LUCIO TUFANO

LA POTENZA DI IERI NELLE CRONACHE DI CITTA’ 3)

 

Con un bilancio comunale gravato da un debito di circa tre milioni, sempre priva di fognature, con la illuminazione a petrolio fioca e insufficiente, con l’acqua che d’estate manca e dopo le piogge si intorbida, con un proletariato inerme e miserabile e con un rilevante numero di disoccupati appartenenti a tutte le categorie sociali, Potenza ospita, nel suo gremito teatro, il corregionale Giustino Fortunato.

La banda del Circolo Stabile che precede la carrozza suona l’inno reale. Il solito settimanale: Stupenda la fiaccolata. Le grida viva Fortunato, viva Branca, viva Grippo, viva la Deputazione politica di Basilicata sono incessanti. Al Teatro Stabile, accolto da unanimi e prolungati applausi, Giustino Fortunato: II fato della malaria, perenne, funesto mistero di tutta quanta la nostra  storia passata, ci opprime ancora oggi; né dopo le ultime ricerche della scienza ci può sorridere il sogno di redimere il nostro territorio da questo implacabile fato secolare.

Bisogna tornare all’antico, sostituire la coltura arborea a quella delle graminacee, rinverdendo le antiche tradizioni della nostra pastorizia, rinnovare i pascoli, le selve cedue, i boschi di alto fusto, dei quali sciaguratamente abbiamo spogliato le riarse pendici del nostro Appennino.

Certo non tutti potranno uscire vittoriosi dalla lotta; ma la nostra agricoltura, prima che si chiuda il secolo, ripiglierà durabilmente lena e vigore.

È necessario sostituire al fitto la coltivazione diretta per parte del proprietario, frenare l’emigrazione mediante patti colonici meno incivili e supplendo infine, col più intenso e più assiduo lavoro alle tante perdite subite negli anni scorsi. Tuttora ci è dato consumare meno, se lesinando sopra le maggiori spese, ci ricorderemo sovente delle dure vigilie e delle più dure quaresime degli avi, che troppo abbiamo dimenticate e impareremo a vivere la vita libera dei campi, che tanto abbiamo trascurata, e molto ci sarà dato risparmiare quel giorno in cui perduta la memoria dei facili incitamenti delle banche,….

Verrà il giorno in cui potremo rammentare, non senza orgoglio, le angustie presenti. Me felice, se quel giorno mi sarà dato di dire, che nessun male ho nascosto, che nessuna parola di adulazione mi è sfuggita dalle labbra, che non mai l’ira diparte mi ha velata la mente ed oscurato il giudizio!.

Dopo trentatré anni di vita unitaria nazionale, mutamenti sociali profondi non ve ne sono stati. Tranne che per il clero, alla cui carriera comunque non si rivolgono più le aspirazioni delle famiglie benestanti per farvi accedere i propri giovani, poiché le espropriazioni dei moltissimi beni delle chiese, avvenute con le leggi eversive, hanno ridotto le possibilità e la vita dei sacerdoti.

Così il settimanale La Giovine Lucania nell’anno 1894: La nostra provincia ancora oggi, come nei tempi passati, ha poca varietà di ceti sociali: proprietari, professionisti, artigiani e contadini. I pochi ruderi di una nobiltà mai numerosa né rumorosa, e i poveri servi dell’altare non più alteri della potenza delle loro alte gerarchie, sono quantità trascurabili ed extrasociali. Il nuovo assetto politico che avrebbe dovuto dar vita a nuovi ceti o trasformare gli antichi, non ha fatto che sostituire all’elemento sacerdotale nelle famiglie quello delle professioni e degli impieghi… D’industrie e grosso commercio punto, fatta eccezione per il capoluogo ove, oltre ai piccoli commercianti, vi è qualche buon magazzino o rinomato caffè.

Avvocati, medici, ingegneri, questi gli elementi della piccola borghesia, ed impiegati in ispecie, poiché buona parte dei tanti non riesce a raggiungere la laurea e, rimanendo a mezza strada, cerca di inserirsi negli uffici governativi o locali per conseguire lo stipendio. È questa la gente più disgraziata continua lo stesso settimanale, non sa andare più innanzi e non può tornare più indietro. Da pianta viva e fruttifera si riduce a rampicante d’impieghi e d’uffici pubblici.

Intanto il divario di condizioni tra la classe dei proprietari e quella dei contadini si è già profilato da tempo come l’inevitabile conseguenza della ingiusta ripartizione delle terre. Si è abbattuto un privilegio, se ne è creato un altro: quello dei proprietari.

Scrive Raffaele Riviello: non è giusto che il proprietario debba assorbire a solo suo vantaggio la fatica e gli stenti del colono, perché ormai si saper dura esperienza di tempi che la proprietà a nulla vale senza il lavoro delle braccia.

Dunque, per l’agricoltura i tempi sono duri, i contadini stanno male, gli artigiani quasi come i contadini e si emigra. I commercianti hanno bisogno di tanto in tanto di ossigeno, per cui si organizzano le fiere-festival con pesche di beneficenza al Teatro Stabile dove i palchi della prima fila si trasformano in eleganti chioschi.