I laboratori urbani come propellenti di sviluppo: una possibile prosecuzione per l’evento di Matera

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RICCARDO ACHILLI, ECONOMISTA

Proseguendo nell’analisi di possibili soluzioni di rilancio in grado di affrontare i nodi strutturali dello sviluppo, nell’ottica post-coronavirus, dopo esserci occupati, in un precedente articolo, delle aree industriali, è utile adesso approfondire il tema di come la riqualificazione urbana possa svolgere un ruolo di volano dell’innovazione, anche di tipo sociale, e del rilancio di aree urbane degradate.

Un interessante contributo analitico in tal senso è contenuto in un volume edito dalla Fondazione Brodolini, “Laboratori urbani. Organizzare la rigenerazione urbana attraverso la cultura e l’innovazione sociale”, a cura di Fabrizio Montanari e Lorenzo Mizzau. Tale volume, peraltro denso di casi di studio concreti, si occupa di forme proattive di recupero di spazi urbani abbandonati, al fine di reinserirli nel “metabolismo urbano” in forma proattiva. Una forma, in tal senso, è costituita dai laboratori urbani, “centri di innovazione dal basso, spesso con un approccio aperto e inclusivo”, dove è essenziale la coprogettazione partecipata dell’utilizzo di tale spazio da parte della stessa comunità, senza la quale il progetto perde immediatamente slancio e diventa una sorta di cattedrale nel deserto.

I laboratori urbani nascono, dal punto di vista della teoria dello sviluppo, dalla nuova centralità che assumono concetti come l’economia della conoscenza, o della creatività (ad esempio nell’approccio di Florida, che focalizza gli aspetti sociali dell’innovazione urbana, incentrata sul ruolo della “creative class”, incubata tipicamente in realtà urbane dinamiche) e nella crescente percezione del ruolo economico ed occupazionale della cultura, identificando la capacità del settore culturale, se gestito anche con criteri di economicità, di generare esternalità positive valorizzabili economicamente (la migliore qualità della vita che è un fattore positivo per l’aumento della produttività, la crescita di lavoratori creativi ed a alta qualificazione, che migliora la dotazione locale di capitale umano e contribuisce a creare quella “creative class” proposta da Florida che dinamizza i processi di sviluppo economico, le ricadute di marketing per le imprese che sponsorizzano eventi o beni culturali), di sostenere interi settori (ad esempio quello turistico, o quello del restauro/conservazione) e di produrre beni c.d. “meritori”, ovvero meritevoli di tutela a prescindere dal loro costo.

Nel ruolo crescente che la cultura ha per lo sviluppo urbano e locale, le città hanno messo in campo, nel tempo, strategie differenziate, in larga misura complementari fra loro. Una di queste strategie l’ha messa in atto Matera, promuovendosi come capitale della cultura per il 2019. Un’altra strategia, che potrebbe costituire la naturale prosecuzione dell’esperienza materana, è quella dei laboratori urbani, definibili come aggregatori che integrano il tema culturale con quello dell’innovazione sociale, tramite il recupero di aree o immobili dismessi, da convertire in incubatori o hub creativi ospitanti start-up o microimprese attive sia nella filiera culturale sia in quella  dei servizi sociali, anche innovativi (ad es. i servizi ricreativi e per il tempo libero degli anziani, i servizi di integrazione socio-culturale di immigrati,…) o l’utilizzo di forme di fruizione culturale e ricreativa a spiccata vocazione sociale, come eventi (cinematografici, mostre, eventi in grado di produrre aggregazione sociale non differenziata per livello socio-culturale, ma anche premi per progetti sociali/di riqualificazione urbana presentati dagli stessi residenti, musei di strada, che valorizzano il patrimonio immobiliare/commerciale/demoantropologico degli stessi residenti, ecc.).

La fortissima connessione fra cultura ed innovazione sociale è fondamentale per evitare uno dei rischi maggiori intrinseci a tali esperienze: la gentrificazione di aree/quartieri storici in degrado, che produce un aumento dei valori immobiliari e dei costi ed attira la speculazione immobiliare, l’esilio verso altre zone più periferiche della popolazione originaria, ed in ultima analisi la perdita dell’identità dell’area. Quindi tali esperimenti, per avere successo, sembrano dover rispettare alcuni criteri fondamentali, fra i quali, come suggerisce Fabio Sgaragli, nel medesimo volume citato all’inizio:

  1. la comprensione delle strategie complessive di sviluppo delle economie locali a cui questi luoghi devono contribuire, al fine di attivare quelle sinergie con le vocazioni del territorio e le relative iniziative che esso produce, per aumentare la scala dell’impatto e per assicurarne la sostenibilità anche economica;
  2. la scelta dei partner con cui fare questo tipo di operazioni: essi devono essere in grado di assicurare la necessaria complementarietà, di favorire la creazione di una rete di relazioni positive con gli altri soggetti del territorio, non operare con una logica speculativa, essere dotati di quel set di competenze, artistiche, culturali, economiche ma anche di tipo sociale ed urbanistico, necessarie per il successo;
  3. la capacità di intercettare reti attive sui territori che possano sia amplificare i risultati delle attività che si svolgono all’interno di questi luoghi.
  4. avere molta attenzione nei riguardi di chi abita nelle immediate vicinanze di questi luoghi. Le comunità di cittadini che vivono fisicamente intorno a questi progetti possono determinarne il successo o l’insuccesso, il che riviene ad avere attenzione a coinvolgere la comunità locale nella progettazione partecipata dell’iniziativa, nel suggerire, ad esempio, gli utilizzi cui destinare l’area o l’immobile da recuperare, nel far percepire i benefici che l’iniziativa può generare, nel non deteriorare l’identità ed il “genius loci” del quartiere/area in cui si realizza l’intervento, rispettandone le compatibilità sociali, la cultura popolare, l’aspetto e l’architettura delle strutture fisiche che si vanno a creare o ristrutturare per ospitare il laboratorio culturale.
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Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).

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