IL SEME DEL FUTURO

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Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

DI LEONARDO PISANI

“…Ma che accadrebbe se all’improvviso arrivasse, da chissà quale mondo, qualcosa, un niente di che, come un seme, a cambiare la storia…” 

Una città sulla collina, con le sue scale, i suoi vicoli, le sue piazzette anguste “che prendono sole solo a mezzogiorno” con i bambini che giocano, i ragazzi che si scambiano sguardi incerti e gli adulti che parlano e si guardano. Lo spettacolo “Il Seme del Futuro” verrà messo in scena dagli allievi della Klass 2023/24, a cura di Gommalacca Teatro, al termine del percorso annuale della scuola di Teatro diretta da Mimmo Conte e da Carlotta Vitale, è legato al senso di comunità, di identità della Città di Potenza e nasce da un anno di intensa attività svolta nei laboratori di ricerca scenica.

Carlotta Vitale

Il progetto di Gommalacca Teatro giunge al suo decimo anno di vita e festeggia questa ricorrenza con due serate in cui andrà in scena il nuovo lavoro “Il Seme del futuro” grazie all’impegno congiunto di tutte e tre le classi che compongono il progetto di formazione teatrale, insieme sul palco e insieme nella tensione narrativa bambini, ragazzi e adulti alla ricerca di un campo dove seminare il futuro per la comunità. Lo spettacolo segue il filo logico iniziato con “La nave degli incanti” attraverso una proposizione narrativa a cura di Giampiero D’Ecclesiis che ha coinvolto tutti gli allievi della Klass nell’elaborazione di una storia che, elaborando alcuni luoghi simboli della città, racconta in metafora un percorso di aggregazione, inclusione, cittadinanza. Il racconto di un viaggio immaginario, introdotto da un personaggio “strambo” dalla città, attraverso il tunnel dei sussurri fino alla Cittadella della Speranza, alla ricerca di un Campo dove seminare il futuro.

Ne parliamo con Mimmo Conte di Gommalacca Teatro che ci racconta le scelte drammaturgiche che hanno portato ad allestire lo spettacolo.

 Ogni personaggio di questa storia è stato immaginato come portatore di un testimone. Un testimone di significati, di visioni, di sguardi sulla città che, nel momento in cui le persone e i personaggi che

Mimmo Conte

abitano il palcoscenico, guardano la città, disvela un punto di vista diverso sulla comunità che si articola tra i diversi gruppi che abitano la scena. Attraverso i contrasti che marcano le differenze tra diverse generazioni ho cercato di evidenziare la molteplicità dei punti di vista da quello dei bambini, a quello degli adulti e dei i ragazzi, con le relative dinamiche che, all’interno degli stessi gruppi, agitano il contrasto tra diverse visioni o idee del mondo. I ragazzi, con la loro particolare condizione legata al passaggio verso l’età adulta, attraverso delle prove che affrontano da soli, sono portatori di un messaggio rivolto alla comunità da cui la stessa storia parte attraverso il personaggio dello Strambo/Stramba. Questo personaggio, dalla sua posizione laterale rispetto al mondo, diventa una sorta di narratore che in qualche modo ci introduce al percorso che gli attori, i personaggi di scena e il pubblico compiranno attraverso l’azione scenica che nasce dalla comunità e ad essa fa ritorno.

Mimmo chi è lo strambo/stramba?

È il non integrato, che sceglie di guardare a ciò che lo circonda senza sovrastrutture, senza pregiudizi con lo sguardo semplice della verità, uno sguardo che, sovente, porta il suo portatore ad assumere una posizione laterale rispetto al palcoscenico della vita. Il punto di vista dello strambo è diverso da quello che abitualmente immaginiamo quando attraversiamo la città, è un punto di vista a cui guardiamo con non dico sospetto ma con distanza e che alla fine, proprio perché laterale, si rivela saggio perché non si fa travolgere dai tempi, dalla velocità delle cose, ma cerca di guardarle per quello che sono. Non casualmente è lo strambo che riesce ad incontrare i bambini che, nell’arco della storia, riescono sempre a rimanere con i piedi per terra e fedeli a loro stessi.

 Giampiero D’Ecclesiis ha curato la scrittura narrativa del testo. Allora, Giampiero, raccontaci un po’ questa esperienza.

