TEATRO CITTA- 2)

LUCIO TUFANO
È così che il novecento borghese si trascina nella piccola città di provincia con i pranzi a base di Huitres de Fusaro, brodi ristretti come i consommé Printemps, sughi di mitili come i Dentale sauce d’ecrevisse, le Frincadeau de veau à la Bourguignonne, gli asperges (asparagi) “serviti in piatto berceau de saxe di ceramica. Il fagiano è un faisan su di un canapé di tartufi. L’insalata romana è indicata come salade coeur de Romaille. Il gelato è corbeille de glas à la S. Vincent. Finanche i vini si trasformano – scrive ancora Carlo Rutigliano in Pietragalla blanc, Ruoti, Rionero vieux. Si finisce con lo champagne. La cronaca non dice se si tratti di spumante del Vulture”.
Il tenore dei banchetti è ispirato ad una etichetta piuttosto aristocratica, forse importata da altre città, per la celebrazione di anniversari o per la partenza e l’arrivo dei Prefetti. Potenza ebbe una vivace attività – scrive ancora Rutigliano – di pranzi e trattenimenti non solo su iniziativa delle famiglie bene, ma anche su iniziativa delle autorità, delle associazioni e dei gruppi politici. In casa del prefetto Quaranta per esempio il pranzo, allestito dal signor Giovanni Boccia, viene consumato su tavole jouchèes (ricoperte di fiori) e adorne di superbe rose Paul Neron e American Beauty, di splendidi garofani rossi Almonde e Loisette, di camelie, di mimose, di narcisi. (Cose del genere – aggiunge Rutigliano – si ripetono in tutte le famiglie ricche e nobili).
Ed ancora “nei ristoranti della città la «noce alla giardiniera», gli «asparagi di Sassonia alla francese», le «beccacce e pollastrini allo spiedo», il «dolce gelato alla Portoghese», e tra i vini il Pietragalla Vecchio da pasto, il gran spumante Cinzano, e a richiesta, lo Champagne di marca, il Ruoti e il Capri blanc, caffè, Cognac e Strega”. In quegli anni non sono da meno, anzi vanno per la maggiore, il Circolo Lucano, che allora si chiama Casinò Lucano, con i suoi «aprés diners» e il Restaurant Regina d’Italia, tra le cui attività, vi sono le riunioni conviviali della Società della Temperanza, e manifestazioni ufficiali e private.
Potenza di allora è una cittadina isolata tra i monti, un po’ troppo moralista e con la “puzza al naso”, schizzinosa ed intollerante. Sono i tempi in cui gli stranieri vengono in Italia e gustano a Napoli i vermicelli con le vongole allo Scoglio di Friso, a Roma frequentano l’aliciaro a “San Carlo il corso” e gustano il brodetto di pesce al Pastarellaro o alla Rotonda, oppure a quello di Ulpia con la musichetta dei gatti randagi del Foro Traiano o fuori della città, attorno al pozzo di San Patrizio, a Firenze l’aspro sapore dei fagioli di Cencio …
Gli anni trenta vedono a Potenza scendere dalle carrozze le signore in tailleur e in redingote, accompagnate da avvocati e uomini del regime, per entrare nell’albergo Roma in Piazza Sedile, dove zi Nard e la signora Lucia gestiscono uno dei più importanti ristoranti della città. Tutte le posate e le salsiere, le brocche e le saliere, ed altri utensili sono in argento.
Ai tavoli vengono serviti gli antipasti, salame affettato, sottaceti, alici marinate, broccoletti al limone, cavoli lessati. Poi, i primi piatti consistono in portate fumanti. Non mancano braciole e bistecche ai ferri con contorni vari. I solerti camerieri in giacca bianca e pantaloni neri, vengono dalla cucina ove la signora controlla l’andamento della cottura e dell’allestimento. Ai tavoli sono seduti i gerarchi del P.N.F., i professionisti del posto, qualche viaggiatore di commercio, magistrati della Corte di Appello, funzionari ed insegnanti. Le serate poi sono destinate alle cene con amici, studenti e professori del Liceo “Quinto Orazio FIacco” sia al “Roma” che al “Lombardo”.
Il “Vittoria” in via Pretoria è gestito da due coniugi, per l’esercizio di albergo-ristorante. Vi presta la sua opera un cameriere napoletano che somiglia a Churchill. Si servono vermicelli al sugo e bistecche di vitello, giardiniera e affettati di prosciutto, insalata, pesce arrosto e in umido, polpette arrosolate, frutta e caffè.
CONTINUA…