LUCIO TUFANO
(solstizio di un fascismo di mezza estate)
Millenovecentoventicinque, in premio la bambola lenci. Assurdo, folle sogno di essere diversi. Il carnevale è uno sketch di protagonismo, uno dei tanti modi di impossessarsi dello Stabile, di gestirne il palcoscenico. Mascherette bianche, senza clamore e senza spasimo, cascatelle d’argento, nembo di un sogno, miraggio nella tediosa cittadina: una pierrètte, il paggio, la statuetta di Tanagra, il generale napoleonico, il piumino da cipria.
Nella posa della prima pietra per le case Incis, sua eccellenza De Stefani parla della volontà del Governo di porre finalmente mano alla risoluzione degli annosi e gravi problemi della rinascita del popolo lucano. Il ministro firma la pergamena che, con la effige di Mussolini, viene riposta in un foro della prima pietra.
Il discorso prosegue allo Stabile. Di là si diparte una storia di discorsi e di parate. È l’anno napoleonico. Il Fascismo ha chiuso i cancelli delle ville, dei palazzi di giustizia: ancore, alabarde di ferro, gabbie, ceppi, marre articolate, artigli, lance; lo Stato è trincerato nelle pance.
È qui che nel Teatro entra il frumento, il fascio di verghe, le spighe intrecciate di nastri, il covone, la battaglia del pane, cuore e sudore, fronte del lavoro, gloria della terra e della patria.
Entra la poesia rurale, il bucolico, il foraggio, la pecora e il formaggio; entrano i veliti, i capi manipoli; entra la campagna del regime, il mangime, il saragolla, il rossìa, il realforte; entrano i casari, i gualani, i massari di campo, la pianura e la collina, le statistiche agrarie, le cattedre ambulanti, le rose e i sempreverdi, tenaci con radici profonde dentro l’osso del susino, polpa succosa, ghiottoneria dei tordi.
Entra la battaglia navale, Lepanto o Lissa, entra Calatafimi e le sementi elette. Il “cappelli si adatta mirabilmente ai nostri climi”.
La salita del bosco, l’infratimento dei bachi, il repentino calare del calore, la foglia del gelso che moltiplica il bozzolo. Con regio decreto, fino al 14 agosto, si autorizza la presa dei nidi sui fienili, la cattura dei passeri con mezzi di eucupio non vietati dalla legge.
Oh campagna, scampagnata di voci, Stompagno, Centomani, Faloppa, Macchia Romana, mietiture di afa, idra di strada ferrata, scarpata di manipoli e ristoppie.
Come sono distanti i rioni, le stazioni, le canzoni delle fanciulle dentro i sogni maturi. Olio di oliva, di ricino e bitume, risorse energetiche d’Italia. E la campagna è qui che ritorna, nelle spighe impugnate dai nastri, nell’uva corona di carri, catena di mani, coccarda, arredo di palchi, aie tormentate dai cavalli, bonifica di pantani, acquedotto dell’Agri, milizia volontaria delle foreste, la gran serie di feste.
Campagna di agosto, campagna d’Africa, tibbiccì e malaria, campagna per la croce rossa, campagna di Spagna, campagne sui petti, i distretti, campagne di guerra, Caporetti, medaglie nei tiretti.
L’autarchia stringe la cinghia e il cuore, le ciocche di ciliege sulle orecchie, sui cappelli. Orpello letterario, geranio, la campagna si protende sul davanzale.
Spettroscopia di Potenza, città di provincia, sprovincia del mondo, anni trenta, solstizio lungo del giorno, sfilata di cavalli, di cavalietti, di cavalloni, di pennini a cavallotto.
Nella villa del prefetto i gerarchi, stivali e caramella, ballano con i crespi di marocain nero e gonne chiare, aperte in basso.
Toilettes flessibili, nere georgette imperlate. Mattinate di tennis e Guf, di scarpette e guanti bianchi.
Sale imbandierate, festa di una provincia interamente agricola. Sul tavolo del Presidente della Commissione provinciale, generale Severini, un grosso fascio di grano. Palchi addobbati da cordoni di spighe, veli di carta a colori. La battaglia del grano corre sul filo spinato della vittoria.
Il sogno di Annibale trafitto a Zama riscatta, nel delenda Cartago, il quaderno di scolaro, il trionfo d’estate, banane e bibite da Scipione l’africano. Sua eccellenza il prefetto, immediatamente seguito dal Segretario federale e dalle principali autorità civili e militari, inaugura la rassegna dei veliti.
Scatta in piedi la folla, grandiosa manifestazione per il Duce. Ovazioni di tutti nel ruralismo di molti. Potenza, con entusiasmo indicibile, grida al «condottiero» che al sole con il dorso nudo miete le messi dell’agropontino. Nessuno lo fa nel Potentino? Più grintoso che mai, fascista e marziale, fiero sul petto il decoro, il rispetto, il distintivo di mutilato imperversa contro l’anonimato, nella memoria della «marcia».
Il braccio proteso del littore di Roma. Ma il Duce grida un nome, e nasce una città: Littoria, Sabaudia, Pontinia. I nomi squillano come fanfare di guerra: Aprilia! Pomezia! I nomi odorano di pane e di terra.
Guidonia, la città dell’aria, la prima città aeronautica del mondo, viene inaugurata con rito guerriero, e nel discorso al Teatro, una sfilza di cosmonauti, di precursori: Archita, costruttore della colomba volant verba volant, Leonardo, Giulio Douhet, Vincenzo Lunardi, Enea Rossi, Vittorio Santi.
Eppure la nostra città di padri e di santi non ha che aquiloni di carta e lampioni a gilè, lanterne da strofinare per una nube e un ministro, ìconi di un eden mai ottenuto, sagre di musiche e tamburi, odore di contadini in festa di primavera.
