LA CARTA DELLA TERRA
LUCIO TUFANO
“La più dura e la più tragica realtà si affaccia imponente nelle aule “sorde e grigie” di Ginevra ove si tenta invano di arrestare la fatale marcia dei popoli verso gli orientamenti di giustizia, che nel campo politico sociale ed economico, l’Italia, madre perennemente feconda del diritto, addita alle genti con gli antiveggenti insegnamenti del Duce.
Fra le incertezze dei governanti e il crescente disagio della situazione, un grido si eleva, possente e dominante, che è invocazione e aspirazione, non più contenuta né contenibile, di riposo, di pace, grido che la tormentata anima dell’umanità lancia a se stessa, con la fremente tensione con la quale si lanciano gli ultimi disperati appelli di soccorso:
Torniamo alla terra!
Questa drammatica implorazione viene lanciata in una buia giornata di dicembre del 1933 a Potenza presso la sala che accoglie gerarchi, impiegati, dirigenti, professionisti, mondo della scuola e tecnici della agricoltura lucana e di camerati.
Terra Lucana! – Può sembrare fuori luogo, intrattenere su questo argomento figli di questa nobile terra lucana di cui è vanto l’essere essenzialmente rurale …” – esordisce l’oratore alla assorta platea “defezioni in massa del lavoro delle zolle non si sono mai avute, perché anche quando, nei periodi di tristezza e di deprimente abbandono, gli Italiani traversavano gli oceani in doloroso esodo, anche allora la zappa e la vanga erano gli emblemi dell’emigrante lucano e la speranza nutrita nel cuore di ognuno, viatico al volontario esilio, era quella di tornare in Patria per acquistarvi col sudato risparmio almeno un palmo di terra al sole.
Ed è il tenace e duro attaccamento alla terra che si respira in questa regione che trasforma la parola in un inno”.
“Salve Lucania forte e generosa! – così l’oratore si scioglie in una invocazione retorica ed inneggia ai miti dell’antica Roma e alla prodigiosa presenza del regime instaurato da Benito Mussolini – non a Te si rivolge l’appello del ritorno alla terra, a Te che esprimi dal tuo fecondo seno figli che vivono con la zolla in una simbiosi che riporta la mente ai lidi georgici; che quasi fuoco di testa, serbano viva da millenni la fiamma di ruralità che il Duce agita come faro di civiltà nuova, di ordinamenti più aderenti ai bisogni istintivi dell’umana società”.
“Per questo senso di ruralità di cui si sostanzia la tua gente, prima di ogni altra regione vedrai rifiorire gli opimi splendori che già allietarono le tue terre sulle spiagge ioniche, sorrise dai vasti orizzonti del mare; vedrai tornare sui tuoi monti le operose attività agricole-pastorali che già ne furono caratteristica ricchezza e per le vallate ubertose si attiveranno, come nel più remoto passato, scambi e traffici”.
L’oratore dedica al Fascismo tutta la necessaria forza rinnovatrice perché tutto si verifichi nel mito della gloria del passato e in quello della futura prosperità di una regione e di un popolo che, seguendo gli impeti della Patria rinnovata, “nel nome del Re e del Duce, muovono sicuri il passo sulle vie imperiali di Roma”.