Giampiero D'Ecclesiis

GIAMPIERO D’ECCLESIIS

Volentieri, prima lasciami ringraziare tutti i compagni del laboratorio con cui ho avuto la possibilità di sperimentare questa bellissima esperienza di scrittura comunitaria, i bambini meravigliosi, i ragazzi sorprendenti e i miei compagni della classe adulti, senza il loro contributo la mia storia sarebbe stata di gran lunga più povera di emozioni. Quest’anno Mimmo Conte e Carlotta Vitale, dei cui laboratori di ricerca scenica sono un fruitore della prima ora, mi hanno offerto l’opportunità di collaborare con loro nella scrittura del lavoro da rappresentare agli esiti finali del percorso formativo. Ho vissuto l’esperienza non comune per uno scrittore di assistere alla trasformazione di un proprio testo in una vera opera teatrale attraverso la rielaborazione drammaturgica che ne ha fatto Carlotta Vitale e alla messa in scena che ha curato Mimmo Conte.

Mimmo, raccontaci un po’ in che maniera costruisci la relazione tra la drammaturgia da mettere in scena e gli allievi della Klass.

Ciò che cerco sempre di intrecciare, durante lo sviluppo dell’attività dei laboratori, è l’adesione tra il personaggio e l’attore in scena, seguendo il un valore politico che per noi ha la classe di costruzione di una relazione con l’interprete capace di dar forza ai personaggi attingendo allo sforzo comune di raggiungere l’obiettivo politico di raccontare la città. Non a caso, ad esempio in questo caso,  ho deciso di tenere in conclusione dello spettacolo una sorta di dedica di quello che gli spettatori hanno appena visto proprio per ribadire oltre la parola e la presenza, ma anche con la parola scritta, quello che è l’approccio del viaggio che abbiamo fatto insieme

Itinerari, sussurri, cittadelle e campi abbandonati su cui seminare il futuro, ho come una sensazione di deja vù, Giampiero quando racconti la tua città c’è sempre un che di nascosto che cerca di affiorare, dal protagonista delle tue storie noir, tuo Nunziogallo, a questo “Seme del Futuro” c’è una continua tensione alla ricerca del buono da far emergere.

È vero, ricorre la ricerca di qualcosa, il bisogno di raccontare quello che c’è dietro la nomea di “Città dell’Apparenza” che trovo insopportabile, assieme a certa ipocrisia, a certe reti di mutuo soccorso piccolo borghesi, alla città dei salotti. Oltre tutto questo c’è la Potenza reale, quella vera, un po’ silenziosa, un po’ amara a volte, ma vera, non quella ammuffita dei salotti, degli amici degli amici, dei figli di papà, quella Potenza che magari senza clamori sa essere solidale, inclusiva, quella che mette uno di fianco all’altro le persone. La Potenza dei ghetti, quella dimenticata, non è casuale che per noi la Cittadella della Speranza è la cittadella di Bucaletto, la cittadella dell’umanità, quella dimenticata dai borghesucci del Centro, quella etichettata, la cittadella dei furbi, degli extracomunitari, il palcoscenico per le sfilate preelettorali, dimenticata e riusata ogni volta.

Ma c’è anche un Campo del Futuro, anche lì mi sembra di cogliere un’allusione neanche tanto sfumata a qualcosa di vero, di reale.

È inutile girarci intorno, il Campo del Futuro è la ex CipZoo, che nella mia mente, nel mio cuore, è l’approdo dei sognatori, il luogo dal quale sarebbe possibile provare a cambiare uno dei paradigmi di questa città cresciuta sul cemento restituendo spazi, aprendo possibilità, sognando uno sviluppo diverso. Ci abbiamo provato, a quella battaglia per ottenere la realizzazione del Parco della Città ci abbiamo creduti in tanti, i famosi sognatori, quelli che non rinunciano a immaginare qualcosa che vada oltre la banalità dell’ordinario. Un pezzo della mia e non solo della mia vita pieno di ricordi, rimpianti, delusioni che oramai, ahimè, sembra diventata già storia.

 Diciamolo bene allora ai nostri lettori. Cosa li aspetta Domenica 19 e Lunedì 20 maggio alle ore 21,00 al teatro Stabile a Potenza?

Li aspetta la loro città, come è e come potrebbe/dovrebbe essere, il tentativo di raccontare e di raccontarci le trappole disseminate sui nostri percorsi, il buono che c’è e che rende viva la nostra comunità, il sogno di un futuro migliore. Li aspetta una storia fantastica raccontata con quel tanto che basta di agro-dolce tipicamente potentino, risate, sorrisi e tutta la nostra emozione e felicità di essere in scena.

 

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