Un destino di terra, insomma, di chi deve morire dove è nato senza voli, spostamenti, senza viaggi, come le querce.
Case che si spostano, interi quartieri, palazzi, due tre case, due tre palazzi, il serpentone, treno di cemento senza tappeto volante?
Si! Un volo, un grande trasloco. Gli inquilini, affacciati agli oblò salutano in navigazione.
Il Teatro e la piazza avrebbero dovuto volare… per uno spettacolo da circo, carro di Tespi, teatrino, meta teatro, teatroma, politeama, cinefotorama, cinefotobucci con pellicole futuribili, negative irreperibili da scrutarsi contro luce, il FilmLuce: giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, tutto riguarda l’attività del Duce.
Più che socialista il sole è fascista, per il suo gran calore, il colpo di sole, per il suo fascio di raggi e per via di quell’altro simbolo che chissà-chilosà se sorge o se tramonta.
Il sole, quello che sorge libero e giocondo ti sfavilla in fronte e trovasi nel carme secolare dove le giornate sono reclutate, omologate e lì stipate dai tempi del re sole e delle pergamene arrotolate nelle costellazioni.
E va, la vita va, essi che va per la romana gioventù. Gli avanguardisti rurali squarciagolano siepi di more e marce topografiche, territoriali, cicorielle di campo. Pantaloni al vento stesi ad asciugare il sudore delle pompe.
Uva spina che porge e che sporge i radi acini a cuore, le chiome rosse delle pannocchie. Sgroppate sulle mulattiere; attenti ai suoni! Riposi in pace la posa dei comandanti dai garretti stretti, c’è un fascismo daltonico, nero di razza e nero di capelli.
Chi ha neri capelli e neri baffi, e ciglia nere e occhi neri, insomma è nero, può avere gagliardetti e fiamme negli occhi e cucina economica. Chi invece è nero perché non gli piace il nero, come i neri, avrà i grembiuli neri e gli inchiostri, terrecotte nere dal sole, vasi funerari. Non avrà libro né moschetto, solo le pallottole di piombo.
Chi ha lo sguardo truce? il Duce. Chi ha il mento cubista? il ducista. Una imago per il rione, per il caporione e pure pu uaglióne, per la campagna, malia dei muretti macchiettati di mughetti.
Dai cortili dei palazzi giungono le voci del girotondo e i cori delle bambine, nei pomeriggi affollati salgono ai balconi delle rondini. In camicia nera e fazzoletto azzurro, con fermaglio lo scudo rotondo, le tasche di nuzzoli e di calciatori, il fez nel banco, tutti in classe per una ennesima giornata fascista.
Sulla lavagna la parola Orifiamma, per vincere ci vogliono i leoni di Mussolini non quelli del giardino zoologico.
Nel segno del littorio e nella costellazione del Leone, i popoli forti hanno amici vicini e lontani nel tempo di pace, in caso di guerra sono temuti. I popoli deboli in tempo di pace sono soli e trascurati, in caso di guerra corrono il rischio supremo di essere schiacciati.
Bisogna essere forti, prima di tutto nel numero, poiché se le culle sono vuote la Nazione invecchia e decade. Bisogna essere forti nel coraggio, ogni volta che si avvera il maggio radioso. Bisogna essere furbi nel carattere, in modo che l’equilibrio non si turbi, né quando la Nazione è illuminata dal sole della gloria, né quando è percossa dai colpi immeritati del destino.
Al Teatro Stabile
Il Giornale di Basilicata del 25/26 aprile 1925
Sabato si riaprirà il nostro Teatro Comunale Stabile, che la fattività dell’impresa Giugliano ha trasformato in una vera bomboniera, con la primaria Compagnia d’operette diretta dal cav. Umberto Bonomi, una compagnia costituita da ottimi elementi e che trionfa sui palcoscenici dei principali teatri d’Italia, della quale fa parte il pregevole artista Nino Fleurville. Oltre un affiatato e numeroso coro la Compagnia, fornita di uno scenario sfarzoso, ha un simpatico corpo di ballo.
Ecco il magnifico repertorio: Il paese dei campanelli, La stylèe, Medi, La camera misteriosa, Grand hotel, M.lle Crisantemo, Mazurka bleu, Scugnizza, Casta Diva, Rosa di Istanbul, Selvaggia, Fior di Siviglia, Phi-phi, tutte nuovissime per Potenza. Operetta d’apertura: Il paese dei campanelli di Lombardo e Ranzati.
Il Gagliardetto del 25/26 giugno 1925
Si succedono, con crescente soddisfazione del pubblico, che frequenta, numeroso, il nostro elegantissimo Massimo, spettacoli di gusto squisito ed accurato. Il signor Giugliano questo instancabile ed audace giovane, dall’intelligenza vivissima, è sempre più degno dello spontaneo plauso potentino. Sabato, 27, avremo, allo Stabile, l’ottima Compagnia di Arte Valeria Afelio Marg. Fanno parte di essa artisti valorosi come Giovanni Rescigno, Pastore, Enrico Dema, Tina Casigliani ecc.
Repertorio: Ridi Pagliaccio, Anello e fede, Telasse ecc. ecc. L’attesa è viva.
Se avanzo seguitemi
Il Resto del Carlino 8 gennaio 1926
Dopo l’attentato, col naso incerottato, parte come prestabilito per Tripoli dopo aver ordinato i gerarchi: Se avanzo seguitemi. La nave che porta il Duce verso la nostra colonia africana, descrive il Popolo d’Italia, richiama alla mente la galera legionaria di Scipione. Quale forza e quale maestosa grandezza! E tempo per gli italiani di abbandonare le loro piccole città e di temprare la loro volontà al concetto dell’impero.
