IL PENSIERO LUCANO: UN’ANTROPOLOGIA PANEGIRICO PER MICHELE G. PASQUARELLI

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       di   Antonio Lotierzo

 

Il medico e generoso folclorista Michele Gerardo Pasquarelli morì un secolo fa, il 19 marzo 1924, a Savoia di Lucania (Salvia), dove è ricordato da una lapide posta da Vincenzo Rizzo, che organizzò anche una mostra ed un saggio collettaneo, “Omaggio a Pasquarelli”, finanziato dal presidente Vito De Filippo nel 2002. Morì per crisi cardiaca dovuta ai postumi di una polmonite, che aveva contratto andando a visitare a cavallo un malato durante una pioggia dicembrina. Aveva soltanto cinquantasei anni, essendo nato a Marsico N. il 30 maggio 1868. Studiando sia presso la Biblioteca Universitaria di Napoli che presso la Nazionale, nel 1975, iniziai a scoprire i suoi articoli, da reperire, utilizzando il suo gioco di rimandi, in varie riviste, che mi premuravo di fotocopiare. Scoprii presto che esisteva un fondo particolare e ricco presso la Nazionale di Napoli, il fondo di Gaetano Amalfi ( coevo  ed amico demologo della penisola sorrentina) connesso con la sezione Lucchesi Palli, da cui si potevano estrarre quasi tutti gli articoli del Pasquarelli. Fra 1976 e 1977, studiando per la seconda laurea in sociologia, ebbi modo di approfondire i temi della ‘cultura popolare’, della mentalità delle ‘classi subalterne’ fra strutture feudali e avvio del capitalismo nelle campagne. Frutto di quel ‘contesto’ di studi, in bilico fra tesi marxiste e gramsciane e storiografia socioreligiosa, fu il mio saggio ‘Antropologia e cultura popolare. La Basilicata di M.G .Pasquarelli’, edito da P. Lacaita nel gennaio 1983, che non vinse il ‘premio Basilicata’ perché  T. Pedio preferì il volume dl più maturo Nino Calice su Ernesto Fortunato, intimo amico, con Giustino, del nostro. Nel mio saggio l’esposizione della materia era organizzata in maniera da rispondere alla domanda: come pensa un lucano? Qual è la cosmologia e la mentalità fra queste aree interne ed appenniniche? Pertanto si descrivevano: le malattie e la malaria; la magia e la fascinazione ( per incidens, né Carlo Levi che giunse da noi  dieci anni dopo, nel 1935; né Ernesto De Martino, che stilò il magistrale ‘Sud e magia’ nel 1958,  conobbero  i suoi studi o fecero riferimenti a Pasquarelli); i contrasti di classe fra cafoni e galantuomini; l’uso dei proverbi e la religiosità popolare. Notevole influenza aveva avuto il Pasquarelli sul materano Giovanni B. Bronzini, che aveva utilizzato il nostro, oltre al ciclo della vita fra van Gennep e Toschi, fin dal saggio ‘ Vita tradizionale in Basilicata’ (del 1964)  e che nel 1982, pochi mesi prima, aveva dedicato a Pasquarelli dei capitoli per me preziosi in ‘Cultura contadina e idea meridionalistica’. Ignaro delle sue intenzioni, a Bronzini scrissi nel 1982 chiedendogli una prefazione, ma non mi rispose. Per mancata correzione di bozze ( in quei mesi mi trasferii