di Antonio Lotierzo
Mescidanti. Fra gli scrittori mescidanti possiamo anche includere la Durastanti, se è vero che in questo complesso romanzo, scandito in tre parti autonome segnate dalle vite di tre donne, sa mescolare tempi narrativi, riflessioni antropologiche di non comune rilievo, analisi storiche dal brigantaggio all’industrializzazione, dai decenni del petrolio alle spedizioni sulla Luna, femminismo e difficoltà con lo stato ed il patriarcato, omologie fra paesaggi ed aspetti di vita nel Texas e nella Basilicata. Amalia si è costruita una casa, con sottomondo, vicino ai calanchi ed accoglie viaggiatori per la notte ai tempi della guerra civile del brigantaggio; più in là vi è ‘ la parte più secca e sfiatata della Val d’Agri’ che pure ha vicino ‘foreste nere di velluto (p.22) dove il freddo riempie il respiro di spine. Anna è una ricercatrice che, fra petrolio e folclore, spilla fondi dal ‘Magnate’ (è un calco di E. Mattei? E’ solo uno dei calchi…) per ‘craccare il codice della povertà meridionale’(p.199) contribuendo a creare un Sud in miniatura, un parco divertimento della crisi sociale. Terza donna, A, vive ‘ felice nel futuro’, dopo il 2051, fra viaggi interstellari e senso della ‘fine’, che partono dallo spazioporto costruito nella ‘distesa desertificata’ Vallagri o Vallagra come mi sarebbe piaciuto scrivere, terra scomparsa priva di uomini in età lavorativa, rimpiazzati da cinghiali e lupi. Guai ad interrogarsi se i personaggi siano pura magia inventiva oppure calchi di una realtà storica, palpitante davanti alle nostre menti. 
Sempre nella Durastanti scrittrice affiora il mestiere della traduttrice, cioè la sua speciale ed alta conoscenza, anche fonica, delle due lingue, con osservazioni come la duplicità di ‘miss’ (che è ‘signorina’ ma anche ‘mancanza’ ed un suono che ‘sa tenere insieme la verginità, la nostalgia e pure il bersaglio’ mancato della vita, la perdita di ogni centro -p.27-) o l’introduzione di lacerti e termini dialettali (‘zanghi’ per fanghi – p.277-). Questo movimento doppio, fra scrittrice e traduttrice, consente una duplicità di sguardo e di tensione che fa muovere la Durastanti fra America ed Europa, qui fino a Matera, a Marsico, a Castelluccio ed alla Valle dell’Agri, narrata quale serbatoio e luogo di scempio per il petrolio estratto da parte di società americane, per cui lavora il secondo personaggio femminile, che è poi anche un calco o una rifrazione imperfetta della scrittrice, perché ha studiato a Roma, è entrata a lavorare in un gruppo antropologico, è stata prezzolata dai servizi segreti, ma è ben capace di inchieste sul campo, registrazioni di voci e di canti che rinviano non solo ai gruppi di Ernesto De Martino, indagatore delle forme della magia lucana, ma anche di Alan Lomax e Diego Carpitella etnomusicologi, Gino Germani con la sociologia della modernizzazione, Edward Banfield con la sua teoria del familismo amorale, inutilmente poi contestata da Domenico De Masi.
Non si spaventi il lettore, perché questo non è un saggio ma è un innovativo romanzo e la Durastanti qui sa gestire e tradurre in invenzione e dialoghi questa complessa trama razionalistica. Inoltre, il pregio della scrittura variegata consiste anche nella sperimentazione narrativa, che per le mie modeste letture richiama in parte ‘Orlando’ di V. Wolf, per la variazione dei tempi storici nelle tre parti che scandiscono l’unitario romanzo: Amalia Spada, la temeraria, vive intorno al 1864; Ada la ricercatrice dopo il 1951; l’indeterminata A descrive una storia successiva al 2051 (siamo nella dimensione ‘lunare’ di G. Orwell, con il suo stesso impegno umanistico e a favore del pianeta). Furba o profonda? Capace di collezionare lo spirito del tempo (fragilità dei legami amorosi, spensieratezza erotica, droghe, precarietà, solitudine, acquiescenza alle relazioni di potere, dolore causato dalle guerre-risentimento- oblio), la Durastanti riesce a proporci un impasto di scrittura, che travalica e mescida generi del romanzo, creando un prodotto ibrido ma vitale, forse rinviante alle variegate esperienze esistenziali fra Val d’Agri, Texas e New York, Roma e Italia del Nord. Una prediletta ed una ribelle. Un’altra donna che apre una vena diversa nella storia sociale delle donne nei ribollenti tempi della crisi dell’homo sapiens e del suo habitat. Queste donne sanno che le ‘persone che amiamo sono cose ci inventiamo, che trasformiamo in miti malconci e appiccicatticci’-p.383- Conviene chiudere con il suggestivo personaggio A, che svela il senso della sua passione per il tempo verbale del futuro anteriore: “ Ho sempre creduto di avere un’affinità istintiva con il periodo ipotetico, che tutte le cose importanti fossero soltanto ipotesi da dimostrare, tracce sotterranee di una realtà in potenza, ma è una struttura sintattica troppo facile in fondo, buono per gli idealisti, e io non sono una creatura ideale. Il futuro anteriore invece parla di cose che sono immaginate nel futuro, ma sono avvenute prima di altre. È l’unico modo di tenere insieme i pezzi, di far sì che in una frase, in una relazione, in un pensiero, ci sia posto per la storia e anche per i sogni. Io, la vita, ho saputo farla quasi e solo così:/ immaginando una felicità che doveva accadere, / dando già per certo che accadesse.”(p.385)