BY GIAMPIERO D’ECCLESIIS

 

Papà faceva il bracciante nei latifondi dei Doria in Lucania.

Non è mai uscito dal suo paese e quando salutava il massaro del latifondo si levava il cappello in segno di rispetto, Papà era contadino, di quelli che estate e inverno hanno lo stesso vestito e che la Domenica, alla Santa Messa, stanno nelle ultime file.

Si alzava tutte le mattine alle 5:00, perché c’era da mungere la capra, e poi andava a zappare; nei miei ricordi è tutt’uno con la zappa, quasi che quell’arnese di legno e ferro fosse un’escrescenza cresciuta nel suo pugno.

Aveva mani tozze Papà, mani callose, dure come il manico della zappa, e quelle poche volte che le ho provate, da ragazzo, facevano male per davvero. Era mite Papà, mai ribelle, mai iracondo, placido, secoli di selezione forzata avevano forgiato nella soggezione una popolazione in lavoratori mansueti.

Una selezione fatta con la fame, la fatica, la soggezione, tutti insieme a giocare ai domeneddio: regnanti, papi, preti, nobili, borghesi e poi intendenti, prefetti, amministratori, massari; una filiera costruita sulla soggezione che via via si era andata cristallizzando nei secoli, rendendo naturale un ordine delle cose imposto per ferocia e convenienza.

Papà tutto questo, Lui, non lo sapeva, usciva grato con la zappa ogni mattina e si spezzava la schiena, rinunciando al necessario pur di rispettare il patto col padrone e consegnargli il dovuto che a quel grasso porco, figlio di chissà quale troia del passato, neanche arrivava, poiché le briciole come quelle si fermavano al livello del massaro, al massimo dell’amministratore.

Eppure era bello il paese, dalla finestra lontano, oltre le piane della Puglia, la linea blu del mare, a marzo onde d’erba in tempesta, d’oro d’estate in attesa della falce. Le giornate a badare alle pecore su al monte, i pomeriggi sul fieno alla mietitura, il mosto dolce di novembre.

Partii che era maggio, mi guardò andare come fossi un alieno, incapace di concepire una vita diversa dalla sua, incatenata al pezzo di terra, il Belgio prima, poi la Svizzera e, infine, Torino.

Don Gelmino prima di partire mi disse “Statte accorte figlie mie! Recuordate semb’ de Gesù Criste ca è muorte pe tè! E de la Maronna”.

Gesù Cristo dov’era in Belgio, quando dormivamo nei pollai perché nessuno voleva in casa Les Italiennes de merde! E in Svizzera, quando nei negozi d’alimentari ci servivano solo dalla porta sul retro, perché eravamo Italiani sudicioni e ladri. Dieci anni di calci in culo e di fatica infinita, di insulti, di sopportazione, anche io contadino mansueto come Papà, grato a quella mano che mi sfamava e che in cambio mi succhiava il sangue e la vita.

Gesù Cristo lo persi per strada, in una di quelle taverne luride dove qualche sera ci andavamo ad ubriacare pensando al paese, o tra le gambe di qualcuna di quelle vecchie troie da strada con cui ci andavamo a sfogare, le più miserevoli, le più devastate dalla strada, le uniche disposte ad andare con un italienne de merde, furono anni di fatica e miseria.

Tornai in Italia, a Torino, dove pure noi meridionali eravamo terroni e sudicioni, negus, Affrica, ci sembrava di essere tornati a casa, si parlava italiano e, anche se non sempre si capiva, sapevamo che non eravamo stranieri, e non vivevamo tra stranieri. Lo straniero è estraneo, incomprensibile, infido; il forestiero è solo uno di fuori, di un’altra città, un po’ diverso ma accessibile, non un alieno.

Dieci anni a Torino e poi l’autunno caldo, la crisi petrolifera, l’inflazione; partimmo ancora, viaggiatori di terza classe in cerca di pane: Uruguay, Argentina, Brasile, operaio, spazzino, ambulante.

Arrivò il 18 ottobre del 1977 la notizia, il telegramma del parroco del paese era di poche righe, mio padre era morto. Non provai neanche dolore, non ne avevo il tempo, stretto tra turni di lavoro e difficoltà economiche, tornare al Paese non era neanche immaginabile, seppellii il dolore in attesa di tempi migliori.

Il tempo passa e se non muori, non ti ammali e sei un po’ fortunato, le cose migliorano, nelle terre di frontiera la gerarchia non è immutabile, lavoro ed impegno, a volte, mutano gli eventi, i destini, e ti ritrovi tranquillo, sposato, con il tuo conto al Banco do Brazil dove una graziosa commessa ti sorride dicendo “Bom dia senhor, esserel posse útil?” e tu capisci che non sei più straniero.

Nel 2004 sono tornato in Italia, Rocco e Michele i miei due figli mi hanno accompagnato, Rocco ingegnere e Michele medico, i miei figli che stanno bene.

Per festeggiare i miei 70 anni mi hanno pagato il viaggio per l’Italia e sono ancora una volta viaggiatore, ma in viaggio verso casa.

Non c’è più nessuno al paese, la Mamma non l’avevo mai conosciuta, morta di parto alla mia nascita, e Papà aspettava da quell’ottobre del ’77 e lì dove era non aveva fretta.

La casa, al limite del paese, è ormai diruta per abbandono: travi di legno e sassi alla rinfusa; unici ospiti serpi e ramarri, forse qualche topo. Da una finestra rotta sbircio di soppiatto le rovine del nostro focolare, un ramarro seccato mi fissa da una fessura, tolgo il disturbo.

Manco il becchino si ricorda dove l’hanno messo e borbotta stizzito mentre cerca in quei libroni con tutti morti segnati per data, infine lo trova e mi dice dove andare.

Ed eccolo lì, mi appare in quella foto grigia e un po’ sbiadita, con quella sua coppola portata di traverso, “alla bersagliera”, quei baffetti bianchi da vecchietto, quelle labbra sottili come un taglio e quegli occhi: grandi e dolenti, tristissimi e sognanti.

Lo vedo nel suo letto spegnersi senza lasciar nulla, senza figli a cui dare la consegna, padre di un figlio viaggiatore, coscritto, che non torna.

Non piango.

Il mio dolore dopo tutti gli anni di attesa lo ritrovo consumato, un po’ di polvere di nostalgia e tracce di ricordi, poco altro.

Estratto da “Ipnotiche Oscillazioni ed altre storie” Ed. Universosud Potenza