da Marsico Paterno- Liceo di Viggiano a Napoli- Liceo Garibaldi) nel mio libro si deve correggere Ginzburg ( riportato sempre come ‘Ginsburg’), ma l’apporto del suo ‘Il formaggio e i vermi’ resta operoso, insieme alla storia einaudiana. Fu Alfonso Di Nola, studioso anche del rito del rovo, ( il 7 aprile 1983 su ‘Il Mattino’) a recensire il mio saggio, sottolineando sia la varietà geografica delle terre lucane sia la non esclusività del patrimonio proverbiale, in comune con altre zone e connesso con la raccolta del Giusti. Seguì R. Nigro sui ‘criminali’ per geografia…Dopo il sisma del 1980, avviatasi l’università in Potenza, Bronzini mi escluse dal concorso a ricercatore, nel mentre il rettorato pugliese confessionale occupava una seconda cattedra. Infine, nel 1987, ricevuto un congruo contributo regionale, Bronzini pubblicò l’opera omnia di Pasquarelli, in due eleganti volumi di circa ottocento pagine, con una interessante prefazione, in cui rimarcava anche l’originalità di molti aspetti del pensiero di Pasquarelli sia rispetto alla rigidità lombrosiana che allo sguardo scientifico sulla realtà sociale. Originalità rispetto a cosa? Rispetto alla cultura positivistica nel cui contesto si era formato, anche come medico. E’ indubbio che Pasquarelli fa parte dei  vari teorici delle inchieste (malaria, emigrazione, brigantaggio , questione meridionale e classi sociali) e della scuola antropologico criminale  propugnata dal Lombroso, filtrata dai modesti seguaci napoletani, ma la demopsicologia se resta preziosa per la documentazione raccolta, è stata criticata per la sussunzione del documento all’episteme preconcetta, che ne indebolisce la veridicità e forza testimoniale, racchiudendola nella debolezza degli schemi. Bronzini focalizza la ‘singolarità’ degli studi del Pasquarelli, a cui attribuisce un merito anche in relazione al palermitano Giuseppe Pitré, dato che le sue inchieste provengono dall’interno esistenziale  della Basilicata (Missanello, Pietrapertosa, Marsico Paterno, Savoia) e del Venezuela( 1903-1911). E questo senza negare  la ‘sincronica multiproprietà’ dei proverbi, accanto ad un difetto di comparativismo ed al pregio di registrare anche  segmenti di quel folclore erotico, che R. Corso pubblicò dal 1914, ma che Pasquarelli, libero dall’etica cattolica, raccolse nella forma di ‘indovinelli’ già  dal 1894. E proprio sull’emersione dell’osceno, studiato poi da Domenico Scafoglio, che, forse con senso di grecità e di valorizzazione del basso corporeo-ventre, sacralizza le funzioni propiziatorie dell’eros, Bronzini rimarca la differenza dai lombrosiani borghesi e prefreudiani, per cui l’oscenità costituiva una deviazione della mente che s’avviava a delinquere. E, ancora, per lui, il pregio di Pasquarelli è nell’aver unito la componente folclorica  con le posizioni meridionalistiche (che lo legano a Fortunato, Nitti e Ciccotti ma che, per me, affondano nell’illuminismo di M. Pagano).  

