Giampiero D’Ecclesiis

La storia si ripete inevitabilmente, magari con nessi causali differenti, ma quando le condizioni si ripresentano gli esiti sono spesso ripetitivi.
Tra i tantissimi grandi meriti di Napoleone Bonaparte c’è quello di aver risvegliato le coscienze nazionali arabe sopite dai secoli di dominazione Mongolo, Tartaro, Turcomanna, Ottomana. Dapprima l’Egitto e poi altre nazioni fino alla Siria e all’Arabia Saudita, non senza l’influenza e l’ingerenza delle potenze europee, hanno scoperto il senso della nazione “etnica” basata sulla solidarietà di gruppo (asabiyya), abbandonando il sogno della nazione islamica che l’arabiyya aveva ispirato e tentato di costruire.
Alcuni studiosi arabi hanno chiamato quest’epoca che inizia con l’arrivo di Napoleone e arriva fino ai giorni nostri l’epoca della rinascita, ossia quella in cui gli arabi hanno ricominciato a ragionare in termini di nazione anche se in maniera diversa da quella della prima espansione islamica seguita all’avvento del Profeta.
Il lungo percorso delle nazioni arabe verso la costituzione di stati autonomi e stabili può oramai dirsi sulle soglie di una crisi definitiva, così come alle soglie dell’arrivo della dinastia Abbasyde e poi delle invasioni tartaro-turcomanne che avrebbero infine portato il mondo arabo sotto il dominio plurisecolare ottomano, gli stati arabi sono deboli, oppure come allora sono tigri di carta tra tigri reali.
L’Arabia Saudita mantiene il controllo del suo territorio essenzialmente barcamenandosi tra le superpotenze grazie al potere dei petrodollari che notoriamente, se possono far molto per prevenire e bloccare una guerra, contro la potenza di fuoco di Cina o Stati Uniti nulla potrebbero.
Il gigante arabo deve la sua esistenza alla sua utilità come stabilizzatore dell’area.
L’IRAN ha giocato una partita di egemonia sul restante mondo arabo. Ha perso. Ci vorrà magari tempo, dovrà e proverà a barcamenarsi tra le superpotenze e gli ospiti agguerriti che sono ormai entrati nello scacchiere anche grazie alle sue politiche imperialistiche azzardate, portandosi dietro nelle sue disgrazie anche un Libano nel quale Hezbollah come un tumore maligno si è incistato nel corpo dello stato libanese costringendolo a partecipare ad una guerra per procura contro Israele.
La Siria è caduta, di fatto le milizie sostenute dalla Turchia hanno sconfitto quelle sostenute da una Russia ormai palesemente indebolita dal salasso ucraino.
L’Egitto è debole, certo meno degli altri stati che ho citato, quanto riuscirà a tenere a freno le tentazioni imperialiste di una Turchia che pericolosamente si è imbarcata in un’avventura non priva di rischi è lecito domandarselo.
L’epoca della rinascita oramai si appresta alla sua fine ed è interessante notare che, come per l’epilogo della dinastia Omayyadi, il ritorno del controllo dell’area tra Iraq e Siria nella mani dei popoli turcomanni, parte dalla caduta di Damasco e Bagdad.
Le mire turche di riprendere il controllo di quello che, per lunghissimi secoli, è stato l’Impero Ottomano sono evidenti e figlie, come accade quasi sempre, del caso e della necessità.
La storia di questa parte del mondo ha visto una fiammata pienamente araba durata soli 96 anni, dalla prima azione di guerra del Profeta (anno 654) alla caduta degli Omayyadi (anno 750), l’ultima dinastia di regnanti pienamente arabi, cui sono seguite la dinastia persiana, degli Abbasidi che circa nell’anno 1000 hanno ceduto lo scettro alle varie componenti turco-turcomanne, ai mamelucchi via via integrate come forze mercenarie, che, con il breve interludio mongolo, nel 1400 consegneranno il controllo della “nazione araba” ai turchi ottomani che lo deterranno fino al 1918, ben 800 anni di controllo turco.
Molte, molte cose avrebbero potuto andare diversamente nel corso di questi ultimi sessant’anni, gli attentati a Sadat o a Begin avrebbero potuto non riuscire, così come gli attentati alle torri gemelle, o l’invasione sovietica dell’Afghanistan, Saddam Hussein avrebbe potuto non far guerra all’IRAN o non provare a sfidare la potenza economica degli Emirati invadendoli, il golpe degli Ayatollah poteva non riuscire. Ma gli accadimenti seguono logiche complesse e non tutte effettivamente controllate dagli attori degli eventi.
Di fatto, là dove i semi sparsi da Napoleone avevano fatto germogliare degli stati nazionali, alcuni dei quali nel tempo anche diventati potenti e (semi-) indipendenti, sia pur in un’epoca fortissimamente bipolare sul piano geopolitico, ora c’è una vasta plaga di stati deboli, indeboliti, separati tra loro da profondissimi rancori.
In assenza della Russia, unico serio competitor orientale, impegnato in una guerra pensata come una passeggiata e rivelatasi una trappola mortale, l’idea Turca di distendere la PAX OTTOMANA su gran parte del suo ex-territorio si sta rapidamente condensando in azione militare sul campo.
La prospettiva in realtà, vista con occhio strategico, potrebbe non dispiacere a molti, non a Israele che, finalmente, si toglierebbe dal fianco la spina delle formazioni islamiste che, ovviamente, in un’aggregazione controllata dalla Turchia dovrebbero normalizzarsi o morire, non all’Arabia Saudita che alla fin fine, a meno di pericolose tentazioni dettate dalla logica dell’appetito che vien mangiando, dovrebbe essere al riparo da tentativi di aggredirla e, forse, neanche alle popolazioni iraniane, la cui leadership è più che mai in difficoltà, stretta tra la spinta dal basso verso una maggiore apertura richiesta della società iraniana e gli schiaffoni già presi, in termini di strategia geopolitica, da Israele.
Un medio-oriente pacificato, forse, potrebbe interessare anche un Trump più concentrato sulle questioni “pacifiche” e a far girare gli affari e, magari, anche un Putin.
Ci potete scommettere che chi si metterà di traverso saranno i Britannici che hanno un concetto dei loro “interessi vitali” molto estensivo e competitivo, così come a doversi preoccupare, ed è una cosa che oramai io vado sostenendo da tempo, saranno essenzialmente le nazioni mediterranee, a cominciare dalla Grecia per arrivare all’Italia e poi alla Francia e alla Spagna.
Fantapolitica? Forse. O forse no, ci sono fili sotterranei che legano le storie e la Storia, che legano i popoli e le situazioni e bene stanno facendo i governi italiani, già da qualche anno, a rinforzare la nostra marina militare aumentandone la capacità di proiezione strategica.
Le nostalgie del passato sono pessime consigliere, specie quando un popolo è governato da un’autocrate, noi Italiani ne siamo un buon esempio: quanto ci è costata la nostalgia per l’Impero Romano? Pensateci bene. Che un sentimento simile alberghi in altri popoli è normale e la Sublime Porta ha governato un’impero quasi altrettanto vasto di quello romano per cinquecento anni, più che sufficienti per radicare in un popolo la nostalgia per un passato glorioso.