Personaggi , figure e credenze della Potenza d’epoca
LUCIO TUFANO
Nella cultura popolare, fino agli anni cinquanta, il morto era anche persecutore e malefico. Era la preoccupazione che vi fosse un’indisponenza da parte del morto, o il rimorso dei vivi, per il fatto di essere vivi, che metteva questi nelle condizioni di temerlo, di chiuderlo, di tenerlo lontano. La paura della morte era molto sentita non solo per il morire quanto per una sorta di rancore che il morto avrebbe contro i vivi, perciò ad ogni segno, emblema, oggetto che rappresenti la morte, il carro nero, i ceri accesi, il catafalco, il “tavùto”, il velluto nero, le croci e le architetture cimiteriali, la gente faceva scongiuri. E poi la grande schiera di becchini, i commemoratori di Jorik che riportavano alla luce il cranio svuotato della morte, il loro dialogare con esso.
Lo “scavafuosse” operava oltre confine, era un ricercatore che usava la pala come sonda, non solo per svuotare la fossa ma per provocare la profondità dell’inferno a cui andavano sottratti i corpi perché si ricongiungessero all’anima.
Un battitore delle siepi, un picchettatore delle aiuole e dei tumuli, un esploratore, un frontaliere che fa contrabbando tra vivi e i morti nella consapevolezza che nulla si crea e nulla si distrugge. I morti soffiano nelle frasche, nelle fronde degli alberi, sono polline e vento.
Lo “scavafuosse” è, fino a metà del secolo scorso, il calabrone che riproduce la funzione gamica ed appartiene anche alla sparuta schiera dei traghettatori, come “l’arracamu-orte” e il “‘cocchiere” con cappello a tuba, che comanda i cavalli. Questi i naviganti della morte, che trasportano per paludi e per laghi, che remano su ciò che stagna, nel mare calmo delle barche e dei velieri, da Caron Dimonio a “Ministro”. Essi detengono il libro delle tumulazioni, dei sotterrati, dei cassettoni pieni e di quelli svuotati, dei cipressi da potare, delle targhe e dei lumi, degli onici e dei marmi. Hanno dimestichezza e confidenza con i morti, decifrano il silenzio rotto dal pianto. Gli aggiustaossa invece curavano le fratture e le slogature. Pasquale Robertiello di Laviano, uomo tondo e sanguigno, becchino e pertanto avvezzo a manipolare le ossa, adoperava la stoppa e l’albume per le ingessature. Ma vi erano quelli che usavano infilare “u culm”, una sorta di catetere, nell’uretra di tutti coloro che non potevano orinare o che incantavano i “pappoli” nelle lenticchie, i vermi nell’intestino tramite aglio e preghiere. A quelli che diventavano gialli in faccia per l’itterizia prendevano le misure (au marcatura) facendoli stendere supini sul pavimento.
Le masciare intanto ponevano la scopa davanti alla porta. Vi era la paura per la morte privata: si è chiuso! Si diceva di un vecchio amico che non s’incontrava più per le vie del paese perché si era rintanato nella propria abitazione in preda allo strano languore, l’attesa di morire.
Con l’approssimarsi di qualche nefasto evento o per il panico causato da una tremenda epidemia o per la paura dell’avverarsi di luttuose profezie, si spopolavano i paesi e tutti, con le lucerne, cantando, con il fiaschello di vino (notizie fornite dal dr. De Santis di Castelgrande) nelle mani, o pregando, si recavano alle fosse comuni. Nel giorno della conversione di San Paolo, il 25 gennaio, di notte, per antica e diffusa credenza, dallo stato del cielo si deduceva il pronostico delle vicende climatiche e agricole dell’annata. In tale giorno, che si chiama il “San Paolo dei segni, il contadino disastrologo Francesco Franco, negli anni trenta, traduceva dal cielo i fasti e i nefasti dell’anno.
