LUCIO TUFANO
L’origine e la madre di ogni maschera è sempre stata la fame[1]. Essa non è mai una semplice e unidirezionale assenza di qualcosa, bensì molla, motivazione e, persino, piacere in sé; oltre che motore di ogni intera avventura. «Come sostiene Propp, anche la favola oltre che il grottesco della piazza muovono da una “mala sorte”. Da questa si svolge in modo unitario, secondo un sistema analizzato, nella sua complessità e dal punto di vista principale, ossessivo, il mangiare».
«Fame dunque, in Pinocchio, non come semplice dato negativo, che lascia intirizziti, né come fiabistica “destino generale”, ma come desiderio stimolante non solo della fantasia, bensì sprone e spinta ad agire, desiderio attivo e sornione, che accende il piacere del non previsto, dello scontro imprudente, della conoscenza, che è sempre un gioco sui tempi lunghi del rischio …».
Fame dunque, come situazione, come realtà, come condizione sociale, come dramma che tutti intendono nelle sue sfumature e nelle sue implicazioni. Fame, perciò, sistema di riferimenti e vero proprio codice.
E la fame del Sarakè era una maledizione della strega, la cattiva strega dei vicoli, quella che viveva in una spelonca la cui porta era imbandierata di ragnatele come un curioso segno di nobiltà alla rovescia, con la porticina a toppe e con i buchi delle gattare … una porta a spranghe semicorrose, battuta dalle tormente, dal vento e dall’acqua.
Una maledizione che costringeva il Sarakè a sfrattare la sua povera pancia di tutto quanto aveva trangugiato, subito, come se tutto il percorso digerente si riducesse in un solo tubo, senza masticazione, senza elaborazione gastrica, e senza permanenza duodenale.
Dall’indecifrabile espressione ermetica di acquasala era il piatto o la scodella che il Sarakè conquistava più facilmente, di là di qualche pasto da crapulone che gli veniva fornito nelle feste e presso le varie occasioni della prodigalità laica ed ecclesiastica.
L’enorme ironia dell’acquasala, zuppa di pane bagnato in abbondanza, come affidata al contrasto fra la ricchezza e la cultura della povertà contadina; il pancotto con peperoni o scarola, la porzione di saraca, cibo sublime di sale, di pesce affumicato e di cipolla.
Un esempio di come la fame diventi nota saliente, cronaca e ironia, ce lo fornisce Collodi quando parla della parsimonia ipocrita dei due compari il Gatto e la Volpe e della frugalissima cena di Pinocchio.
«Qui il codice “fame” è lo stesso, ma rovesciato, perché messi a tavola, il Gatto, la Volpe e Pinocchio, dichiarano di non aver appetito. Per questo “il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non poté mangiar altro che trentacinque triglie, con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa alla parmigiana: e che la trippa non gli pareva condita abbastanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e il formaggio grattato!”, mentre la Volpe avrebbe spilluzzicato volentieri qualche cosa anche lei: ma siccome il medico le aveva ordinato grandissima dieta, si limitò ad una semplice lepre dolce e forte con un leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto. Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa; e poi non volle altro. Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi nulla alla bocca”».
«Dove sta l’oltranza, l’ironia? Ma, nel montare un piatto così striminzito con tutti quegli ingredienti fra mangiabili e immangiabili, l’antifrasi, da parte di Pinocchio, rispetto ai due compari, è puntuale: chiederà uno spicchio di noce e un cantuccio di pane “e lascerà tutto nel piatto”».
«… È così che si entra in contatto con quella teatralità della commedia, uno dei segreti non tanto segreti degli striminziti da fame».
La vicenda dei “rattaculi” invece è quella più sintomatica in cui s’imbatte il povero Sarakè, quando in un pomeriggio di ottobre trovò le siepi della più vicina campagna, tutte piene di rattaculi. La fame era tanta che Sarakè cinque e sei ne raccoglieva dai rovi delle siepi e diecine ne ingoiava. Forse ne mangiò troppi perché lo colse il maledetto prurito.
E riprendendo l’ironia della fame: una volta un ricco massaro, anche borghese agrario della città, invitò il Sarachiello e i suoi compagni per uno scherzo di cattivo genere. Fece trovare loro una tavola imbandita di ogni ben di Dio. In quella tavola c’era di tutto con una larghissima scafarea di strascinati al sugo di carne e con formaggio-ricotta salatissima, salumi e carne di maiale e manzo, formaggi pecorini e caciocavalli, noci e mandorle e altra frutta secca come i fichi … ma a quella tavola non vi era nulla, proprio nulla di liquido, nulla da bere, né vino, né acqua, e il pranzo era stato predisposto in un luogo della proprietà dove non vi era neppure una fontana e neppure una sorgente da cui zampillasse acqua fresca.
In verità sazi all’inverosimile, soddisfatta la fame e tutti i suoi stimoli, Sarachiello e i compagni rischiarono di impazzire per il gran bisogno di bere. Uscirono correndo nelle campagne, distanti dalla città, alla ricerca di una polla di acqua o di un goccio di vino, mentre il beffardo padrone se la godeva, sghignazzando per il tiro giocato a quei personaggi particolari che rappresentavano la favola tragicomica della città. Era questa la mentalità sorniona e anche una po’ crudele del massaro, nel farsi gioco di quelli dal sospiro lungo e dal borbottìo melenso, dalla perorazione truffaldina e dalla fame ossessiva, stimolo eterno, dal fabbisogno primario di pane e pastasciutta e da quello, meno raro ma pure essenziale, di bere. Una punizione per quelli che adoperavano la “questua spietata” a gola spiegata e dalla chioccia sentenziosità. Il capriccio del ricco nei confronti del grottesco, un modo di divertirsi esasperando la più impertinente burattinata, nei confronti di personaggi secondari e trascurabili, ma, maschere comunque ed in ogni occasione, per un teatro qualsiasi, per un carnevale fuori stagione, ma carnevale in ogni modo di risa e di irrisione, di maccheroni e di legnate, anche di crudeli birbonate.
[1]Da “Pinocchio e la Sorella fame” La Gola, nov. 1983 – Fernando Tempesti.
