MARGHERITA MARZARIO
Salandra, paese di cui essere fieri perché culla di cultura (dai tempi della Magna Grecia), quella cultura di cui sembra perdersi traccia: il mio paese di nascita cui non mi sono potuta legare come avrei desiderato per varie ragioni, tra cui crescere con la consapevolezza che si avvicinava il tempo in cui l’avrei lasciato. Non tornare a viverci stabilmente non significa sradicarsi dal paese o sradicarlo dal cuore, dove c’è e ci sarà sempre un posto riservato, come per i primi amori o per gli amori non corrisposti!
Salandra, la mia nascita, la mia infanzia silenziosa con me stessa e sommersa in me stessa, i miei nonni, tante persone che non ci sono più, tanto che mi è stato dato, tanto che mi è stato tolto, tanto che avrei voluto, tanto che non ho potuto…
La stradina in cui sono nata; la scuola dell’obbligo in cui mi sono formata; la seconda guerra mondiale vissuta dai nonni; i sacrifici dei genitori; lo studio in cui mi chiudevo; gli sguardi che evitavo; il silenzio che mi caratterizzava; la salsa di pomodoro e la salsiccia che ho imparato a preparare e che non ho più fatto; il suono della zampogna nella messa della notte del Santo Natale; il sibilo del vento nevoso d’inverno; lo scoppiettio del fuoco; lo schiamazzo delle galline la sera del terremoto del 23 novembre 1980; lo scricchiolio dell’altalena legata all’albero del fico; il sussurro notturno dei rami frondosi; le storie fondate o inventate nei pettegolezzi; gli sposi che si correva ad ammirare, quando passavano lungo la “via nuova”; le scorciatoie per tagliare le processioni; la solidarietà su cui contare; le suore dell’asilo nido; la semplicità in tutto e di tutti… Salandra: so quel poco o tanto che mi ha dato, ma non saprò mai quello che sarebbe stato se ci avessi ancora abitato. Malinconia o nostalgia? Semplicemente poesia: quella scritta tra le righe dalla vita!
La vita di una volta in un piccolo paese: bisnonni fornai, parenti suonatori autodidatti, nonno contadino, padre muratore, madre casalinga, zio sarto, zia commerciante, zio tuttofare e affabulatore, cugino camionista… Si seguiva il loro esempio o, di sera, si andava dall’uno o dall’altro e si viveva dei loro racconti e si cresceva con i loro racconti. Vita di oggi in un piccolo paese: case disabitate, strade spopolate, storie non più narrate, speranze vanificate… Rivoli di ricordi e nostalgia!
Scene di una remota fanciullezza in paese: galline ruspanti sul marciapiede che espellono escrementi mimetizzanti con le piastrelle grigie bucherellate e la proprietaria – capelli sottili e ingrigiti, intrecciati e raccolti con lunghe forcine di osso, e con un grembiule scolorito e rattoppato – che le cerca con un richiamo onomatopeico (ancora riecheggiante nelle orecchie), un fondo di bidone messo sotto un canale arrugginito per raccogliere l’acqua piovana con una mistura di cenere da usare per il bucato, viti aggrinzite che si arrampicano lungo pareti scalcinate, un mezzo tronco d’albero usato come sgabello per le chiacchierate pomeridiane, un piccolo motocarro arancione considerato come trenino dei desideri per i giochi d’infanzia, giochi di un tempo, giochi senza tempo…
I ricordi si rincorrono e s’affollano: quando si andava ai ricevimenti nuziali in sale rustiche, ben lontane da quelle sfarzose e costose di oggi. Complessini di giovani autodidatti e appassionati imitavano i grandi successi del momento; i bambini (senza la presenza di alcun animatore) gironzolavano tra le coppie degli adulti che ballavano, e raccoglievano – gareggiando – da terra le “stelle filanti” e i confetti cannellini non preoccupandosi dei batteri. I camerieri (tali solo per quel giorno) distribuivano i “dolci della sposa” (diventati famosi come “sospiri”), su spianatoie di legno, agli invitati seduti su sedie comuni (e non sontuose come si usano ora) lungo i lati della sala. Di sera, pur non invitati, si accorreva per andare a spiare da fuori i presenti, commentare i loro vestiti o ballare di nascosto e partecipare comunque a una festa che era di tutti, perché ci si accontentava e si gioiva per poco, molto poco, anche per il niente!
Ricordi di vita paesana: ricordi comuni a centinaia di salandresi, soprattutto a coloro che se ne sono andati e a quei ricordi si sono aggrappati.
Chi non è nato e cresciuto in un piccolo paese non può (o non vuole) comprendere quanto possa dare e non dare un piccolo paese. Dà quelle piccole cose essenziali e preziose che, come gemme, si incastonano nella tua identità e ti seguiranno ovunque. Non ti dà tutto il resto che ti spingerà ad andare avanti, aprirti ad altro, adattarti alle asperità, affrontare le avversità, aspirare ancora. Comunque, ciò che è piccolo può essere contenuto nel grande e fare spazio per il di più, ciò che è grande no.
Salandra: si cerca la pace nel tempo seguendo i sentieri del bosco, la si trova la sera al tramonto nella zona senza tempo del Muraglione.
Salandra: Sal-andra. Chi è di Salandra “sal” (sala e sale) e lontano “andrà”!
Io mi sento davvero arricchita dalla mia infanzia e preadolescenza in paese. E mi sento un ramoscello di quel grande albero che non smetterà mai di portare frutto.
Paese nativo: quelle radici che, se si rinsecchiscono, non ci fanno vivere più!
Margherita Marzario
Insegnante, giurista, con la passione della lettura, della scrittura, della fotografia e di ogni altra forma di arte e cultura. Autrice di tre libri per Aracne Editrice (Roma) – fra cui “La bellezza della parola, la ricchezza del diritto” (2014) menzionato nel sito dell’Accademia della Crusca –, di oltre 160 pubblicazioni giuridiche citate in più sedi (testi giuridici, convegni, università, siti specializzati, tesi di laurea) e di altri scritti, già operatrice socioculturale nel volontariato (da quello associativo a quello penitenziario).
Nata a Salandra (MT), vive a Matera.