IL MARTELLETTO

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Dino De AngelisDINO DE ANGELIS

Il telefono di casa sembra essere diventato un oggetto in via di estinzione. Lo sa bene la signora che sta in cucina affaccendata tra servizi e pensieri. Lo sa perché quando quel telefono squilla, non ci si può sbagliare: è certamente qualcuno che lei conosce bene. Non è come sui cellulari, sui quali sempre più spesso arrivano telefonate indesiderate, call center che, non si sa come, hanno ottenuto il tuo numero e ti bersagliano con offerte di tutti i tipi. La telefonata sul numero fisso è una telefonata che si preannuncia piacevole. La solita chiacchierata con l’amica. Ma stavolta non è così: la voce è fin troppo seria, e avverte la signora che c’è stato un incidente. La parola “incidente” scatena nella donna tutte le preoccupazioni che in quella mattinata aveva mentre lavorava in casa. Le donne le sentono certe cose. Il figlio è in gita con altri compagni di scuola, un liceo classico, tra Francia e Italia. Al ricevimento di quella notizia, di quella parola, la donna balbetta, non sa cosa dire. Non aveva mai ricevuto una telefonata sul numero fisso con un fardello così pesante. Il poliziotto dall’altra parte non ce l’ha un lessico particolarmente forbito, ma in casi come questi non ci sono parole che pesino di meno. La donna è terrorizzata, chiama il marito, decidono assieme cosa fare: partono, adesso, subito, destinazione: uno dei paesi più belli del mondo, l’Italia, una delle città più romantiche al mondo, Verona.

Proprio nei pressi di Verona, infatti, è accaduto che un pullman di studenti ungheresi ha urtato violentemente contro un pilone sull’autostrada, in una località dal nome beffardo: San Martino Buon Albergo. Il marito arriva a casa di corsa, la notizia non è confermata ma sembra che ci sono dei morti, alcuni ragazzi non ce l’hanno fatta, la donna e l’uomo fanno un milione di preghiere affinchè non ci sia anche lui, tra quelli. Mille domande affollano la loro mente mentre la macchina corre dall’Ungheria sulle autostrade d’Europa, ma restano scolpite nel cuore le parole del poliziotto al telefono: “C’è stato un incidente, ci sono dei morti, ma  non siamo ancora in grado di identificarli”. La strada è lunghissima, i due in auto tremano, ma la donna cerca di conservare la calma per far sì che il marito non faccia imprudenze alla guida. Ed è attaccata al cellulare per tutto il viaggio, dalla loro casa in Ungheria fino a quella maledetta località veneta. Mentre passano le ore, sul cellulare della signora il quadro si fa sempre più chiaro, ci sono stati 16 morti – la donna non credeva che sarebbe mai potuto essere possibile che potesse esserci il suo figlio quindicenne tra loro, cosa ha fatto di male, povero ragazzo?-.  Tra le notizie concitate che arrivano, una la avverte di uno dei ragazzi che è stato trovato dai soccorritori riverso all’interno del pullman con il martelletto in mano. Mentre il pullman andava a fuoco, quel ragazzo è riuscito a spaccare i vetri per tentare di uscire, e così facendo ha permesso ad altri di scappare da quella gabbia di fuoco, ma lui non ce l’ha fatta ed è rimasto travolto dalle fiamme. Quel ragazzo era suo figlio.

Stesso giorno, stavolta siamo in Basilicata. Un altro un autobus che trasportava una trentina di studenti dell’istituto agrario di Marconia e del liceo classico di Nova Siri ha preso fuoco sulla ss 106 ionica all’ altezza di Nova Siri, forse a causa di un corto circuito.   Arriva un’altra telefonata su un altro numero di rete fissa ad un’altra mamma che sta in casa ad aspettare il figlio che torna a casa dalla scuola. Le parole sono più o meno le stesse: “Pronto, casa…? C’è stato un incidente del pullman che trasportava gli studenti”, ma per fortuna il finale è diverso: “stia tranquilla, signora, sono tutti in salvo”.  Stessa scena precedente, solo che la donna non l’aspetta nemmeno il marito, lo avverte per telefono,  prende la macchina e corre, corre indiavolata verso Nova Siri.

La carcassa dell’autobus sulla Basentana è un ammasso di lamiere nere, fumose e spaventose, e il suo sguardo cerca il figlio da qualche parte nella piazzola di sosta, ma sul posto c’è solo polizia e vigili del fuoco che stanno spegnendo l’incendio, e allora qualcuno le dice che gli studenti sono stati portati alla stazione di servizio poco più avanti. Non attende neppure che quello finisca la frase, ha già innestato la prima e si dirige di corsa ad abbracciare il figlio, impaurito ma illeso.

Non servono interrogazioni parlamentari. Non serve mettere in galera chi ha portato l’autobus degli studenti ungheresi verso la morte, perché quella condanna non restituirà il figlio a quella donna. Lei conserverà sotto il suo cuscino, fino alla fine dei suoi giorni, il martelletto con il quale il suo ragazzo ha permesso ad altri di mettersi in salvo. E quella donna, da quel momento, al telefono di casa, non risponderà mai più.  

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