Il manubrio del commercio, i viaggiatori di Potenza

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LUCIO TUFANO

 

 

Barche senza vele, di montagna, motori in emersione per un mondo da sempre sommerso, questi furono i viaggiatori di commercio. Possedevano qualche elemento diverso dal comune, legati alle città, alle grandi città. Sapevano dell’esistenza di Bari, di Napoli e di Milano, perché frequentavano queste città, indossavano abiti “Principe di Galles”, impermeabili, calzavano scarpe di lusso e copricapo, coppole o Borsalino, con guanti di pelle gialla o rossa. Portavano valige in pelle e borse eleganti.   

V’era in qualcuno di loro quest’aria da capitale, la novità del moderno che affascinava la gente. Altri erano più nostrani, casarecci e buontemponi, barzellettai ed intemperanti, intraprendenti e parolai, altri parlavano sommessi, solo quando era necessario.

Giravano, dopo essersi inerpicati con qualsiasi mezzo, anche a piedi, dalla Stazione Inferiore, fino sulla piazza e sulla via Pretoria, alla ricerca degli alberghi. Valige grandi come barili, piene di bassa merceria: aghi per cucire a mano ed a macchina, bottoni automatici, bottoni per camicie, giacche e pantalone, ditali, chiusure lampo, elastici, nastri, trine e cotone, passamanerie, sottocinte per gonne rigide o elastiche, lacci per scarpe e scarponi, cromatine “La Vittoria” delle fabbriche di San Giuseppe Vesuviano, “centimetri” per sarti, spagnolette di filo, rocchetti, cravatte e capesciole. Portavano anche una sottovaligia piena di bigiotteria media, fine o falsa, di collane e specchietti.

Questa era gente ambulante, disincantata a trafelata che faceva la spola da Napoli a Potenza. Vi furono quelli dal “bernoccolo degli affari”, venditori grossisti che si partivano da Trivigno, come i fratelli Alfredo e Michele De Marca o come Nicola Pisano, per imbattersi nei grovigli di balle e di bancarelle delle fiere e dei mercati, o tra i magazzini intasati delle grandi città.

Qualcuno arrivava fino a Milano per tornare da noi con le novità dell’industria settentrionale.

Veri e propri capitani di bastimento, imprenditori o ausiliari del commercio, linguaggio comune, parlantina corrente, gergo tra il napoletano e l’italiano, frasi spicce.

Alfredo De Marca, il pioniere, viaggiava nel 1942/44 con la 500/14 o con il “Balilla” a tre marce. Più volte lo aveva fatto con i muli su per le strade che portano a Castelmezzano ed a Pietrapertosa.

Nelle taverne, un banco con sgabelli per sedersi, si rifocillavano con salame ed uova fritte e si dormiva in stanze da cinque o sei letti.

V’era chi recava nei suoi contenitori anche roba alimentare, come baccalà salinato e stoccafissi, aringhe in salamoia composte a corona nei tinelli di legno, le “alicette, cento un boccone”, pesce al peperoncino con sale.

Altri si occupavano di abbigliamento, “la commerciale Basentina”, come Giuseppe Larocca, di corsetteria “Biondetti”, o come Giovanni Santarcangelo, con la lana “Gatti”, “Fildar” e “Pinquen”, filati per aguglieria, confezioni in maglia … e poi c’erano Giraldi e Ciciriello.

Nel girare per contrade e paesi della Lucania, molti si fermavano presso le masserie dove ottenevano ospitalità, o nei villaggi. Dormivano nelle squallide locande dei paesini con cento lire al giorno di guadagno netto. Si era negli anni ’40, intorno agli eventi della guerra e del dopoguerra.

Un punto geografico, una stazione di sosta, qualche posto di ristoro? A Terranova del Pollino, attorno alla grande tavola di Zì Peppe “Tubbatte e tubbit, mai chino mai vitt”, o dove si mangiava per pagare sempre lo stesso prezzo.

A Noepoli si giunge dopo inaudita fatica, prima utilizzando qualche mulo, dopo con un postale traballante per strade non asfaltate, ancora primordiali di curve e di massicciate. Sono gli eroi dell’industria del Nord, i vessilliferi del “Campari” e del “Gancia” dei liquori in caraffe di ceramica o di cristallo, della novità dolce e spiritosa che infonde calore quando la temperatura è rigidissima, il doppio “Kummel” e la “Vodka Keglevic”, il Brandy che prima si chiamava “cognac Buton”, lo Sherry, la Strega ed il Fernet, l’Anisetta Meletti. Sono gli alfieri della reclame, dei colori e degli oggetti-regalo da distribuire gratis ai tristi e preoccupati rivenditori del paese, sempre alle prese con la difficile vendita al dettaglio. Eppure il liquore è più raro e prezioso e vale molto più del vino.

