IL MICROCOSMO LUCANO NEI SOGNI DEGLI ARTISTI

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LUCIO TUFANO

 QUANDO LA BORA SOFFIAVA DA MONTOCCHIO

La città chiude, restringe. Il pittore sconfigge la monotonia degli interni e si raffigura una “affacciata di finestra” sulla campagna. È il paesaggio!

       Quel suggestivo scorcio della salubrità appenninica, dalle lande di neve. Quando gennaio soffia da Montocchio e borea agita la svolazzante coltre nel turbinio della tormenta che non si placa al rauco susseguirsi del gallo, allo sbattere delle porte, ai cascinali infreddoliti, al fumo di radi comignoli, alle grondaie del gelo.

       E dalle concimaie viene il tepore fumigante delle stalle.

 

La campagna è immensa, profonda e misteriosa, ci raccoglie nel suo grembo con le case disseminate sulle fiumare e sui lembi di cielo.

ANGELO BRANDO- PRIME LUCI DELL’ALBA

Potenza è il centro più grosso, sede degli uffici, dei tribunali e delle carceri.

La campagna è dentro di noi e conserva la sua anima antica, i lamenti, i festini, la inesorabile fatica, le leggi naturali, i moti del calendario e i significati; le fiere, la festa del patrono, i pellegri­naggi, la semina, il mercato della città.

Siamo gli attori di un teatro, un angolo di mondo; viviamo sulla linea di frontiera, il confine tra città e campagna; paghiamo il dazio sulle derrate, balliamo la tarantella.

Nel bicchiere tracannato scorrono le pestilenze, i terremoti, le accese trebbiate, i crepitanti scrosci, le fresche sorgenti occultate al giorno dalle cupole folte delle querce.

Il “cugno delle brecce” racconta una natura aggressiva che pene­tra dentro le vie.

I grilli d’estate giungono fino alla piazza e balzano sui tavoli del caffè Pergola, sui palchi del Teatro Stabile e l’erba cresce negli interstizi dei muri.

Tra i molari delle pietre, sugli usci delle porte, il muschio feconda la base degli archi. Così accade ai castelli diroccati con le finestre vuote di cielo e avvolte di corvi …

Siamo i contadini, i figli dei contadini, i nipoti; tutto ciò che è storia, patrimonio, cultura è in noi, anche se la città indossa i vestiti di panno e i cappelli di feltro. Qui si appronta la nostra leg­genda di contadini di città, di quanti vivemmo la frugale storia di maggesi e di stagioni, di maiali trafitti dal pugnale, impiccati alle travi maestre delle navi primordiali. Diverremo i piccoli borghesi del palazzo, impiegati degli uffici, i sottoproletari che indossano come riscatto, la divisa dei provveditorati e delle sovrintendenze.

Quando la resa e l’omertà dei tempi hanno sostituito i fermenti, la memoria del segno e del colore ha sempre perpetuato nelle tele un antico rapporto violato dalla logica delle costruzioni.

Centro storico e campagna sono le costanti di una pittura dei vasi comunicanti che nel paesaggio, ha trovato il modo di traman­darsi nelle diverse versioni di stile e tecniche.

Se è vero che ogni città implica staticità nelle sue forme strutturate e dinamica nella sua storia, è anche vero che Potenza più che “dire” il suo passato, lo contiene. Lo contiene nel suo centro storico, cuore e baricentro del suo equilibrio topografico, bussola delle latitudini e delle longitudini urbane, balcone, barbacano e balaustra delle case e delle chiese.

Squitieri

Esistente e progetto, segno insieme delle strutture sociali, esito della circostanze determinate, testo dei modelli di vita e delle gerarchie di valori, risorsa e sfruttamento, campo di forze intera­genti, simbologia di realtà evocate, produzione e scambio, rap­presentano il diagramma psicologico del privilegio, del rifugio e delle disparità.

