Novecento castellano -“I Castellani” – Ritratti di famiglia vol. II a cura di Donato Lucia e Antoniuccio Genovese.

Mario Santoro
Da qualche giorno è in circolazione il ponderoso volume “I CASTELLANI” (Ritratti di famiglia) vol.II -annuario 2025, edito Associazione ‘Il falco’ di Lagopesole, a cura di Donato Lucia e Antoniuccio Genovese, che punta ambiziosamente e consapevolmente al recupero della identità socio-culturale della signorile e nobile frazione di Lagopesole, bella oltre ogni dire, linda nel suo splendore, curata da sempre fino all’inverosimile e tendente a connotarsi come località da sogno. Temi di fondo, come testimoniano i tanti ritratti di famiglia e le memorie castellane, restano dunque lo sguardo attento e puntuale sul passato, fin dove può arrivare la memoria, la riscoperta di un mondo che non è più, con persone, in buona parte passate a miglior vita e che riprendono a vivere nel ricordo, il recupero di norme comportamentali specifiche, di atteggiamenti, di valori e anche di pseudovalori, delle “tante buone cose di pessimo gusto” per dirla con il poeta Guido Gozzano, ma anche di semplici certezze, che donano godimento e serenità. Insomma gli autori riescono a ripristinare quella sorta di ‘celeste corrispondenza di amorosi sensi’ tra i vivi e i morti, come dichiara Ugo Foscolo nel carme “I Sepolcri” e si impegnano a riportare, nobilitandoli, segmenti di tradizioni, consuetudini, miserie materiali, fenomeni di trasmigrazione anche oltre Oceano, con taluni inevitabili rientri, segni concreti di attaccamento alla propria terra. Lo fanno con ammirevole disposizione d’animo, con la spinta propulsiva al superamento di ogni forma di differenza e con autentico spirito di inclusione. Aspetto questo rimarcato da Donato Lucia in apertura e non per mero compiacimento, come egli stesso dichiara ma “per sottolineare quanto sia importante per tutti, emigrati e non, questo ponte con il passato”. Ci sentiamo di dargli ragione. Si tratta davvero di ponte che tende a collegare, ad unire, a facilitare e a favorire la compartecipazione e a riappropriarsi del senso di appartenenza, con la giusta dose di orgoglio e senza strafare, conservando umiltà di atteggiamento non disgiunta da chiara determinazione. Al di là di ogni altra considerazione, mi sembra che questo sia un atteggiamento estremamente positivo, tanto più in una società come la nostra votata sempre alla litigiosità, alla puntigliosità, alla divisività, all’individualismo più sfrenato. Filo conduttore dei vari ritratti di famiglia resta la linea dei soprannomi che un tempo erano i veri indicatori al di là e assai meglio dei cognomi, sia perché più diretti e conosciuti, sia perché spesso indicavano anche il luogo, la frazione, il casale. E credo sia capitato a tanti se non a tutti, magari da fanciulli, di aver incontrato l’anziano di turno e di non essere riconosciuti, a maggior ragione se provenienti da fuori o dal vicino capoluogo. Il tentativo di presentarsi col nome, con il cognome e qualche altra indicazione sovente finiva per non bastare e allora il paziente anziano, con il sorriso serafico di chi la sa lunga, risolveva con la sua domanda diretta: “A chi appartieni? Come fai di soprannome? Ed era la parola magica, ‘l’apriti sesamo’, la chiave giusta! Sebbene forse un po’ allora ci imbarazzava. Dunque i soprannomi, e sono tanti. Gi autori fanno bene a disporli in ordine alfabetico: ATTOTT di Imperatore, AVOLI’ di Lagopesole, CACAGL’ di Montalto, CARPAT’ di Signore e di Casone Perazzi, CING’TURNIS’ di Signore, COPP’ di Piano del Conte, FIGLIULIN’ di Miracolo, FOGL’di Lagopesole, GHIAST’ di Masi, GIAMBAUL’ di Lagopesole, GIANDARM’ di Lagopesole, MAFRIL’ di Montemarcone, MANGNEGGH’ di Piano del conte. E siamo solo alla metà del lungo elenco, ma già essi ci portano lontani nel tempo e ci invitano ad un minimo di riflessione sul significato diretto o indiretto che richiamano, sulle tante leggende nate intorno ad