  Era mia intenzione scrivere un saggio da intitolarsi ‘Napoli positivistica’ in cui dovevano figurare Leonardo Bianchi, Angelo Zuccarelli Francesco P. Sgobbo, gli studi sulla psichiatria (Pasquarelli rinviava spesso alle tecniche aversane di L. Ferrarese, nativo di Brienza, poi studiato da Vittorio D. Catapano), sulla sifilide, sullo spiritismo, sulla gestione dei manicomi, sulle cure per la malaria, ma anche sulla geologia di G. De Lorenzo e le sue relazioni col buddismo. Nell’ambiente de “L’anomalo”, ad esempio, la religione veniva definita ‘una archeologia dello spirito’; si accettava la prospettiva degli stadi ed evoluzionistica formulata fra A. Comte e C. Darwin; si condividevano le tesi ( oggi rifiutate perché pseudoscientifiche) di Cesare Lombroso. Era un mondo filosofico che Benedetto Croce avrebbe spazzato via con il più raffinato idealismo, dopo i 1903, ma, intanto, fra 1850 e 1900, era avvenuta una sostituzione di paradigma, una cesura epistemologica, di cui Pasquarelli fu un testimone, con la crisi della metafisica che da Kant in poi venne separata dalla scienza e dalla ragione e salvata come etica, strumento regolativo di pulsioni sentimentali, su basamenti inconsci.. Se un suo zio era sacerdote, espressione della chiesa ricettizia, Michele G., nato dopo l’Unità d’ Italia, appare non più interessato alla religione ( se si eccettua l’articolo sulla ‘Croce’ e altri pochi riferimenti), la sua formazione avven ne nel passaggio cruciale dalla medicina ippocratico- galenica alla medicina scientifica, fondata sull’unione con la chirurgia e l’avvento della farmacopea industriale ( Claude Bernard era morto nel 1878); l’uso del chinino era diffuso. Per un lettore che voglia avvicinarsi al Pasquarelli suggerisco questo itinerario di lettura on line. Si può partire dalla primitiva voce in wikipedia, che venne inserita dal sottoscritto, ma che poi è stata ampliata dall’Università di Roma, cattedra di storia della medicina. Si può proseguire con la preziosa voce, stilata da Salvatore Lardino, nel Dizionario biografico della Treccani, che suggerisce una bibliografia amplia. Enzo Alliegro lo ha riportato sia nella corposa antologia lucana  “La terra del Cristo”(2005) e sia nella documentata storia dell’antropologia (Seid, 2011),dove conferma che il Pasquarelli spaziò lungo l’intero arco disciplinare e  declinò in più direzioni i suoi studi folklorici, per quanto qui pieni di intersezioni si evidenziano gli articoli sul ‘Folklore nell’antropologia criminale’ del 1896, nonché le note sul folklore criminologico del Venezuela, stilate dopo il suo rientro, a Savoia nel 1916.Pasquarelli prende da Arcangelo Ghisleri  (e da C. Cattaneo) il regionalismo, la necessità di studiare la ‘vita italiana che è essenzialmente vita regionale’, da poco integrata nello stato nazionale. Leggendo i proverbi raccolti, fra 1892 e 1895, che sono oltre seicento, conviene rimarcare quelli che identificano questa ‘regionalità’:  sulla sopportazione nelle relazioni sociali insistono questi due: Bacia la mano che meriterebbe di essere tagliata; Chi finge, vince. Più raro è questo scambio di battuta: ‘Ti sei trovato mulo mulo ‘ ‘ I muli hanno fortuna’, che Pasquarelli spiega in tale maniera:” muli si dicono da noi i bastardi (…) perché si trovano fuori dell’eredità del padre”, ed essendo figli dell’amore più che del matrimonio, vengono spinti verso l’esterno, a svolgere lavori fondati sul rischio ( e non sul patrimonio terriero), per cui si dedicavano al commercio e imparavano a rischiare con calcolo, impegnandosi nelle fiere, nella compravendita di animali o  di oggetti trasportati da paesi lontani, aperti alle novità e, aggiunge, erano resi forti dalla ‘selezione’ vitale cui erano stati sottoposti.  