GIAMPIERO D’ECCLESIIS

Il paese era piccolo aggraziato, di quelli silenziosi di montagna dove non succede mai nulla, nella piazza del paese, di fronte al Duomo, il Palazzo del Municipio e di fianco tra la Farmacia Fortunato e la Pasticceria Tripoli l’antica latteria caseificio Riccadonna.

Il Cav. Antonio, fondatore dell’azienda, aveva cominciato con 4 mucche da latte e una botteguccia, guardando con aria sognante le mammelle delle meravigliose frisone che aveva acquistato al mercato di Benevento, si illanguidiva e sussurrava,

-At’ ca i zizze e’ muglierema !-

In effetti Maria Ricotti, sua consorte, a differenza delle frisone predette, era piatta e asciutta come una etoile della Scala.

Ora saranno stati i desiderata del Cavaliere, sarà stato l’effetto del latte di frisona, la loro unica figlia, Marisa, uscì dalla pubertà con un’ampia quinta di reggiseno rigogliosa e ubertosissima.

Tra i giovanotti del paese rapidamente Marisa divenne oggetto di corteggiamenti serratissimi ma Lei, sdegnosa, rifiutava ogni proposta, pur non essendo affatto avara nel mettere a disposizione degli sguardi avidi dei più la sua mercanzia più desiderata.

Insomma appena Marisa cominciò a svolgere lavoro alla cassa della latteria ci fu un considerevole picco nell’afflusso dei clienti.

Quando poi il Cavaliere, pace all’anima suam andò a fare formaggi nel mondo dei giusti, in Paese ancora di più si avviò la caccia alla bella lattaia.

Marisa ci marciava avvantaggiandosi negli affari, del resto chi resisterebbe davanti a due bianche mezzelune piene che fanno capolino da una generosa scollatura alla richiesta –Dottò ve le prendete due mozzarellone fresche fresche?

E le mozzarelle andavano a ruba.

Luigino Serafini, addetto di segreteria al Municipio era magrissimo e pallido, due baffettini sottili sotto un naso diritto ed affilato e due occhi mobilissimi sotto un paio di occhiali con montatura in metallo color oro.

Timidissimo com’era ,ogni volta che la lattaia gli diceva –Don Luigì v’è pigliate duie belle muzzarelle?– riusciva appena a soffiare un si prima che la gola gli si serrasse per l’emozione.

Or bene si capisce che, in siffatta situazione, le chances del povero Luigino erano scarse assai stretto tra la sua timidezza e la concorrenza dei più prestanti uomini del paese, ma Luigino aveva l’arma segreta, anzi due, ma la seconda la sveleremo più innanzi nella trama.

Luigino aveva l’animo poetico e la lattaia abituata ai paesani e ai vaccari che lavoravano per lei, come tutte le donne troppo terragne, era segretamente desiderosa di un uomo veramente romantico.

L’estate al paese quell’anno fu caldissima e la vista di quella prosperità lucida di un velo di sudore colpiva l’animo e il desiderio del timido Luigino oltre la soglia del tollerabile

Le lunghe notti insonni, sudate, pian piano demolivano la saggezza e la timidezza del povero Luigino e fu così che, in un eccesso erotico-sentimentale, vergò i seguenti versi appassionati:

Dalle profondità dei seni

fino al collo,

dalla coppa ubertosa del tuo ventre

Amore voglio bere

Elisir d’amore come latte

e poi anche morire sarà dolce.

Con mano tremante ripiegò il foglio e incerto, temendo di esser visto, lo fece scivolare vicino alla cassa firmandolo un amante fedele.

L’effetto sulla lattaia fu di una potenza micidiale: calori, vampe, un continuo richiamo delle mani al basso ventre, insomma la poesia di Luigino appicciaie a Marisa.

Certo doveva essere un cliente, ma chi? Il guardio comunale che la guardava con occhi spiritati? Chillu puorco del farmacista? No, non era possibile, in quelle rime non c’era solo desiderio, c’era proprio Ammore, quello bruciante e passionale delle mille canzoni neomelodiche che Marisa ascoltava alla radio.

Luigino al bar del paese dall’altro lato della piazza sorseggiava il caffè freddo fissando la latteria, troppo insistentemente.

Marisa se ne accorse.

-Che uocchie che tene Luigino! Putesse essere isso?Ma noo no, nun parla mai!-

Ma il pensiero, unito agli sguardi di Luigino fecero cambiare qualcosa nell’atteggiamento della lattaia.

Buongiorno Don Luigino che posso servirvi? Due belle mozzarelle fresche fresche?-, sporgendo il busto in avanti quanto bastava per azzerare completamente la salivazione e le capacità cognitive di Luigi.

Ve… ve… ve… veramente io io io io non so, ecco si datemi sti duie muzzarelle

lo disse senza intenzione, ma le profondità limbiche del suo cervello lo obbligarono a guardare le zizze della lattaia, come a rendere inconsapevolmente evidenti quali fossero le mozzarelle agognate veramente da Luigi; lei, maliziosa e implacabile, sporse ancora di più il busto in avanti e disse

Favorite?

ghaaaaaaa

fu il lamento di Luigino che svenne.

Lo portò a braccia nel retrobottega per soccorrerlo, lo stese sul divanetto del Cavaliere suo padre e fece per portargli l’acqua, approfittò dell’incoscienza dell’uomo per dargli un’occhiata incuriosita: secco era secco, non c’è che dire e insomma non era mica brutto, lo sguardo fu pian piano deviato lì dove le profondità limbiche di una donna talvolta indugiano guardando un uomo e…. non era magro dappertutto, per niente, anzi c’era un certo particolare rivelatore sulle cause del deliquio che lo aveva portato a finire a terra.

Luigino aprì gli occhi.

Oh mamma mia signor Luigino che paura mi sono presa bevete un po d’acqua vi do’ una goccia di caffè?

Quando si chinò a offrire il caffè all’uomo il petto prosperoso si distese come un vassoio e nella confusione del momento, tra deliquio, emozione,turbamento, come fù come non fù Luigino se truvaie na zizza mocca e nun se capette niente cchiù.

La signora Russo appena entrata in latteria sentì trambusto e un rumore cigolante provenire dal retro negozio chiamò:

Marisaaaa? Marisaaaa? Ma è successo qualcosa?

Nie…n te. Si gnò. Ni….e…n…te. Sto oooooh pruanne na nova machina pe…faa uuh maronna santa! pe faa a ricotta.-

-Torno tra una mezzora Mari’?-

Turnate dimane l’e..ser…cizio mo chiuuuuude!-

Se aizaje a coppe u’ divane, dicette “Luigi’ aspetta”, chiurette il negozio e turnaje con una tazzina di caffè girando maliziosamente il cucchiaino.

Luigi’ to pigli nu goccio ‘e cafe?

Facimme ambresse ambresse, miettece a zizza arinta e viene ccà!

Capitava spesso che Luigino, entrando in bottega si sentisse dire:

Luigì, t’ho piglie ‘o cafè?– E isso – Mari’ preferisco o’ cappuccino!-; subito dopo, sbrigati i clienti, chiudevano l’esercizio e fuivano nel retrobottega ridendo.

Furono felici a lungo.