GIAMPIERO D’ECCLESIIS

L’arrivo a destinazione è segnato dal rumore stridente dei freni del treno, mi alzo di fretta con il timore di non fare in tempo a scendere, prendo la mia borsa e, prima ancora che le porte pneumatiche del treno si aprano, sono davanti all’uscita.

Il treno è una stufa arroventata, il ronzio del motore è sommesso, il sudore mi scorre lentamente lungo la schiena mentre aspetto.

Con uno sbuffo si aprono le porte e mi investe una ventata di aria caldissima e odorosa di oleandri, odore di casa.

Scendo quei quattro gradini della carrozza e mi accoglie un luce bianca diffusa e il calore soffocante del sole d’agosto, le pietre della stazione, roventi, come piastre di cottura restituiscono il calore da ore irradiato dal sole, l’aria ondeggia tra vampe di calore, il fico d’india, verdissimo, ondeggia con il calore.

La pensilina è un oasi di ombra immersa nell’odore delle traversine, su una piccola panca un vecchietto col cappello da ferroviere mi guarda con gli occhi socchiusi, curioso.

Percorro il corridoio della sala d’aspetto, fresco e ombreggiato, poi emergo dalla stazione rientrando nel forno di aria calda ondeggiante ed assolata, a sinistra della stazione un solo pino marittimo e alla sua ombra il taxi bianco che mi aspetta, poggiato al fresco sull’auto il tassista, faccia bruna da contadino, mi aspetta.

L’orlo del cappello blu da tassista è scuro di sudore, così come la sua camicia azzurra, tra le labbra sottili, ornate da un paio di baffetti diritti, una sigaretta brucia lentamente segnando di nicotina il suo baffo sinistro, mi squadra da dietro i suoi persol antiquati, poi si fa avanti, mi stringe la mano e prende la mia valigia.

La 1100 Fiat è blu notte, l’interno rosso fegato odora di similpelle scaldata dal sole, pulita, profumata, accogliente. Il rumore del motore è un ronfare sommesso, mentre il tassista fa manovra si sente solo lo scrocchiare del brecciolino sotto le gomme e il ticchettio del grande sterzo di bachelite nera durante la manovra.

Il tassista è silenzioso, guida con il finestrino abbassato e fuma dandomi ogni tanto un’occhiata dallo specchietto retrovisore, superato il bivio per Pisticci proseguiamo verso Stigliano e la mia destinazione finale: Craco.

L’aria è diventata improvvisamente afosa e il cielo da velato che era via via sempre più grigio, il vento caldo che si è alzato da un po’ sospinge a tratti nell’abitacolo l’odore della terra bagnata, annuncio di pioggia imminente.

La prima goccia che cade sul parabrezza è fragorosa, segue un bombardamento di gocce grasse e calde, che colpiscono violentemente l’auto in un concerto di percussioni dodecafonico, il tassista sacramenta a mezza bocca, io mi perdo nei flussi grigi di acqua e argilla che improvvisamente emergono da improbabili solchi avvizziti di antichi ruscelli e inondano la strada. Dieci minuti di scroscio ininterrotto poi, di colpo, dopo una nuova folata di vento, il cielo torna sorridente e, in lontananza, compare il borgo di Craco, ritto, come un falco appollaiato su uno sperone, con la vecchia torre vigile verso la valle.

Il sole rischiara la vallata ed io scendo dal taxi all’altezza di via Sant’Angelo dove mi aspettano Lucia e Cumpà Nicola, un abbraccio silenzioso è il primo gesto, pago il tassista che ci guarda con l’aria di chi l’ha già vista migliaia di volte quella scena di accoglienza dal vago sapore del ricongiungimento, fa un cenno con due dita sulla tesa del cappello, una sorte di saluto militare, gira le spalle e va via, le luci rosse dei fanali rotondi della 1100 e un rumore lontano che piano si spegne il suo ultimo ricordo.

Cumpà Nicola mi porta la valigia, non ci sono santi, e Lucia mi dà la mano mentre mi guarda sorridente chiedendomi di me, del lavoro, della mia nuova vita.

Mi viene incontro un giovanotto ossuto, Lucia mi sussurra che è Giuseppe, il bracciante, mi aspetta con la coppola in mano e mi saluta chiamandomi “padrone”.

Lucia capisce il mio imbarazzo, sorride, scrolla le spalle,

E’ ignorante lascia stà, e poi tu qui sarai il padrone di tutto, lui lo sa e ti porta rispetto

Il rispetto.

Il rispetto l’avevo lasciato dietro le spalle dopo quella lite furibonda con mio Padre, l’ho lasciato a terra, sulla banchina della stazione dove è rimasto ad aspettarmi insieme a quel vecchio ferroviere che mi ha accolto curioso e sonnolento e lo ritrovo qui, adesso, a un anno di distanza nei gesti di un povero bracciante in cerca di lavoro.

Entro da quella porta che avevo attraversato infuriato, lui è lì, seduto in quella sedia, con quella smorfia asimmetrica che l’ictus gli ha disegnato sul volto, si agita e bofonchia qualcosa, gli occhi gli si riempiono di lacrime mentre mi guarda, poi ha un brivido, si scuote, cerca di riprendere un atteggiamento dignitoso, lo bacio e mi siedo di fronte.

I suoi occhi, quegli occhi azzurri ferrei nei rimproveri e luminosi dietro al suo sorriso, mi guardano pieni di calore attraverso il rosso rubino dell’aglianico della nostra vigna, e allora il grumo che avevo nello stomaco si scioglie e allora parlo e parlo e gli racconto del mio lavoro, della mia nuova casa, e Lui mi guarda, come non mi aveva mai guardato, come si guarda un uomo, passa la notte e al mattino parlo ancora mentre Lui, piano, china la testa vinto dal sonno.

Lo metto a letto ed esco di casa, mi siedo sotto il pergolato e fumo la sigaretta più dolce della mia vita, il sole del mattino soffonde tinte di rosa sulle vecchie pietre abbandonate del borgo.