Frutto di una altalenante liberalismo risorgimentale, l’egemonia borghese è qui sembrata debole, instabile e resa apprensiva per i due fenomeni eversivi che, con natura diversa, furono il brigantaggio e poi la grande emigrazione, che  sgomentarono i galantuomini sia per le tensioni e sia per le modifiche e la degradazione che apportarono al tessuto socioeconomico, anche se poi le rimesse degli ‘americani ‘ costituirono uno dei fattori di trasformazione dell’economia e  del patrimonio edilizio regionale. Non va dimenticata l’ambiguità che connota i proverbi, le forme di conservatorismo e di accettazione di valori che erano espressione di una mentalità feudale che costituiva un tempo storico fermo e non più coincidente con l’altro tempo storico, del liberalismo e del capitalismo in ascesa e penetrazione. E’ la questione che porrà  A. Gramsci ed E. De Martino discutendo della modifica del senso comune, dell’etica sociale e del folclore progressivo. Qui il nome di Cristo, prima di Levi, è inserito nel  dato, nella miseria esistenziale, nel predominio del negativo che il cafone si attribuisce: “Non è morto Cristo per me” oppure altro “  Il tristo l’aiuta Cristo e il buono lo spacca il tuono” (espressioni terribili ed oppositive rispetto al cattolicesimo). A volte Pasquarelli è preso dallo scoramento, sa che qui vi è un “ senso morale deficiente”, che non può delineare un ‘lucano ideale’, per cui si riallaccia ad A. Manzoni per analogia: “ Voi forse vorreste un Bartolo più ideale, non so che dire: fabbricatevelo. Quello era così”. Oltre ad avere un culto per L. Ferrarese e per Mario Pagano, Pasquarelli  rivela una sua relazione debitoria con gli studi storici e linguistici di Giacomo Racioppi, autore di ‘opere preclare’. E in quest’appennino posto fra Salernitano e Calabria, si sopprime la ‘e’ finale; spesso la ‘o’ si piega a ‘u’; l’infinito vede troncata l’ultima sillaba; molte vocali hanno aspirazione; le lettere ‘nd’ mutano in ‘nn’; ‘pi’ in ‘chi’; ‘ge’ e  ‘gi’ in ‘sci’; non esistendo i verbo futuro, si adopera il presente ed il passato prossimo; ‘mio’ e ‘tuo’ divengono ‘ma ‘ e ‘ta’; invece del complemento oggetto si pone il complemento di termine. Oltre a riportare i proverbi  e il folclore in forma dialettale ed in lingua, Pasquarelli usa mescolare nella spiegazione anche dei ‘raccontini’, ed aneddoti, che potrebbero essere raccolti ed avere un’esposizione a parte. Molto elaborata è la ricostruzione della medicina popolare, di cui vengono riportate le denominazioni ma anche l’intreccio con la magia; il ruolo dei farmacisti, dei ciarlatani, dei barbieri e delle donne e ‘ mammane’; la debolezza delle strutture sanitarie, le funzioni degli amuleti. Anche in questo settore, Pasquarelli ,con attenzione dell’osservatore partecipante, fotografa le contraddizioni di classe ed economiche, infatti scrive: si nota “ nel povero   una paura della ricetta…(specie del) chinino venduto fino ad un soldo l’acino!”; ma nel 1894 il chinino giunse a cifre come “ cinque soldi l’acino”, per cui si chiese ai politici di intervenire, statalizzandolo dal 1907 ( su ciò, l’azione politica di Angelo Celli,  già dal 1900, insieme al Fortunato e L. Franchetti). Lì voleva segnalare la vendetta dei contadini verso i farmacisti, infatti, quando lavorava su propri terreni, il contadino esortava gli altri a lavorare con lena, esprimendo il detto “ E che, lavoriamo per il farmacista!” (Ca cì, aiutamë lu spëzialë?”).