essi, su qualche inevitabile diceria, ingigantita o favoleggiata. Un fatto è certo: segnano non dico i punti di partenza originari delle famiglie ma certo importanti tappe per conoscere, valutare e accettare il senso di appartenenza e i progressi compiuti. Diceva sempre un amico, non più giovane: “Quando si parla dell’ esistenza e ti domandano se ‘te la sei cavata’, se hai fatto conquiste, se hai raggiunto mete importanti, prenditi sempre un attimo di tempo e considera il tuo punto di partenza. Solo così saprai con certezza se hai fatto molta o poca strada e magari verificherai di averne fatta tanta e comunque certamente più di quella valutata a prima vista. Parole decisamente sagge di cui tengono conto i due curatori dell’opera che, a ben ragione, rappresenta uno spaccato importante della comunità tutta nella comparazione che rivela una linea comune di omogeneità di comportamenti, resa compatta anche dalla comunicazione dialettale, impastata di detti, di massime, di motti, di proverbi come sottolinea con acutezza Romano Mingozzi: “Proverbi e modi di dire diffusi tra la gente sono espressionne di buon senso poplare. Quello di Donato Lucia è il quadro perfetto di un mondo paesano in cui ognuno ha la propria storia e tutti l’orgoglio del proprio lavoro”. Era un mondo prevalentemente contadino, povero, squallido addirittura, nel quale tuttavia se non era proibito ‘sognare’ risultava evidente l’attaccamento alla terra avara da lavorare con ‘zappa e sudore’. Ma riprendiamo con gli altri soprannomi presenti: MECCAR’NARD di Frusci, P’NELL’ di Lagopesole, PR’CITT’ di Lagopesole, RUS’CARIEGGH- SCAURATIEGGH’ di Lagopesole, SANTUCC’ di Paoladoce, SAPION’ di Lagopesole, SPACCATOTRE’ di Lagopesole, S’REN’ di Meccadinardo, STAGLIUOZZ’ di Miracolo, VIGGIAN’ di Imperatore, VRESCH’ di Lagopesole, CASTELLANI DI ADOZIONE. Per ogni ritratto di famiglia, oltre allo stemma araldico, ci sono foto anche molto vecchie, rimandi storici brevi ma interessanti, racconti, rievocazioni, passaggi di testimone, qualche comune denominatore e poi ancora richiami. Chi legge o semplicemente sfoglia il volume ritrova un mondo gentile, semplice, genuino con quadrri estremamente interessanti tra dati di realtà, rimandi carichi di nostalgia, fatti comuni ma anche strani e avvincenti, racconti leggendari e quasi incredibili come “L’uomo che è vissuto tre volte” o come la storia del nonno partito fanciullo per l’America in cerca di fortuna o almeno di miglior sorte e pronto ad ogni forma di sacrificio, con sempre la vaghezza vellutata del sogno da realizzare e tanta nostalgia per la propria terra. E ci sono tante altre situazioni degne di nota: la dolorosa fatica nel lavoro dei campi, fino a spezzarsi la schiena, o alle dipendenze di altri come accade a quel “Mastr’ r’ Ang’l’ r’ Avoli'”, figlio d’arte, poi maestro-muratore o più precisamente ‘mastr’ al servizio del principe Doria; la brutale crudeltà della guerra che porta morte e distruzione; le condzioni di particolare difficoltà al fronte, la spesso inevitabile prigionia, la condanna incomprensibile ai campi di concentramento e magari il passaggio a miglior vita nei forni crematori o in maniera del tutto oscura, come si legge nel delicato ricordo di Maria Antonietta Santoro (Ospidaletti-Imperia); il ripudio aperto del richiamo alle armi come accade a zi Ang’l’ r’ Scarpat’ di Monte Caruso soprannominato ‘Gliast’ che, già padre di famiglia con sei figli da sfamare, è costretto a nascondersi abilmente in una ‘perna’ per non farsi prendere. Ci sono poi storie di ordinaria quotidianità, cariche di suggestioni come quella del pacifico zi’March’ r’ Scarpat’ che alterna al lavoro dei campi e al pascolo del bestiame, altre occasionali occupazioni e non manca mai ai mercati e alle fiere del comprensorio soprattutto a Lagopesole dove sfrutta amabilmente la possibilità di intrattenersi a conversare con il macellaio zi’Mingh’ r’ Sp’nz’rat che era solito chiamare affettuosamente “Compapellaio” e può parlare anche a lungo. E di che cosa? Di mucche, pecore e capre! Colpisce, altrove, la saggezza di nonno Pietro, di cui al ricordo tenero e delicato di Gaetano Basile che, fanciullo appena, “durante una rocambolesca discesa in bicicletta dal castello verso la piazza”, investe un uomo non del posto e “comparso improvvisamente”. Per fortuna nulla di grave per entrambi, a parte qualche ammaccatura. Il fanciullo corre a casa e riferisce tutto al nonno che lo consola e poi lo difende dall’uomo investito che lo ha seguito e pretende che il piccolo Gaetano sia severamente punito in sua presenza; cosa che non solo non avviene, ma nonno Pietro trova il modo di giustificare l’accaduto e lo fa con tono che non ammette repliche. E ci sono testimonianze sempre condite di nostalgia e, in qualche caso, di qualche linea di rimpianto e dichiarazioni aperte di amore, fino allo struggimento, per la frazione di Lagopesole. Val la pena di ricordare di sfogo di Vito Coviello (da Roma) che scrive:” La mia fanciullezza l’ho vissuta alla masseria Santoro a Miracolo”. E aggiunge: “Ricordo la fontana davanti casa, la cavalla, la mucca, le pecore, i maiali. Tutte cose che oggi, incredibilmente, mi mancano”, E infine chiude: “Ricordo ancora la neve, il freddo della notte, la legna accatastata davani a casa, le patate sotto la cenere, l’uccisione del maiale, la vendemmia, la mietitura, la pesatura nell’aia con la cavalla, il latte, il formaggio, il bagno d’estate nel ruscello. Quanta nostalgia! Tornando indietro nel tempo, non sono sicuro che ripartirei.” Sulla stessa falsariga è la testimonianza di Vincenzo Romaniello (’60 Lainate) che scrive: “Adesso non vengo a Lagopesole. Quanto mi manca! Quanti ricordi: la scalinata in pietra che scendeva al forno; il profumo del pane e della focaccia calda sulle tavole portate in testa con “lu ciurcett” dalle nostre mamme; la “putèa r’ mast’Cani’ lu scarpar'”; il barbiere, “Pul’zia l’am’r’can'” che metteva paura ai bambini; la putèa r’ Santucc’ dove andavo a comperare la mortadella; il muraglione; la fundana s’ammond'”. Ricorda le battaglie di calcio “Abbaggh’ contro Ammond'” e tanto altro ancora. E vale ancora ripetere le parole di Maria Teresa di Foggia, una castellana di adozione in occasione del suo trasferimento ad alra sede: “Lasciai Lagopesole con tanta amarezza perché sapevo quello che lasciavo e non sapevo quello che trovavo”. E non si tratta della traduzione ‘sic e simpliciter’ del proverbio antico: “Chi lassa la via vecchia pe la nova, sape ch’ lassa a nun sape ch’ trova”. Qui si va ben oltre perché si tocca la sfera più intima dei sentimenti, delle amicizie, dei rapporti, di certi legami che danno il senso della indissolubilità. Ci piace a che sottolineare i ricordi di Emilia Laurita che annota con affetto il vicino forno con l’intenso profumo del pane appena sfornato e poi la “forgia” di zi’ Mingh’ che metteva i nuovi ferri ai cavalli e li inchiodava con sorprendente maestria senza far male alle bestie, e ancora le scampagnate all'”acqua fetenda” dove si raccoglievano gelsi, more, funghi e infine le persone più vicine e più care: la maestra Anna Petruzzi, l’oste zi’ Peppe, la famiglia Montenurro, alias “Purchietta”. E passiamo al breve ma efficace ricordo di Nico Filippi (Milano) con la forte espressione del nonno all’indirizzo del daziere che gli voleva notificare una bolletta non pagata: “Io mo’ vav’ a zappà c’aggi’ fatt’ tard’ p’ colpa toia e tu cu’ sta’ bulletta t’ puoi stuscià lu…” Ed è facile immaginare cosa! Tanti sono poi i cosiddetti ‘luoghi della memoria’, consegnati alle foto che testimoniano lo scorrere del tempo ed evocano, con immediatezza di impatto, fatti e situazioni, sensazioni ed emozioni profonde, con qualche tuffo al cuore e indicano radicamenti lontani e improvvisamente chiari nella mente o appena velati: la principale via Nazionale, la nota discesa Gagliardi, il largo omonimo con la bella foto di