VITO TELESCA
Potenza, 3 settembre 1863. In una riunione in prefettura si parla di un gruppo di briganti che le forze dell’ordine non solo non riescono ad arrestare, ma che risultano anche essere furbi, “acuti” e molto lesti con la polvere da sparo. In quella sede si decide di dare il colpo finale innanzitutto ai manutengoli della banda e quindi dal capoluogo di regione parte l’ultimatum: bisogna arrestare i complici dei briganti capeggiati da Giuseppe Nicola Summa, alias Ninco Nanco. Quella che vi stiamo raccontando è una storia vera. Vera come la gente di questi posti. Vera come deve essere la storia. Viene pertanto allertato il maresciallo della stazione dei Carabinieri di Avigliano, Giuseppe Preti che, se necessario, sarebbe stato dotato di altri mezzi e uomini per fermare definitivamente
Ninco Nanco e i suoi complici.
Il giorno seguente, il 4 settembre, il maresciallo in persona, insieme ad altri cinque militari, tutti “della loro militar divisa vestiti”, allestiscono un posto di blocco sulla strada per Potenza. In lontananza sentono sempre più forti i rumori di una carrozza in avvicinamento. “Ci hanno sicuramente visti maresciallo, avvertiamo che i cavalli hanno accelerato il ritmo della cavalcata” – dice uno dei due carabinieri appostati qualche metro più avanti. Il maresciallo Preti ordina di intimare l’alt alla carrozza, ma il vetturino non accenna a rallentare la sua corsa, anzi si sente il suo martellante ritmo sui cavalli. Gli occupanti pare siano almeno tre. Uno tenta di saltare fuori dalla parte laterale, ma cade rovinosamente per terra e viene subito braccato dai militari. Il suo nome è Andrea Corbo. Un altro imbraccia un fucile e spara qualche colpo a vuoto con la carrozza in corsa. Dopo qualche centinaio di metri questa viene bloccata e l’uomo con il fucile arrestato. Si tratta di Nicola Telesca. Gli altri uomini arrestati sono Leonardo Filippi e Nicola Corbo, quest’ultimo fermato in piazza. I quattro sono tutti facoltosi proprietari di Avigliano. Gente di una certa importanza e che hanno anche ricoperto incarichi istituzionali, come Telesca che era stato addirittura maggiore nella Guardia Nazionale, mentre Leonardo Filippi era stato tenente nello stesso corpo. I quattro sono accusati di “somministrazione di viveri, munizioni, aiuti e notizie ai briganti”. Soprattutto la situazione di Nicola Telesca è particolarmente sotto osservazione e considerato tra i quattro quello più pericoloso. Lesto di fucile, abile di parola, addentrato in tutti i settori e quindi messaggero fondamentale per gli spostamenti di Ninco Nanco. Pare che intorno alla festività di San Rocco, nella masseria di Telesca, Ninco Nanco e la sua banda abbia alloggiato qualche giorno e che qui si sia rifornito di “biada e di caciocavalli” e per questo suo “servigio e rispetto” verso il brigante Nicola Summa, tutte le proprietà e la masseria di Telesca erano protette e vegliate dai briganti. Il verbale stilato nei confronti del Telesca non ammetteva equivoci: “Nicola Telesca è un borbonico marcio che ritrae molto lucro dagli aiuti e dalle somministrate che fornisce ai briganti”. Ma la loro cattura significava ben altro per la popolazione perché sulla loro testa pendeva un’accusa ancor più grave: “unanimemente la popolazione di Avigliano è convintissima che l’eccidio del capitano Capodurro del 13° reggimento fanteria e del Delegato di Pubblica Sicurezza Poliselli venne eseguito dietro le loro esortazioni per esimersi tutti e tre da pena e da sospetti di convivenza con i briganti”. Aver catturato questa figura significava togliere un cordone ombelicale importante alla brigata di Ninco Nanco.
Questo documento è stato scritto da Ninco Nanco il 10 aprile 1863, tre mesi dopo quell’omicidio, ed è una lettera diretta al Governatore di Potenza. Sia da complici che da “infamoni”, il ruolo di Telesca e Corbo è stato centrale nell’ultimo anno di vita di Giuseppe Nicola Summa, alias Ninco Nanco, ammazzato nemmeno un anno dopo a Frusci insieme ai suoi fedelissimi, forse vittime dell’ennesimo complotto orchestrato ai danni di quell’ “uomo di campagna di pochi sentimenti”. Ma quello che lui chiamava “sentimento”, in dialetto, non era sinonimo di “emozione” o “cuore”, ma di “perspicacia” e “acutezza”.Autocritica onesta ma forse anche eccessiva.