 E, infatti,  per la condizione economica si diceva: “ Mièrëcu povrë e spëzialë riccu”.  Quello su “Cafoni e galantuomini”(1917-20) è forse la rilevazione più profonda del Pasquarelli, che ci rivela la ‘coesistenza meccanica di elementi eterogenei’ nei paesi, basata su contadini (cafoni e  massari;artigiani/masti/artisti(ferrai,sarti,calzolai,falegnami,muratori,barbieri,scalpellini,tegolai,bastai); galantuomini, piccola e media borghesia proprietaria terriera, con gradazioni ma priva di nobiltà, se non scimmiottata, nella supponente  e ribadita ‘distinzione’ sociale.

PASQUARELLI

 Qui la ricerca fa luce sulla ‘malinconia dell’ambiente’ e lo “ stato d’animo degli uni verso gli altri”. La borghesia era espressa da medici, dottori in legge, notaio, ‘droghiere che vendeva sciroppi e farmaci’, e questa storia era quella del Racioppi. Nel folklore, scrive, si riscontra “non vera lotta di classe, ma odio fra le classi”. Si fa derivare il termine ‘cafone’,che resta incerto, “dal greco…chi parla male” e non chi ‘porta le funi’, venendo dalla provincia. Dio ci deve liberare dalle sette ‘P’ del contadino: “Dië të lìbëra rë putientë, puttanë, prièvëtë, parientë, pezzièntë, paisanë e prucchi”. E ancora, certo odio è in :“ Pozza durà tantë na ronna ‘impalazzë, quantë dura na  nevë rë marzë”. D’altronde: “ Ci a galantomë servë, ‘mpagliarë more”. Rievocando scritti di M. Lacava sui canti dopo le lotte demaniali e di R. Ciasca sul brigantaggio, la legge Pica e l’inizio dell’emigrazione, sottolinea che questi sono  ‘episodi della lotta fra cafoni e galantuomini, lotta che di sé riempie tutta la storia dei nostri borghi selvaggi .’ Infine, Pasquarelli registra quella che gli pare una vera rivoluzione nelle relazioni fra i ceti: l’emigrazione verso le Americhe che fece muovere, fra 1876 e 1914, quattordici milioni di italiani, diventando essa una forte causa modificatrice dell’assetto sociale. Molta proprietà fondiaria, per migliaia di lire, passò dal galantuomo all’americano (al cafone emigrato in America) che plusvalorizzò i terreni e la forza lavoro che vide aumentare i salari; molti legami familiari si dissolsero ma le famiglie cambiarono tenore di vita (Li miglierë re ll’Americanë nu mangianë cchiù patane). Nei paesi si registrò uno ‘spirito di rinnovamento’. I figli di contadini e artigiani raggiunsero impieghi e professioni. Con la legge del 1911, anche la politica e la vita amministrativa cambiava.  Pasquarelli, legato al giolittiano F. Perrone nelle elezioni del 1913, scrive che “ nei comuni sono rappresentati dei cafoni: ora in gran parte stanno a riscaldare l sedie, ma se per il momento i galantuomini devono fare i conti col cafone prima di asservire il municipio, col tempo il cafone imparerà il giuoco e s’impadronirà della casa municipale”. Il fascismo sembra imprevedibile; eppure il delitto Matteotti avvenne nel 10 giugno 1924, meno di tre mesi dalla morte di Pasquarelli. Anni dopo, le sue ossa furono traslate nel cimitero di Marsico. Dal 1992 la Biblioteca gli è stata intitolata.  La figlia Eva sposò qui un medico Montesano, che morì giovane per erisipela; aderì al fascismo. I figli Giustino e Diana emigrarono nel Venezuela, dove aprirono una importante ed avviata ditta edile, la Pasquarelli Constructora ed ebbero vari figli. Questi, fra cui   Victoria, Eva e Janet sposata Tchelebi in Maturin, stanno attraversando la grave crisi, finanziaria, politica  e sociale intervenuta dopo il 2013. 

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Sull' Autore

Nato a Marsico Nuovo in provincia di Potenza, dal 1976 risiede a Napoli, pensionato. Pubblica nel 1977 la sua prima raccolta di poesie, Il rovescio della pelle, in cui descrive il mondo rurale contemporaneo del Sud Italia col linguaggio del dadaismo e della neoavanguardia. Il suo stile poetico include elementi dell'ermetismo di Leonardo Sinisgalli e dell'uso creativo del dialetto di Albino Pierro, con influenze abbastanza evidenti di Montale, Attilio Bertolucci e Pascoli. Dopo la seconda raccolta di poesie Moritoio marginale (1979), si dedica allo studio della storia contemporanea e all'antropologia positivistica, pubblicando saggi in entrambi i settori e partecipando a concorsi universitari. Nello stesso periodo cura la prima pubblicazione delle opere del folklorista Michele Gerardo Pasquarelli (1876-1923), e traduce I canti popolari di Spinoso. Fra le opere storiografiche pubblicate da Loturzo figurano monografie su Spinoso, San Martino d'Agri e Marsicovetere; su Marsico Nuovo pubblica invece un volume di toponomastica.[1] Nel 1978 fonda la rivista Nodi, di cultura progressista oltre che letteraria, pubblicata fino al 1985. Nel 1992 vince il Premio Alfonso Gatto a Salerno con la poesia Rosa agostana.[2] Nel 1994 vince il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione inediti, prestigioso riconoscimento del Centro Montale presieduto da Maria Luisa Spaziani, con Materia e altri ricordi.[3] Nel 1996 vince, all'interno del Premio Pierro a Tursi, il premio per il miglior componimento in un dialetto di area lucana con la poesia Agri (Ahere). Loturzo ha curato le antologie Poeti di Basilicata con Raffaele Nigro[4] e Dialect Poetry of Southern Italy con Luigi Bonaffini.[5] Nel 2001 l'editore Dante & Descartes di Napoli ha pubblicato tutte le sue poesie in Poesie 1977-2001.[6] Dirigente scolastico di vari licei (Cassano all'Ionio, Torre del Greco, Napoli piazza Cavour e Napoli Mergellina), è in quiescenza dal 2014; l'ambasciata di Francia gli ha concesso l'onorificenza dell'Ordine delle Palme Accademiche, col titolo di Chevalier, n.38/Roma/12 febb, 2014.

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