gruppo che denota classicità e rimandi al costume delle donne (sciusc’); la foto del Casone Pietra del Sale con gli amministratori del Principe Doria, vestiti elegantemente, il ritratto bello di un Ferragosto castellano con pic nic a Montecaruso; quello della famiglia Mang’neggh’ e tanti altri che andrebbero, per dovere di cronaca, citati. Si tratta davvero di sfogliare un ricco album nel quale ogni foto denota veridicità di costumanze e genera altre immagini in un fuire continuo con agganci sempre possibili e pare quasi che chi guarda si lasci catturare e goda nel perdersi e nel proiettarsi indietro nel tempo o magari sieda sugli scalini mal fatti di qualche rudere ancora miracolosamente in piedi a mostrare la pietra antica con i tetti, in tutto o in parte sfondati, come si può notare nel Casone della famiglia Petruzzi “Carpat'”. Già, i casoni che, a guardarli oggi, appaiono poca cosa eppure un tempo troneggiagano e costituivano motivo di orgoglio per ogni frazione, incutendo finanche una certa soggezione. Ce n’erano un po’ dappertutto e contrastavano, con la enormità della loro mole, certe case basse fino all’inverosimile, spoglie all’interno e prive di suppellettili, quasi ricoveri senza conforto alcuno nella mancanza, pressocché ovunque di acqua potabile e di servizi igienici: un altro mondo! Ma il volume, che è una vera e propria miniera per l’anima, testimonia ancora, coi suoi rimandi, la presenza di attività lavorative statiche con in primo piano il faticoso e duro lavoro dei campi e la piccola pastorizia, comuni a tutti o quasi. C’erano, citando quasi a caso, figure diversissime: il barbiere, il calzolaio, il sarto, il fotografo, l’ombrellaio, l’elettricista, il sellaio, il muratore, il saldatore, il guardiano, il venditore, il compassatore (supalaiuolo) del terreno, il maestro, le forze dell’ordine. Ad esaminare tutte queste situazioni il lettore si accorge di non poter mantenere la distanza e sente di appartenere alla comunità, riconoscendo taluni visi che gli sembrano familiari e si appropria o riappropria di certi tipi di cui ha sentito favoleggiare, come, per quanto concerne lo scrivente, la leggendaria e sognante figura incredibile di zio Peppe Rocco Mafril’ o quella altrettanto leggendaria di zio Pietro di Maccadinardo ed allora è preda di visioni che sanno di magia e di mistero e che lo portano lontano a un tale ‘don Ciccio’, alla tragica fine della ‘Signorina’, a un mai dimenticato ponte del tesoro, a un vecchio di Possidente che aveva osato scrivere a Mussolini e non per complimentarsi, a ‘Vitovito’ il povero più povero dei poveri che camminava scalzo finanche con la neve, ma anche a zio Rocco di Montenarcone che, pur avanti negli anni, rientrava in casa, sempre a piedi, a tutte le ore della notte, tagliando per i campi e non temeva le ombre,i fruscìi, gli strani rumori, né i cani, nè gli spiriti maligni. E tutto questo rende ancora più prezioso il volume che diventa per il singolo lettore ‘scrigno’ da custodire nell’anima. E sfilano personaggi, nel ricordo cari a Lagopesole: Franco Cicco, (maresciallo), Giovanni Carsillo, (motorista), Amedeo Colagiacomo, (maggiore), Antonio Coppola, (carabiniere), Arturo Cacioppa, (maresciallo), Giuseppe Tammone, (maresciallo), Donato De Biase, (vice brigadiere), Carmine Cianciarulo, (maresciallo). E non mancano figure di suore meritevoli ed impegnate. Mi piace chiudere, con rammarico perché non si vorrebbe mai smettere di parlare e scrivere, con il bel ritratto della famiglia Coviello (Stagliuozzo) di Miracolo, nel richiamo alla sacralità del ‘san Giovanni’ che sempre mi lega pur in assenza dei capostipiti, Giovanna e Tommaso, in un rapprto di schietta amcizia e rispetto grazie anche alla persona di Canio, caro compagno di scuola con il quale condivido ancora qualche lembo di lontanissime passioni. Complimenti vivissimi al duo Donato Lucia e Antoniuccio Genovese nella certezza di attenderli ad altri interessanti lavori.