
LUCIO TUFANO
I meandri archivistici ed anagrafici della sua Rionero sono riscrutati dal prof. Michele Pinto, instancabilmente, grazie al suo amore per la storia del suo paese e del Vulture.
Ecco che con l’immancabile scalpello delle sue ricerche e con la lente e l’arte dello studioso, si ergono, colme di dettagli e complete di fisionomie e caratteri, le sculture di Michele. Un “caleidoscopio” di personaggi e vicende storiche, di un “paese di frontiera”, quello di cui la serie di sculture, e che ha l’ambizione di richiamare tutti i cittadini, enti, associazioni, istituzioni a nuovi e più coerenti impegni, evitando di incorrere nell’errore di “iniziare sempre daccapo”, causa di colpevoli e gravi mancanze.
Le figure, strappate al buio della retrostoria, si stagliano nei lineamenti, nella loro operosa attività, nel nuovo chiarore che ad essi deriva dalla assidua e certosina ricerca di Michele Pinto; una nuova luce è riportata nella cronaca giornalistica e storica, che li ripresenta vivi nelle loro vicende e nelle loro epoche. 
Accade che Giustino Fortunato senior ci viene incontro con la sua nobile andatura di notabile bonapartiano, con tutte le caratteristiche di persona con costume, impegni ed incarichi politici ed istituzionali, stagliandosi a cavallo del tardo settecento e del primo ottocento.
Pinto ci riporta tutta la risorsa anagrafica del Fortunato senior, nascita 20 agosto 1777, da Cherubino ed Emmanuela Pessolano, educato dallo zio alle idee ed al pensiero di Antonio Genovesi, il noto illuminista napoletano, laureatosi a Napoli in Giurisprudenza. È così’ che l’abile storiografo Michele Pinto lo descrive in tutta la sua esistenza, fatti e vicende che rappresentano l’ascesa di un uomo che riesce ad ottenere fiducia ed incarichi dai vari governi che si succedono nel reame di Napoli. È un notabile bonapartiano con i Francesi, è altrettanto gratificato dai Borboni. Non mancano anche le disavventure per un personaggio così esposto ai meriti ed ai demeriti dei vari regimi.
Una carriera prodigiosa sia con i Borboni che con i liberali dell’Unità d’Italia: nel 1847, ministro delle Finanze e, dal 1849, Presidente del Consiglio dei Ministri e ministro degli Esteri, quasi a smentire il suo passato liberale coinvolto ai moti carbonari del 1820, «organizzò col suo governo la più forte reazione contro quei liberali e propugnatori dell’Unità, protagonisti dei moti rivoluzionari del 1848 e, dal 1855 al 1857 Presidente della Real Accademia delle Scienze».
Ecco che Michele Pinto, da autentico “sciamano” della storia ce lo rappresenta vivo e completo nella sua gigantografia di un notabile abile ed utile ai “Poteri” della sua epoca, quasi come annuncio fatidico del suo successore al soglio della notorietà, Giustino Fortunato junior.
L’altra figura che si erge, nitida e solenne, così come la ritocca il leggero scalpello di Michele Pinto, è quella di Giustino Fortunato junior; un profilo di sofferta saggezza, un volto che riporta i segni del grave peso di responsabile coscienza per i problemi della gente e del Sud. Difatti sua era la polemica largamente ripresa dai meridionalisti contro le erogazioni finanziarie per incoraggiare al “lavoro nazionale”, piuttosto che garantire e promuovere, da parte dei governi, un equilibrio tra nord e sud; origine e causa anch’esso delle tendenze disgregatrici della compagine nazionale.

Sonnino_-_Mameli_-e_Giustino_Fortunato
Alludeva ad una politica di raccoglimento per un sollievo della pressione fiscale e una minore dispersione di energie. In lui si intravede la delusione per la mancata reazione del Paese alla grandiosa e rovinosa politica di Crispi. Egli denuncia i pericoli del socialismo e del clericalismo e li vede nella forma mistica dei “due maghi della montagna”, che si preparano a sfruttare il malcontento sociale.
E parla, di un Mezzogiorno sconosciuto, e come la terra della pastorizia nomade, dei piccoli borghi montani, del latifondo, delle sommosse agrarie, dei “tratturi” per buona parte dell’anno impraticabili, e fa tutta la storia di un Mezzogiorno che in tutte le epoche non ha mai decollato.
«Al Mezzogiorno mancò sempre aria e luce di libertà … la questione meridionale è quella, puramente e semplicemente, di un paese che dalla geografia e dalla storia fu per secoli condannato alla miseria economica e miseria morale, più triste dell’altra, da cui soltanto l’unità politica, mossa dal sentimento nazionale della comune difesa, può salvarla».
Elevava le imposte gravose ed i gravi dazi in regioni dove solo il lavoro dei campi era collegato all’industria ed al commercio … causa inevitabile di esaurimento perché esposte alle più grandi precarietà; la crisi dei raccolti, non potendosi giovare di alcun altro reddito, assediati dal più duro bisogno, sempre incapaci di elevare il grado medio di civiltà così dell’uomo individuo come quello collettivo.
In un importante convegno degli anni ’90, che si tenne a Bari, si disse che il Sud va raccontato come impresa, “non come poesia e languore sentimentale, impresa come aggregazione di individui capaci di stimolare l’autonomia e l’autopropulsione, proponendo valori, come l’impresa che si fa “laboratorio” di saperi (Gianfranco Dioguardi).
Ma Michele Pinto rileva e fa rilevare come il Mezzogiorno abbia annoverato uomini-profeti, capaci di elaborare prospettive e difetti, capaci di accostare gli errori del passato con la ignoranza e la pigrizia del tempo presente.
È così che Michele Pinto racconta una grande figura e non solo, bensì cita a testimone un’epoca di pensiero meridionalista, chiamando all’unisono una schiera di grandi come Ettore Ciccotti, Gaetano Salvemini, Benedetto Croce, Francesco Saverio Nitti, Manlio Rossi Doria …

Ettore_Ciccotti
Un’epoca di fulgido pensiero che alla fine ha non poco nobilitato il Mezzogiorno e la sua storia. È Giustino Fortunato che rivendica il riscatto del Mezzogiorno, tradito da Cavour, dai piemontesi, dalla indolenza delle classi dirigenti, dalle inutili stragi di Adua, di Tripoli, del Piave, dell’Isonzo, del Grappa, dal vittorialismo di D’Annunzio e dalla retorica patriottarda e vittorialista. Perciò Fortunato è un profeta dello Sconfittorialismo, il pessimismo che si fa ragione, illuminata ed illuminismo, che con saggezza e profonda capacità di comprendere, con l’esperienza e la competenza, aiuta il Principe di Machiavelli, a comprendere la politica, a saper difendere gli interessi di un popolo e governare con raziocinio e ponderatezza.