IL PECCATO VENIALE

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LUCIO TUFANO

 

La santità di una pancia ecclesiastica incute rispetto e devozione. Più è pronunciata e più è cardinalizia o vescovile. Ma è una pancia aristocratica dell’alta gerarchia della chiesa, quando non è la pancia di un prete di campagna che comunque sembra entrare nella generale contraddizione del “predica bene, razzola male”.

         La pancia dei reverendi è sacra, ma è anche dovuta a quella sensualità occulta che si focalizza tutta nel piacere delle papille gustative, se si pensa a quanto il costume, le regole e i testi sacri abbiano raccomandato, e giammai in quell’altro aborrito e severamente proibito: il piacere delle papille tattili.

         Ma un peccato veniale non è mortale, e la debolezza di essere ghiottoni viene tollerata dalle autorità ecclesiali.

         I sacri testi insistono sul peccato di gola come causa e ragione del peccato originale e di tutte le sue conseguenze.

         Infatti, che peccato è quello di Adamo, se non quello di gola?, “il primo uomo fu scacciato dal Paradiso … per la sua sottomissione alla pancia piuttosto che a Dio”, scrive San Girolamo, e Gregorio Magno: “quando si cede alla pancia si commette la colpa di Adamo[1]“.

         Frequente è stata in ogni regola o predica religiosa la raccomandazione su come buona parte della salvezza dall’Inferno si sarebbe ottenuta con il lungo digiuno.

         La maniera di ingerire i cibi con frugalità, inframmezzata dai giorni di digiuno, ha sempre costituito il comportamento più consono al religioso sia nella penitenza che nella elevazione spirituale.

         Lo dirà Cecco D’Ascoli “non può con gli altri vizi far contesa, chi la sua ghiotta gola non raffrena”. L’astinenza come il massimo delle virtù e il digiuno di Cristo nel deserto sono esempi da emulare, tant’è che Massimo da Torino nei Sermones La 3) “ciò che Adamo perdette mangiando, Cristo recuperò digiunando”.

         Tutto ciò naturalmente la Chiesa professava contro la filosofia della vita e dell’epicureismo dei nobili, dei cavalieri e dei potenti che mangiavano molto per essere in grado di sconfiggere i nemici e di essere forti e robusti per appartenere alla categoria dei guerrieri.

         “Il mangiare e la crapula provocano la eccitazione sessuale e quindi la predisposizione al peccato, gli umori nel sangue spingono al desiderio irrefrenabile”, sostengono gli estensori dei trattati scientifici di medicina e dietetica. Ma questa è anche la cultura cui si rifanno i pensatori ecclesiastici.

        Rigore, regole, norme che caratterizzano le vite dei religiosi in riferimento ai testi della “Collezione medica” di Oribazio che nel IV secolo suggerisce di mangiare abbondantemente se si vuole guarire dalla impotenza. È proprio per questo che i religiosi si impongono grandi rinunce a mensa al fine di mortificare la propria sessualità.

        Nella “Regola dei monaci” infatti Isidoro di Siviglia sostiene che dalla pancia piena viene eccitata la lussuria della carne (IX, 4). Per San Reberto “riempire la pancia è come irrigare un terreno ove crescano le spine della libidine. Per Oddone di Cluni “chi riempie il ventre da nutrimento a Venere (Vita Odonis) e Pier Damiani “i genitali sono incitati all’accoppiamento, quanto più la pancia è piena della eccessiva quantità di cibi e bevande”.

        Famoso è l’aneddoto che ancora si racconta da noi, di un reverendo che avendo mangiato e bevuto in maniera spropositata e stando al balcone per affrontare un primo stadio della laboriosa digestione viene supplicato da un povero e lacero affamato. L’affamato avrebbe dichiarato di essere digiuno da due giorni e di avere gran fame. Pare che il reverendo, sazio fino alle tonsille, avrebbe risposto di invidiarlo giacché lui, per aver troppo mangiato, stava per morire (beat’attì, io mò schiatto!). V’è qui, nell’ironia popolare, tutto il sadismo raccontato nella tradizione orale del sazio che non crede al digiuno.

E chi può dimenticare il robusto reverendo che mi impartiva la consecutio temporum, quando dopo un magnifico pranzo a base di strascinati cotti con pollo ripieno, con una pipa fumante si appisolava placidamente affianco alla stufa e la perpetua a svegliarlo con la tazzina di caffè.

         II banchetto degli aristocratici nei rituali di corte, di qua e di là riportato dai vari pittori nelle scenografie epocali sulla base di una rassegna espositiva che ripropone oggetti, dipinti, libri, incisioni grafici e cartografie sul complesso panorama degli anni tra il XIV e XVI secolo, ci fa capire quale fosse lo sfarzo e la dovizia di attrezzi, strutture, oggetti e derrate coinvolte nel pasto dei ricchi.

         Il contrasto stridente tra lo sforzo cortigiano e il disperato tema delle carestie era sempre più evidente come atroce differenza di classe.

         Chi non ha osservato nella loro dovizia di sorprendenti particolari le opere d’arte che trattano il tema dei grandi pranzi presso le corti o nelle case patrizie? L’animato e ricco convito fatto organizzare dal cardinale Riario per Eleonora d’Aragona, alle nozze con Ercole I d’Este nel 1473: mostre di vasellame e composizioni di arte per frutta e cibi in omaggio ai commensali, successione di vivande e musiche; entremets, oggi rappresentati dai piatti dolci serviti dopo il formaggio; allora riguardavano le portate successive agli arrosti, di dolci e di legumi, o le sontuose entrèes monumentali che vedevano impiegate la polvere di lapislazzuli frammista a foglie in oro e in argento, come è riportato nel manuale di cucina dell’epoca, il Viander del Taillevent.

