta il nodo cruciale delle tensioni politiche europee. Continui sono i complotti tra regnanti, Chiesa e Principi longobardi tesi a destituire l’autorità bizantina.

Il ritorno stanziale a Rivello è una riscoperta. Mancavo da troppo tempo e per troppo tempo lo stile di vita condotto mi avevano costretto alla superficialità, a pensare che i luoghi e i fatti della storia interessano solo le grandi città. Eppure quei ponti e quelle vie, dimenticate da molti e inesistenti per altri, erano li da oltre 2000 anni, utilizzate fino a circa 80 anni fa.

 Dopo un anno organizzano un convegno sul tema della valorizzazione degli antichi ponti del fiume Noce. Io sono contenta ma non posso dirlo, sembrerei ai più “ambigua”. Partecipo all’evento con espressione di severa condanna per l’ignobile iniziativa. Tra i relatori uno attribuisce il Ponte Grande a Leonardo Da Vinci! Con grande stupore e curiosità decido di interpellare Enzo Siviero, conosciuto qualche anno prima a Bari nel corso di un convengo in cui io relazionavo sui diritti di cittadinanza paritaria tra Nord e Sud Italia. Siviero ne capisce di ponti, è tra più autorevoli ingegneri di ponti al mondo!

Mi scrive subito che il ponte è “interessante” e mi invita a farne un reportage. Scrivo al prof : Vieni a vedere un paese che non sai, dove parleremo di macroregione mediterranea e Mezzogiorno d’Italia. Ed ecco che ci ritroviamo a Rivello nell’agosto 2021 a visitare ponti antichi immaginandone il futuro. Solo allora mi ricordo della bellissima descrizione fatta da Bruno Lucrezi intitolata Viaggio a Rivello, elzeviro apparso ne Il Mattino del 7 giugno 1970. Impazzisco per trovarlo tra vecchie carte. Ve lo propongo di seguito.

  • VIAGGIO A RIVELLO

Vieni a vedere un paese che non sai, – mi fu detto. E andai per vederlo. Il treno andava veloce da Napoli a Sapri, dove saremmo scesi per proseguire in macchina verso l’interno della Lucania, rilevati da amici. L’ansia della scoperta apriva l’anima a sensazioni nuove. Era di marzo.

Nel finestrino, dopo Salerno, correvano montagne ferrigne, passavano paesi, diruti castelli, fusi dalle rocce da cui emergevano contro le nubi basse e lente. Larghi squarci di bianco cielo, bianchi e freddi, che s’illuminavano di dentro, come nei cieli di Gioacchino Toma. Mandorli in fiore correvano vicini, passavano antichi gli ulivi. E i monti giravano, scendevano; poi s’aprivano improvvisi a larghe, verdi marine. E il cielo schiariva. Si era a Sapri. Si ripartiva in macchina, risalendo e addentrandoci verso  l’interno. Il golfo di Policastro, lentamente, si allontanava sotto il nostro sguardo, si faceva via via più tondeggiante nella costa, più pallido nel mare: il senso di un’esatta armonia emergeva dal fondo della valle nel respiro misterioso della creazione. La macchina saliva e svoltava sempre più in alto: case agglomerate su costoni di roccia a riparo del vento, coi rossi tetti, tra foreste di salici dalle

 rosse foglie; e i tetti, di lontano, sembravano foglie anch’essi, cadute nel bosco. Dai declivi sassosi emergevano piccole capre nere, nere e magre, che ci guardavano coi lucidi, umidi occhi.

Si varcò, presso il greto di un fiume asciutto, il confine tra la Campania e la Lucania. La terra si faceva più dura e stenta, più rade le chiazze del verde; e la pietra bucava le zolle, bianca puntuta, come le ossa in un corpo magro. Poi gradatamente, si spianava allargandosi, si faceva meno aspra più dolce: fitti castagneti costeggiavano la strada. S’intravedeva Lagonegro. Gli alberi  infittivano,  si  penetrava  nel  bosco.  E  a  sua volta, d’un tratto, a un improvviso aprirsi di orizzonte, sotto di noi, lungo  disteso  sopra  un  alto  costone roccioso, con le grigie case e i rossi tetti, simili a un rosso drago dal dorso scaglioso, il lontano  paese sconosciuto, la rivelazione promessa: Rivello. Piantato sulla roccia, con le case che vi occupavano l’intera spianata, più alto alle due estremità, dove svettavano chiese e monasteri, digradante in due semicerchi nella parte anteriore, somigliava proprio a un drago, accucciato sulla valle, immobile e minaccioso, fissa la grande testa al lontano monte Sirino coperto di neve.