Letteratura spicciola di provincia illustrata e vissuta dai viaggiatori di commercio. Il sapone “Tripoli” approdato nelle terre della Libia conquistata da poco, il sapone “Vittoria” impastato con il sego lasciato come bottino di guerra, dagli austro-ungarici in ritirata, il sapone “Lo Faro”, che è sinonimo di igiene e di civiltà, il sapone “Landolfi” della faccetta nera, lo “Scala” e l’”Asborno” viaggiano in Topolino o in berlina. Alla guida c’è il viaggiatore, l’autista in conto proprio, con la borsa colma di doppio-commissioni e di etichette pubblicitarie, listini prezzi e cataloghi di marche. Spesso le automobili sono a furgoncino, più spesso si tratta di 1100 o di vecchie Fiat. Ma la “Topolino” gialla e nera è colma di cartoni contenenti scatole di lucido “Tana” di tutte le misure e colori, altre automobili, qualcuna che va a carbonella e fa rifornimento nei boschi, stazionano fra i lupi, sostando davanti ai pubblici esercizi, nei piani inclinati delle piazzette dei paesi, attendono nei pressi dei punti vendita, ancora chiusi, il bottegaio.

Si tratta di sancire un voluttuoso connubio fatto di confidenziale retorica, di presentazione di quei prodotti che hanno come pubblicità la fiaccola emblematica del ‘900 più moderno: “Gala” dentrificio e saponette, “Marga” della Sutter, Ferrochina Bisleri, Elah e cioccolatini Pernigotti, “Nord-Pol” prodotti per gelati e “Motta”. Antonio Fanelli viaggia anche nell’auto a furgone che reclamizza i “prodotti Motta”. Ma i furgoni sono quelli della pubblicità della “Brill”, della “Ebano” della “Singer”, di Urbino, Lorusso, di Antonio Perretti, il più moderno dei rappresentanti, uno dei primissimi operatori del commercio al cui merito vanno le attività di altri suoi allievi e collaboratori che, con la sua guida, hanno percorso le strade della regione per ogni più recondito paese. Le valige del campionario, le borse delle circolari, gli articoli da mostrare, viaggiano con il Super-Faust, con le mignon della Stock di Trieste, i detersivi profumati del dopoguerra e con gli slogan riportati ai fianchi delle auto “mentre lei riposa, Radiopol lava ogni cosa”. Decine, forse centinaia di automobili sguinzagliate dal 1930 al 1950 e 60 sulle strade della Lucania, centinaia di contratti, di mandati, di attestati e medaglie.

Hanno guidato imperterriti, su per i complicati tornanti delle vecchie strade dell’appennino lucano costituendo un importante anello di congiunzione tra il capitale del Nord ed il lavoro del Sud, tra la produzione ed il consumo, per territori inesplorati e con guadagni quasi pari alle spese, saltando anche il lucido per calzature con il nerofumo o lo strutto che usavano i contadini per le scarpe della domenica. Ma Antonio Fanelli, instancabile viaggiatore della Florio, della Cinzano e della Buton, ha la musica nel petto e la pazienza di guidare per ore ed ore.

Alla fine di ogni meeting organizzato dalle ditte produttrici, si alza in piedi e, montando sulla sedia, proprio al brindisi di fine pranzo, canta da baritono “Santa Lucia Luntana”, riscuotendo l’applauso di tutti. A lui, ed agli altri, a Leonardo De Benedictis, a Michele Cantore, al Barone “Sica” Restaino, a Cavaliere, a Cuscino, a Crisci, a Pesce, a Sellitti, ed ai più giovani come Cappiello, agli eroi degli instancabili percorsi in automobile, che hanno colmato distanze geografiche e temporali nella più dura delle regioni, al fine storico e consapevole che coinvolge di solito i più dinamici, va il merito e la gratitudine per avere, con l’ausilio dell’automobile, fatto marciare le nostre contrade in direzione del progresso.

Ma l’auto a furgone ha solcato il silenzio dei paesi, su per le stradine di montagna, nelle fiere del Santo Patrono, a sciorinare le tele ed i percalli, le giubbe americane, le maglie verdi e marrone, le coperte di biancheria, i corpetti ed i gilet usati, i panni militari.

Ed il Leoncino O.M., con l’altoparlante che avverte l’arrivo dell’assiduo merciaio, la musica che intercala l’annuncio ed affascina la ragazza, accorsa ad ammirare le pentole d’alluminio, i catini di plastica, i tappeti, le scope di piuma, i battipanni e le altre scope a quattro e cinque fili di vera saggina “Cicognara” di Firenze.

Il merciaio che, come un brigante dell’800, invita la ragazza a salire nella cabina: “Ti porto a Ripacandida, candida ripa come il candido lino, per fare l’amore” ed intanto le fa provare la gioia di un giro in macchina attorno e dentro il paese.

Come non citare, infine, centinaia di venditori, propagandisti, esercenti dell’ambulantato, nomadi del commercio, dell’auto a furgone e del linguaggio, che con dimestichezza e consumato esercizio recarono il gergo della Duchesca e di Forcella, di Napoli mercantile, a mò di passaporto, i modi e l’intercalare, anche da noi.

Tutti quelli del “conto terzi” e del “conto proprio”, gli autotrasportatori, gli spedizionieri, i corrieri come “Minguccio”, quelli dei “Traslochi” che hanno in tutti quegli anni percorso strade ed autostrade, frequentando posti di ristoro, divenuti famosi, ed animato le soste presso le grandi stazioni di servizio.

A tutti costoro va il merito di aver fatto circolare merci e ricchezza.

 

LE FOTO SONO STATE TRATTE DAL PROFILO FB POTENZA D’EPOCA

 

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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