         Una fitta schiera di scalchi di corte, cuochi, gastronomi e trattatisti, scenografi e registi della tavola quindi tra i quali non può essere ignorato quel Cristoforo da Messisburgo, che allestiva i Cristoforo da Messisburgo, conte palatino per la dignità acquisita a servizio della nobiltà ducale, ebbe modo di dare alla stampa nel 1549 un importante libello sulla gastronomia. “A quei tempi la cerimonia dell’imbandigione testimoniava la potenza del Signore, dando nutrimento allo spirito prima che alle pance, con musiche, poesie, azioni sceniche, tragedie, giochi e farse …

         Conviti importanti e sfarzosi allestiti in ambienti ampi e spettacolari, dove si effettuarono le prime espressioni di teatro, sono quelli organizzati da altri nobili in altre località d’Europa. Il più famoso fu del 24 gennaio 1529, per le nozze con Renata di Francia, figlia del re Luigi XII. Con la rappresentazione della Cassaria di Ludovico Ariosto, suo funzionario e capitano alla rocca di Canossa, il duca Ercole con la collaborazione del suo coreografo e organizzatore Cristoforo di Messisburgo, aveva imbandito con tutti i rituali il banchetto, animando coppieri, siniscalchi, credenzieri, bottiglieri, tringianti, imbanditori, ufficiali di mensa. Alla sesta portata, come rammenta lo stesso Messisburgo “cantarono Ruzante et cinque compagni, et due femine. Canzoni e madrigali alla Pavana bellissimi et andarono attorno alla tavola contendendo insieme di cose contadinesche, in quella lingua molto piacevole … Vestiti alla moderna[2]“.

         Di tali allestimenti non mancano testimonianze come la “Cena in casa Levi” di Paolo Veronese, la “Decollacazione del Battista” di Jacopo Bassano, le “Nozze di Amore e Psiche” di Giulio Romano e suppellettili da tavola e argenterie, tale da nobilitare al meglio le dotazioni di bocca e pancia delle folgoranti Corti.

        Ma le bizzarrie dei re e dei nobili per ciò che riguarda la pancia e i suoi principali elementi integratori non si contano. Luigi XI verso la fine della sua vita per distrarsi della noia delle pratiche religiose, e per gratificare della sua alta considerazione quegli animali che tanto lo avevano reso felice negli abbondanti banchetti, manteneva con tutte le cure un gruppo di maiali che faceva ogni tanto abbigliare da gentiluomini, da contadini e da ecclesiastici che così camuffati a colpi di bastone dovevano ballargli innanzi[3] …”. Una delle più illustri pance della storia che probabilmente non fu mai superata da altre, neppure da quella dell’imperatore Vitellio, fu quella di Luigi XIV “Ho visto sovente il Re – dice sua cognata la duchessa di Orléans – mangiare quattro piatti/zuppe diverse, un fagiano intiero, una pernice, un grande piatto di legumi, due grosse fette di prosciutto, un quarto di montone arrosto, un piatto di paste e poi ancora della frutta e delle uova dure!”. D’altronde un menù ufficiale del desinare reale (Luigi XIV mangiava da solo) è qui di seguito riportato.

      “Primo servizio: otto piatti di minestra e sedici antipasti;

      Secondo: otto portate di pesce e sedici piatti di carni diverse;

      Terzo: arrosti e sedici piatti di legumi;

      Quarto: otto pasticci di selvaggina o di pesce, senza contare i salati, i piatti di mezzo e i dolci”.

         Questo appetito di orco e la grande pancia, simbolo del potere regale e della Maestà, non impedì al Re di vivere fino all’età di 77 anni con una salute eccellente. Lo storico Lavisse lasciò scritto a proposito di lui: “Nessuna fatica, nessuna ingiuria del tempo poteva scuotere questa forte tempra: la pioggia, la neve, il freddo, il calore torrido …

         Egli costituiva dunque uno stridente contrasto con la categoria di uomini che vivevano pure nel secolo XVII e lo stesso Luigi XIV perseguitava con accanimento, non già a causa della loro mancanza di appetito, ma per le loro convinzioni religiose: i giansenisti di Port-Royal che desinavano con un quarto di chilo di patate al giorno. Saint Simon ricorda che dall’autopsia praticata al Re, gli furono riscontrati una capacità di stomaco e un volume di intestini almeno doppi rispetto a qualsiasi uomo della stessa corporatura[4].

[1] A Tavola con Amore. Convegno di Studi su Cibo ed Eros. Imola -Teatro Comunale 27 novembre 1987 – dalla relazione di Massimo Montanari: “II peccato di Adamo. Gola e lussuria nell’immaginario biblico e nella tradizione Cristiana.

[2] Materiali per una mostra su alimentazione e cultura nella Ferrara degli Estensi, a cura di ladrenca Bentini ed altri, patrocinio della Regione Emilia-Romagna, della Camera di Commercio di Ferrara, del Ministero Beni culturali, turismo, agricoltura e foreste. Esposizione tenutasi al Castello dell’Amministrazione Provinciale di Ferrara. Beni culturali e tavole imbandite: Elisabetta Laudi. La mostra a tavola con il principe.

[3] La noia, Tiziano Zanasi. La scena illustrata dell’1-15 settembre 1926.

[4] I grandi mangiatori, supplemento alla Rivista delle famiglie – 1938, Sonzogno – Milano.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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