Dall’Unità d’Italia venti erano stati i prefetti venuti a Potenza con il loro profumo, le loro ghette e il loro timbro. Quaranta ebbe il merito, con un colpo di timbro, di realizzare il Manicomio e il palazzo degli Uffici governativi – una sorta di vasi comunicanti per gli impiegati che impazzivano o per i capi uffici infuriati. Quaranta, “di animo schietto, di carattere franco e leale, apertamente imprime il suo timbro sugli atti a lui sottoposti, sempre diritto, preciso, ispirato al pubblico bene”.
Egli non tollerò nel suo palazzo il commissario civile istituito con la legge speciale Zanardelli del 1904 per l’esecuzione delle opere pubbliche e subito assorbì in sè quelle competenze. I potentini videro crescere ancor più “per frenetico reperimento di timbri e scrivanie – afferma la stampa dell’epoca – il palazzo del Governo rispetto al palazzo di Zì Pupo, come veniva denominata la sede del Municipio. Il potente e terribile Quaranta, dal quale, pare, scaturisse il sanitario provvedimento della “quarantena”, accentrò tutte le funzioni, vigilava su tutto, osteggiava o favoriva le elezioni. Dietro la sua ombra si profilava l’autorità dello Stato Centrale”. Disponeva della gran massa dei voti degli impiegati e delle clientele da gettare di volta in volta nelle elezioni.
Il prefetto fascista Avenanti invece indossava raramente il suo attillato pastrano nero e lucido, lungo fino a metà gamba, con doppia fila di bottoni di oro che non si fermavano alla cintola, il dorato aquilotto sul fez piumato, i gambali con gli speroni e i guanti: ma lo faceva nelle occasioni importanti, quando doveva ricordare, specialmente ai gregari, agli impiegati e ai camerati tutti che egli era anche Console generale della Milizia. Del resto qualunque fosse il genere del suo abbigliamento, la sua temerarietà, la sua straordinaria energia, il grado di efficienza, il suo fanatismo, chiaramente s’intuiva quale tipo d’identità, assoluta e impegnata, vi fosse tra il suo personaggio e il Fascismo (di qui il carisma). In lui, la forma era un’altisonante decorazione della sostanza, e i “fogli d’ordine”, regolarmente timbrati, ebbero sempre pedissequa e tempestiva applicazione nella città e nella provincia, specie per quanto riguardava il nuovo stile di vita, il costume fascista e il dovere dei cittadini.
Una scatoletta metallica di argento, ottenuta in regalo da Starace in occasione della sua nomina nella città di Potenza e che mostrava ai pochi intimi confidando loro con sussiego che il vero strumento del potere era lì custodito nel suo panciotto racchiudeva un piccolo timbro (il logo del regime). Avenanti lasciò una profonda impronta in una città che naturalmente lo accettò così come appariva, grazie ad una sua masochistica capacità di subire, senza evidenti sintomi di insofferenza, tutti i fenomeni del potere. I pochi meriti del prefetto politico e di polizia, Giuseppe Avenanti, forse furono posti in ombra dalla sua mania di essere factotum, energumeno, amministratore di giustizia, protagonista di ogni situazione da reprimere o da modificare, dal suo fervente culto della fraseologia fascista e dalle sue velleità di punire tutti coloro che, impiegati, operai, borghesi, fossero dediti alla mormorazione. A tutti il prefetto infliggeva il suo segno indelebile.
STARACE A POTENZA
Una folla di professionisti presso la libreria Marchesiello si era accalcata per giorni al fine di acquistare un nuovo oggetto tascabile ormai “simbolo portafortuna” del potere maschilista e distintivo del regime, al riparo da eventuale discrimine politico.