Verde tutt’intorno l’immensa distesa. La  visione fu breve. La macchina, ridiscesa ora a valle, aggirava la rupe, erta sopra di noi. A fondo serpeggiava un fiume. Si scendeva. Si tornava a salire lungo stretti tornanti. E il paese scompariva e riappariva in un gioco alterno, ma sempre più vicino. Finché non gli fummo sulle zampe; poi lungo gli agili fianchi; poi ancora più su, sulla schiena arcuata, sotto il poderoso collo. Si aveva la sensazione che da un momento all’altro l’ardua testa della fiera dovesse voltarsi con uno scatto a divorarci. Invece ci accolse mansueta; e ci rivelò, come le fummo in seno, tutta la dolcezza della sua natura.

Scendemmo in una piazzetta chiusa per tre lati da eleganti edifici, aperta sul quarto, a balcone, sulla villa sottostante verso il larghissimo orizzonte montano. L’aria si beveva asciutta e frizzante. I colori discreti, riposavano gli occhi. I rumori sommessi. E tutto si componeva, per chi veniva di lontano, in una quiete alta e serena, dove uomini nuovi, pareva, uomini antichi, andavano semplici e schietti in un mondo di fiaba.

Si sostava incantati. Poi si saliva e si girava, a visitare il paese, per rampe di scale  senza  il  cuore affannasse; si conversava con persone sconosciute, e già dopo un pò conosciute da sempre. E in loro e con loro si riscopriva un passato anche nostro, si ritrovava il senso concreto del tempo nella ritrovata dimensione dell’eternità.

Rivello è un incredibile paese. Alto su di una rupe al centro di una verde vallata cinta tutt’intorno da una bruna e folta chiostra di monti ancora più alti, si gode e si bea nella sua solitudine nascosta, in una purità d’aria serena. È uno di quei paesi dove la velocità non è ancora arrivata, e dove, con essa, non è arrivata la fretta, e con la fretta la superficialità, la banalità e la volgarità dei nostri tempi. Qua la tua stessa dimensione umana si fa diversa. Cerchi le cose ti trovi in esse; ti cerchi e ti ritrovi nelle cose. C’è un monastero su di un vasto spiazzale cinto di alberi in fiore e chiazzato di prati smeraldi con dentro animali di pietra: candidi caprioli che ti guardano innocenti di là dal fluire del tempo, e al centro un gigantesco albero di tiglio vetusto di oltre cinquecento anni, nero di fuori e cavo dentro, che sembra un rifugio di streghe, ma a primavera si riempie di fiori e di profumo, e ne colma la terra: è il Monastero di Sant’Antonio. Sotto il suo portico antichi affreschi raccontano storie antiche d’antichi francescani crocefissi. E c’è un Cristo con a fronte una Madonna negra, tra martiri e santi. E dentro l’arioso edificio ci sono strani castelli, alti castelli fatti con candele colorate, infiorati di fiori di seta, che le ragazze da marito portano in processione nella festa del santo, a giugno, propiziatrici di sognate venture. La chiesa n’è piena, una festa di colori. E nella sagrestia c’è un coro ligneo del Seicento, intagliato da fra’ Gerolamo da Stigliano, monaco della confraternita.

L’autore s’è ritratto nel primo riquadro della serie, nell’atto di scolpire, mentre di fronte un monacello gli porge il compasso, e dalla bocca del maestro escono queste parole: «Dammi il compasso» . Un fumetto del Seicento. Sconcertante paese! Nei pannelli si susseguono angeli e mostri, nobili e plebei, scene bibliche, vite dei Santi Padri; e c’è, nella vita dei campi, l’eterno effimero avvicendarsi delle opere e dei giorni dell’uomo. I costumi spagnoleschi rivelano l’attenzione dell’artigiano alla cronaca del suo tempo: ma la Morte armata di falce e di clessidra, o altocoronata, che egli insinua tra scena e scena e mescola talvolta, non riconosciuta, tra la gente che lavora, che ozia, che s’affanna, mostra l’alto suo senso dell’eterno. Nell’ultima scena consegna umilmente al suo Priore l’opera compiuta. Si avvertono un altro tempo e un’altra civiltà, quando gli artigiani di Rivello, ci riferiscono, gli orefici suoi, e i rami, i fabbricanti di orologi andavano famosi per il mondo, fino alla remota corte di Spagna. Ora quel tempo è passato. E nell’aereo chiostro del convento, sulla parete di una stanza adibita ad ufficio, entro un  affresco secentesco di grandi dimensioni, di fattura mirabile e di indubbio interesse storico-culturale, raffigurante l’Ultima cena, ai piedi del Cristo c’è una Maddalena dal volto affilato e triste, ch’è il volto più triste si sia mai veduti in una donna. Un’opera degna di studio, guastata purtroppo dall’usura del tempo e dall’ignoranza degli uomini, che la mano maestra di un artista come Giuseppe A. Leone, ci assicurano, saprà fare tornare all’antico splendore.