Da esso dipartono la identità di città meridionale, le sue com­ponenti, la sua centralità, l’origine della sua crescita, e quell’affla­to poetico che ha preso decine di pittori assorti a ritrarla negli scorci di paesaggio e nella sua poliedricità.

Spettava agli artisti cogliere questo pugno di città, di immagini, di relazioni, di impulsi sociali ed economici, nelle suggestioni e nella “memoria”, questo spicchio di mondo, questo riepilogo … e non era possibile, pena la caduta della sua identità, prescindere dalle sue vecchie pietre, dalle sue architetture, dagli

VINCENZO CLAPS

spazi e dai cortili, dalle piazzette, dai vicoli, dal suo grigio e dai suoi scorci di paesaggio verde-gialli, dalla sua atmosfera di stagioni, dal rumore diurno, dalle sue intermittenze postmeridiane.

Perciò sono inscindibili l’arte dalla comprensione dei temi che tratta, gli artisti dal giudizio dei critici, l’opera dal suo osser­vatore e l’esperienza del pittore dalla sua stessa vita e dal suo luogo di nascita. È così che prendendo in esame i quadri belli o meno belli, vi sono sempre interpretazioni da operare, equivoci da scansare, insidie da eludere. È sufficiente lasciarsi andare sul filo della memoria perché la vita e il mondo dei nostri pittori si riesumi non per categorie ideali, bensì per opere, iniziative ed esperienze, al fine di cogliere il valore finale che l’arte deve avere, il suo valore di poesia. Questo in sostanza l’esito che ci soddisfa, termine ultimo e naturale del lavoro pittorico, il solo che possa assicurargli durevole forza nel tempo.

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E questo anche perché il tempo, nel recuperare una sua dimensione, recupera la qualità delle produzioni d’arte. E se il tempo fissa una volta per sempre la realtà rendendola ossificata ed immobile, è pur vero che “la memoria è conservazione integra­le ed automatica del passato, il passato come realtà che sopravvi­ve a se stessa e si prolunga nel suo presente; una sopravvivenza indipendente ed integrale, una sopravvivenza in sé”.

Il pittore dipinge le cose che ama? Certamente, anche perché raramente egli dipingerebbe le cose che non ama. E qual è l’og­getto d’amore che egli ama dipingere? Egli dipinge il volto della sua città. È bene perciò definire i termini, i limiti, gli intrecci di esso. Le basi non nebulose e quelle che hanno bisogno di essere delimitate.

Si va così poeticamente a segnare il tracciato dentro il quale sviluppa la sua poetica. E l’atto d’amore diventa atto di possesso, nella sua tragicità e nella sua liricità. Il pittore si impossessa di una cosa che gli appartiene. E qual è la cosa che gli appartiene? La sua città, i suoi angoli, i suoi vicoli, le sue piazze, la sua campagna, infine il suo paesaggio. V’è quindi una condizione di rifugio dalle negatività, da ogni negatività, quella della società degli uomini, del lavoro, del potere, dei rapporti familiari, di tutto ciò che den­tro il suo animo è turbamento, angoscia. Ecco che cerca disperata­mente un approdo nella serenità di un atto che anche come soli­loquio, come fatto onirico, come ricerca per sopravvivere alla propria morte, agevola questa fuga dalla realtà negativa.

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Il paesaggio urbano e quello campagnolo sono stati una condizione di natura geografica, una aggettivazione carica di significati limita­tivi dal punto di vista spaziale e multipla nel senso delle relazioni e dei fermenti, specie se riferiti alla vita cittadina. L’evoluzione tecnologica ed economica è direttamente in funzione di quell’altra evoluzione che vede lo spazio dilatarsi. Il paesaggio richiama alla memoria i luoghi in cui si è stati volentieri, o magari si è sofferto, ma tutto trasfigurato e alleggerito, come distante nello spazio e nel tempo. Senza esservi costretti, i pittori si rivolgono alla imma­gine della città e a quella della campagna e vi ritrovano una loro esplicitazione e tensione emotiva.

