VITO TELESCA
Nell’uscita sulla “saga” dei Sanseverino, pubblicata su questo quotidiano, abbiamo constatato come questa famiglia sia riuscita a tessere una fitta rete di relazioni, economiche e matrimoniali, portando il nome della casata in tutta Italia attraverso varie diramazioni. Tra i rami che rimasero ancorati al dominio feudale nel sud Italia troviamo il ramo dei principi di Salerno che si estinse però nel 1568 con la morte di Ferrante, un ramo che poté contare sui primi domini della famiglia, ovvero quelli direttamente discendenti da Turgisio, il capostipite. In principio il gastaldato di Rota (poi divenuta, come abbiamo visto, Mercato Sanseverino) ricopriva tutta l’area a ridosso della penisola sorrentina, indicativamente un territorio stretto tra Nocera, Solofra e Battipaglia e che si è poi esteso verso sud, comprendendo tutta l’area salernitana. Durante il XVI secolo, fino a quando cioè il ramo dei Sanseverino-Marsico era al potere, il feudo si estendeva fino a comprendere il Vallo di Diano, il golfo di Policastro, la parte occidentale dell’odierna provincia di Potenza, compresa l’area del Sirino e del nord Pollino.
Un’area quindi omogenea ed enorme considerando l’epoca. La fine della feudalità del ramo salernitano decretò uno spacchettamento del territorio, frammentandolo con cessioni testamentarie dirette ( altri Sanseverino che rivendicavano contadi, paesi e castelli, in poche parole diritti, tasse e servitù) o attraverso vendite effettuate ad altre famiglie nobiliari.
In età moderna furono altri rami dei Sanseverino a riannodare il territorio, soprattutto il ramo imparentatosi con i Del Balzo-Orsini, gli Acquaviva e i Bisignano. Sommando un po’ tutte queste “derivazioni familiari”, fino alle soglie del XVIII secolo (periodo di massima espansione territoriale per tutta la casata) il feudo dei Sanseverino (difficile qui distinguere i vari rami per una estrema frammentazione territoriale) comprendeva tutta l’area a sud di Napoli, parte dell’Irpinia, il territorio appenninico a ovest di Potenza, il Vallo di Diano e il Sirino, tutta l’area del Pollino e dell’Orsomarso compresa l’area ionica della Calabria e le pianure lucane del Sinni e del fiume Agri. L’economia del feudo era quindi assicurata da estesi pascoli, grandi riserve di acqua (molto preziosa per lo sviluppo agricolo, artigianale e del comparto tessile) e soprattutto ricca di foreste. Il dominio dei Sanseverino Marsico (e poi Bisignano), in età moderna poteva contare su una cinquantina di castelli sparsi tra Basilicata e Campania, compresi quelli più “periferici” e distanti come Tricarico, Calciano (a est) e Rocca Imperiale e Tursi più a sud.
I titoli della casata divennero notevoli:
Grazie alla politica matrimoniale e alle acquisizioni successive questi divennero baroni di Marcellinara, Malvito, Mendicino, Rocca Augitola e S. Fele. Ottennero il marchesato (in rigoroso ordine alfabetico) di Casalbora, Rojano, San Lorenzo, Valenza. Divennero Conti di Aliano, Altomonte, Anglona-Tursi, Biccari, Caiazzo, Capaccio, Caserta, Chiaromonte, Chiavenna, Corigliano Calabro, Lauria, Marsico, Matera, Mileto, Montescaglioso, Potenza, Ruvo di Puglia, Sanseverino Lucano, Saponara, Soleto, Terlizzi, Terranova di Pollino e Tricarico più altri centri minori. Inoltre, e ancora, i titoli di Duca per le città di Amalfi, Corigliano, Erchie nel brindisino, Venosa, San Marco A., S. Pietro in Galatina a Lecce, Scalea, Somma Vesuviana.
Il secolo con i più grande fermenti in seno alle baronie del mezzogiorno italiano fu senza ombra di dubbio il quattrocento, prima e dopo l’assedio turco di Otranto. Infatti la maggiore potenza dei feudatari la registriamo proprio a ridosso di questo evento “spartiacque” tra la storia medievale ee quella moderna. Infatti, secondo alcuni studiosi le attuali estensioni comunali seguono, nella maggior parte dei casi, proprio le estensioni feudali di questo periodo storico, anche perché anche in questo contesto, i Sanseverino fecero scuola anche dal punto di vista delle successioni ereditarie dei territorio e del patrimonio. Infatti, negli anni settanta del XV secolo, la grande famiglia dei Sanseverino decise, in tutti i suoi rami, di adottare un’unica modalità di successione ereditaria dei feudi. Esempio seguito, qualche anno dopo, anche da altre famiglie nobili del Regno.
Non mancarono inoltre lotte e guerre, non solo a colpi di diplomazia e di “carte bollate” ma anche di polvere da sparo. Particolarmente lunga e violenta fu la lotta nel Salento tra Bernabò Sanseverino e Raimondello Orsini del Balzo, principe di Taranto, che gli contendeva la contea di Nardò e di altri paesi intorno come Galatone e Copertino. Si scontrarono diverse volte tra il 1397 e il 1400 data in cui, nella battaglia di S. Pietro in Galatina, i Sanseverino riportarono una clamorosa vittoria sull’esercito tarantino di Raimondello. Vittoria effimera, perché seguì una tregua dovuta soprattutto alle condizioni di salute del Sanseverino, pare per una forma di tubercolosi. Dopo la sua morte il feudo di Nardò passò definitivamente nelle mani degli Orsini del Balzo.
Fortemente ramificati e potenti (Angioini e Aragonesi non poterono fare a meno di loro, anche dopo aspri dissidi come la congiura dei Baroni) vennero riempiti di titoli e onorificenze. Alcuni membri di spicco della grande signoria dei Sanseverino ricoprirono cinque dei sette Grandi Uffici del Regno, ovvero Gran Conestabile, Grande Ammiraglio, Gran Camerlengo, Gran Protonotario e Gran Giustiziere di Sua Maestà. I Sanseverino furono per molto tempo, insieme ad altre signorie, la spina dorsale del Regno di Napoli e sopperirono anche a lacune come assicurare la giustizia e il controllo militare e politico del territorio. Non senza problemi, non senza malumori ovviamente.
Ma questa è un’altra storia.
