Margherita Marzario

Appena si ha tra le mani il libro “Il sudore del pane” (2015) del medico e scrittore Carlo Gaudiano, la copertina e la quarta di copertina richiamano – oltre ai quadri di Luigi Guerricchio – l’opera letteraria e pittorica di Carlo Levi e il romanzo per eccellenza di lotta sociale “I Promessi Sposi”. Nel leggere, di pagina in pagina, è un continuo scorrere di fotogrammi tra evocazioni e suggestioni. Innanzitutto viene in mente la figura e la produzione letteraria di Anton Cechov, medico russo di umili origini, divenuto scrittore. Il suo essere medico gli consentiva una maggiore sensibilità e profondità nelle descrizioni dei personaggi e delle loro vicende. Alla campagna russa e ai suoi contadini ha dedicato quattro intensi racconti che rispecchiano la diretta esperienza dell’autore, che per sei anni, dal 1892 al 1898, visse nella sua tenuta, dedicando alla terra e ai contadini le sue cure (proprio come l’impegno prima professionale e poi sociale profuso dall’autore materano). Il racconto russo “I contadini” (1897) si avvicina al racconto materano (ambientato nel 1898) anzitutto per il periodo storico, la varietà delle figure femminili, la coralità, la devozione popolare, la descrizione non bucolica ma realistica della vita contadina. “Sì, vivere con loro era orribile; ma infine erano degli uomini. Soffrono, piangono come gli altri, e nella loro vita non c’è nulla che non possa giustificarsi. Duro lavoro, di cui la notte tutto il corpo resta indolorito; terribili inverni, magri raccolti, mancanza di terre, contro cui non c’è aiuto né si sa dove trovarne. I più ricchi e i più forti non possono aiutare gli altri essendo loro stessi grossolani, disonesti, ubriaconi, e anch’essi si azzuffano in modo così disgustoso. Il più piccolo funzionario o il più piccolo impiegato tratta i contadini come dei vagabondi, e dà del tu persino agli anziani e al sacrestano, e crede di averne diritto”. Uno dei brani più significativi de “I contadini” che sembra raffigurare la condizione dei contadini materani e di tutti quelli lucani, come descritta nelle prime pagine del racconto “Il sudore del pane”.
Nel racconto materano, gli errori nel verbale dei carabinieri fanno venire in mente le gag in italiano maccheronico di Totò e Peppino De Filippo. L’arresto ingiusto del protagonista Francesco e il suo essere detenuto nel carcere di San Giovanni ripercorre la vicenda giudiziaria di Rocco Scotellaro. Non solo, di Scotellaro nel libro “Il sudore del pane” riecheggiano pure la sua opera “L’uva puttanella – Contadini del Sud” e il piglio della mamma Francesca Armento, “Cuma Francesch”, che era diventata la scrivana del quartiere (espressione della solidarietà, soprattutto femminile, del vicinato come nei Sassi di Matera e cui è dedicato un paragrafo nel libro). Arrivando ai nostri tempi, la denuncia sociale del testo narrativo materano riecheggia quella del conterraneo Ulderico Pesce oppure quella del napoletano Erri De Luca con la sua “parola contraria” che è rammentato proprio dal protagonista Francesco (che è la voce dell’autore) per il suo non tacere e lo schierarsi contro i soprusi. Il combattere contro le avversità e per la propria famiglia riporta alla sorte de “I Malavoglia” di Giovanni Verga come pure alla veemenza del contadino Zosimo de “Il re di Girgenti” di Andrea Camilleri che ha romanzato un fatto realmente accaduto nell’Agrigento post-unitaria. La descrizione dell’eccentrica PM Maria Giuditta Tacconetto richiama quella di Imma Tataranni, il personaggio nato dalla penna della scrittrice materana Mariolina Venezia e diventato protagonista di una divertente fiction ambientata a Matera. L’irrisione che emerge dalla descrizione degli avvocati, in particolare quella dell’avvocato Ragnatela, fa ripensare agli avvocati inseriti nei racconti di Luigi Pirandello, tra cui l’avvocato della famosa novella “La carriola” (1917). La descrizione dei numerosi personaggi, tutto l’accoramento per l’arresto di Francesco, l’agitazione nelle strade dei Sassi rendono plastiche le scene tanto da vederle tridimensionali (senza indossare gli appositi visori per la realtà virtuale) come nella rappresentazione teatrale che è stata realizzata da una compagnia filodrammatica locale o sembra di rivedere il documentario “Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato” (1950) di Carlo Lizzani, che è stato il primo documentario in cui è comparsa Matera e in cui sono state affrontate le stesse tematiche del libro. Le parole più ricorrenti nel racconto sono: sudore, dignità, giustizia, silenzio. Quelle parole che caratterizzano tutte le lotte nei e dei Sud, come quelle dei migranti di oggi, di ogni giorno che fanno la loro lotta per arrivare alla terra promessa, a quella terra che appartiene a tutti. Facendo giochi linguistici con il titolo, “sudore” diventa “sud” e “ore”, “pane” diventa “pena” e “Pan”, il dio della natura selvaggia: alcune peculiarità del Sud e di Francesco che lo impersona. Apprezzabile, tra l’altro, il ruolo attribuito alle donne, come quel ruolo ricordato nella giornata mondiale delle donne rurali il 15 ottobre (istituita nel 2007). Tra tutte primeggia Maria Luigia, la versione femminile di Francesco, la cui alterigia e popolanità rende vive le interpretazioni delle grandi attrici di una volta da Anna Magnani a Gina Lollobrigida, la “bersagliera”. “La terra: gioia e dolore di chi ha avuto la fortuna di nascere per calpestarla. Quante guerre si sono combattute e si combattono per appropriarsi di quelle che sono più fruttuose, più ricche. Quante partenze a miglior vita per il predominio o la difesa della terra. […] La si può violare, ma arriva poi il tempo in cui la madre terra diventa matrigna e si vendica”. Questo l’incipit del racconto materano, attuale e universale e ancor di più dopo la tragedia della pandemia e le guerre in corso in ogni angolo del mondo. Da questi aspetti si ricava che il libro “Il sudore del pane” si iscrive nella letteratura di genere quale romanzo storico, sociale e regionale. Inoltre, tutto ciò conferma la fondatezza della teoria dei corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico e che la letteratura è “lettura e arte” della storia umana. E a maggior ragione Matera, con questa altra pagina di storia contadina, si rinnova patrimonio mondiale dell’umanità e terra feconda di cultura, di ogni forma di cultura (a cominciare dall’agricoltura, l’arte del coltivare la terra).