            La campagna e la città in osmosi e come transfert, non disgiunte nella istantaneità di un univoco lirismo. Perché anche partecipando alla vita della polis, la borghesia trasferiva nella campagna i segni della città, alla linea del palazzo collegava anche quella del palazzo agrario e baronale, alle costruzioni notabiliari di città le rade costruzioni, altrettanto nobiliari, del soggiorno rurale, delle ville e dei villini quasi recandovi le molteplici tensioni che vive la città.

Si è trattato infine di una sorta di approccio della città scaricato nella campagna.

           

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Potrebbe mancare il respiro per le estese pianure battute dai venti, le coste e le scogliere lambite dai flutti, potrebbe colpire la mole in alto proiettata e la massiccia costruzione di ferro della Tour Eiffel, e la maestà della cattedrale di Notre Dame a Parigi, il duomo dl Colonia, il Reno solcato dalle navi e dalle chiatte, o l’Atomium, fungo procace di Bruxelles o la vastissima Place de la Concorde con l’armonia delle piazze giocattolo di Amsterdam e di Bruge.

Si potrebbe pensare all’immenso aggregato di strade e di ponti, di canali, di grattacieli e di affollate e frequentate avenues, verti­ginosi aspetti del mondo moderno, delle metropoli, del macroco­smo.

Ma ci avvince ancora questo angusto microcosmo, suggestivo e profondo, questo infinito scrutato dentro il finito, questo buco, angolo, questa piazzetta e questo vicolo, questi elettroni di polve­re che ruotano vorticosi attorno ad un nucleo centrale, nella memoria, questo spicchio di cortile, questo stretto, insignificante attico, semplice curva cui il tempo non diede mai tregua.

A Largo D’Errico, nel vecchio centro, ruotano immagini e indu­giano poeti; le case e le porte nell’iride concava dei pittori.

ERCOLE BIANCHI

È così che ogni forma, ogni espressione proviene dall’estro artigiano, dalla inesauribile tenacia, dalla applicazione continua, dall’amore per la cosa costruita, l’oggetto creato, la dedizione agli attrezzi.

Credo per tutto questo nell’arte che si sublima dopo la fatica, nella prova e nella riprova, credo nella perspicacia, nella sensibilità, nella tenacia, nella tattilità delle mani, delle dita elettrizzate e nervose, nella estenuante esattezza del foglio, nella abilità dello scrivere, nella misura paziente, nella inventiva di sfere e di cuspi­di, nella puntualizzazione di calcoli, angoli e linee, nella squadra­tura della tela, nell’esito finale, nel manufatto.

Una tradizione, viva ancora oggi, della organizzazione e divul­gazione di ogni espressione dell’ingegno, il bisogno di uscire dalla monotonia dell’anonimo.

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Sin dagli Anni trenta, da quelle mostre d’arte indette ed orga­nizzate dal regime fascista, e che annoverano nelle giurie pittori come Concetto Valente, Angelo Brando, Ercole Bianchi, Michele Giocoli, Remigio Claps, il paesaggio e i suoi scorci sono i temi dominanti.

Paesaggi sono quelli di Remigio Claps, di Cesare Colasuonno, di Ercole Bianchi (Valle del Basento), di Beniamino Gargiulo (case rustiche), di Pietro Antonuccio (case campestri), di Michele Giocoli (Potenza che scompare, Il Carro, Il Basento da Ponte San Vito, Periferia di Potenza, Alle foci del Basento, Campagna in autunno, La nevicata, Paesaggio con neve, Dragonara, Centomani), di Edoardo Luzzi (Casa all’Epitaffio. Case di Via Mazzini, Rione San Rocco, Porta San Giovanni), di Alessandro Cassotta (Castello di Melfi, Paesaggio), di Vincenzo Radino (Paesaggio), ed infine di Italo Squitieri (Strada Lucana, Fiera finita, Quartiere di campagna, Potenza). Paesaggi sono ancora quelli di tutti gli altri pittori che hanno segnato il lungo arco del Novecento pittorico potentino.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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