Questi monumenti e queste bellezze vi offre Rivello: ma la cosa più singolare e più bella è il paese nel suo complesso, con la sua singolare e armoniosa architettura sugli alti fianchi del monte, alta e slanciata; l’incrocio delle viuzze che salgono e scendono, che si inarcano, svoltano, che cadono precipiti per poi risalire e tornare a discendere, sempre librate nell’aria, aperta a scrosci di valli, di monti, di cieli. Fa pensare a Gubbio, ad Assisi. E dovunque è un lindore di aria sana, com’è sana la gente. A Rivello non c’è pretura, non ci sono cause, non ci sono avvocati (il Sindaco cortesissimo, che avvocato volle farsi, deve andarsene in altri paesi ad esercitare la sua professione). Perché le liti, qua, quando proprio non possono evitarsi, la gente se le compone da sé, senza ricorrere alla legge. A Rivello c’è silenzio, c’è pace. E ci sono i polli ruspanti negli orti. C’è nelle cantine il vino sincero. E nelle trattorie c’è il miglior salame del mondo. C’è un palazzo feudale con centinaia di stanze e rari tesori d’arte; un castello che non si può visitare, dicono, perché il «signore» non  lo consente. Forse è il signore del Gattoparto, chi sa?

Passiamo accanto alla  grande  costruzione serrata,  verso l’altra chiesa  del  paese:  verso la  coda del  drago! La raggiungiamo: è antica, è bella, è tutta disciolta nell’azzurro azzurrissimo del cielo; e guarda, giù nella chiostra interminata dei monti, alla valle profonda. Nei tempi preistorici, raccontano, quella valle era un lago. Ora ci sono boschi folti e lucide e fresche vene d’acqua che vanno tra il verde: il verde che sale fino alle cime dei monti, oltre i quali biancheggia di neve la cima più alta: il Sirino.

Tu guardi. E per imprimerti il sogno nell’anima, chiudi gli occhi. Quando poi li riapri, non c’è più.

Mi accorgo che nulla è cambiato. Rivello tra antichi ponti, boschi lussureggianti e opere d’arte è ancora più lontano dalla contemporaneità di quanto lo fosse allora. C’è silenzio, c’è pace. Rivello offre tutt’oggi al visitatore il senso di eterno che continua a ripetersi nel nome di mia figlia: Maria Velia Minerva.

  1. GLI ANTICHI PONTI IN MURATURA DI RIVELLO

Nel territorio del comune di Rivello, in provincia di Potenza nella regione Basilicata, sono presenti otto ponti in muratura realizzati in epoca medioevale a partire dal VII secolo. Dette strutture sono ubicate sugli antichi itinerari attraversanti la valle Del Noce e consentivano il collegamento Nord-Sud (l’antica Salerno-Reggio Calabria) e la trasversale Tirreno- Jonio per la valle del fiume Sinni. Con la realizzazione delle strade rotabili, del XIX secolo, i ponti sono serviti solo agli antichi tratturi che, con l’abbandono delle campagne, sono stati sempre più abbandonati e “dimenticati”. Tutti i ponti sono realizzati in muratura di pietra locale con malta di calce e lastre appena sbozzate. Sei di otto sono ad unico arco a tutto sesto attestato su piedritti direttamente nascenti dalla viva roccia di cui sono costituiti gli argini dei fossi attraversati, quindi privi di fondazione.

Il ponte “Grande” posto a valle del ponte Grande (anche questo in muratura del 1880) della ex SS. 104 Sapri-Jonio, è sicuramente il più antico, ha una sezione diversa dagli altri. In particolare si compone di un arco inferiore leggermente a sesto acuto ( stile Gotico) e di un arco superiore a tutto sesto. L’impalcato poggia su arcate minori rette da piedritti poggianti sui due archi principali (vedi disegno allegato). L’interno è accessibile con funzione di sola ispezione della struttura. Alla base dell’arco inferiore si evidenziano blocchi di travertino ben squadrati (sicuramente materiale non presente nella zona) probabilmente appartenenti ad una struttura di epoca precedente. Le strutture, nonostante attaccate dalla vegetazione, si presentano in buone condizioni.

Particolare è anche il ponte ubicato sempre sul fiume Noce, poco a valle della chiesa di Santa Maria del Popolo. Ha un arco a tutto sesto ed impalcato a schiena d’asino retto da archi di alleggerimento poggianti sull’arco principale.

Sul Noce esistono altri due ponti mentre altri quattro sono sugli affluenti nei pressi della confluenza.

Non tutti sono facilmente visitabili perché in luoghi di difficile accesso o nascosti (in due casi) dai ponti di recente costruzione realizzati sovrapposti a quelli antichi (e perciò si sono salvati).

Un nono ponte della stessa tipologia e fattura si trova in territorio di Lagonegro, non molto distante dal territorio di Rivello, lungo il sentiero che da Lagonegro porta al convento di Santa Maria degli Angeli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un nono ponte della stessa tipologia e fattura si trova in territorio di Lagonegro, non molto distante dal territorio di Rivello, lungo il sentiero che da Lagonegro porta al convento di Santa Maria degli Angeli.

 

 

 

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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