Il potere dei prefetti, quello degli Intendenti, dei Provveditori, dei Procuratori era un potere centrale, espressione del potere di Roma, e attorno ad esso, qui nella città di provincia, vi era un vuoto, un vuoto di potere, colmato solo da una sudditanza timida e ossequiosa. Tutti erano intenti a procurarsi il sostentamento per vivere. Nessuno pensava al potere se non per subirlo … quando è arrivata la democrazia, lo sviluppo, una certa tranquillità e la soddisfazione dei bisogni primari, tutti pensarono di poter colmare il vuoto di potere e di riscattarsi dall’infima condizione di sudditi.
Ci sono riusciti in moltissimi a esercitare un frammento di quel potere che prima era accentrato e di passaggio.
Quaranta era il messo di Roma, Avenanti anche. Padri del potere, tenevano un rapporto con la città soltanto funzionale. Tra le altre, vi fu la nuova fame, quella di potere, l’ambizione dei sudditi a comandare, la velleità degli spettatori di poter diventare attori. Quaranta era il potere centrale, cento e più di cento i poteri della democrazia di provincia. Quella solenne autorità centrale, che inviava il suo rappresentante nelle provincie, diventò potere sempre più decentrato. Si trasferì così una nuova centralità nella periferia, con l’investitura di nuovi poteri locali e quindi le suggestioni, le subordinazioni e le gravitazioni di un nuovo potere più riavvicinato, e che abitava nel portone affianco. Quando il teatro della nuova centralità si trasferì da noi, il potere non fu più provvisorio e di passaggio ma residente e stabile, quasi ossessivo, perfino in conflitto con quello centrale. Quel potere, che prima attraversava lo schermo di provincia, divenne di origine controllata, potere doc, non controllabile però nella sua qualità e nei suoi risultati, e quindi non alieno da adulterazioni e passioni localiste. Con la caduta della centralità nazionale e con l’avvento del potere decentrato cadde il potere del Prefetto-padre.
FOLLA IN PIAZZA PREFETTURA
Non si poté fare a meno del timbro neppure quando tale potere ebbe bisogno del consenso, anzi con il clientelismo selvaggio si acuirono le esigenze dei cittadini e aumentarono all’inverosimile gli interventi del potere. Il potere proliferò in tantissimi altri poteri: gli onorevoli, i presidenti, i vicepresidenti, gli assessori. I sindaci, cinsero la fascia tricolore nelle cerimonie ufficiali, rilasciando con apposito timbro licenze e autorizzazioni, tutte le certezze e le certificazioni di cui i cittadini ebbero bisogno, gli stati civili, la residenza, i posti di lavoro e di vendita, loculi perpetui. Sovrani di piccoli stati ebbero la facoltà di emettere ordinanze sull’igiene, sulla salute, sui mercati nelle contravvenzioni per il traffico e per il posteggio.
Ecco quindi che il timbro ha ottenuto un sempre più frenetico impiego, assumendo significato e diventando metafora di un potere maschilista e politico: il timbro della voce, la gutturale del potere, il timbro di una razza, di una condizione, dell’emarginazione come costante geografica, di anagrafe e di censo, marchio di anonimo destino senza successo televisivo o finanziario, né politico, senza mercato per il proprio talento, senza imprimatur della sottostoria.
È col timbro che si è legato il destino di tanti alla supremazia e alla sopravvivenza del potere, si è acceso il riscatto del nuovo vassallaggio, dei multipli e dei sottomultipli, si è consumato lo ius secundae atque tertiae noctis, lo ius vitae ac necis, ripristinando le condizioni medioevali dell’assidua soggezione al potere.
Il potere ha affondato sempre più le sue radici nel fertile terreno della costanza del bisogno, in una sempre più sua frequente certificazione, le sue sindromi: la sindrome di Edipo, (del padre e del figlio) quella egemone e quella subalterna, a seconda di chi lo imprime o di chi ne è destinatario, la nevrosi (paura di perderlo o paura di subirlo), quella di fedeltà o di infedeltà gregaria, o del gregario che si fregia delle attenzioni e delle amicizie dell’onorevole, di discontinuità (quando il timbro manca o è poco leggibile), la sindrome dilatoria o dell’anticamera … (il piacere di fare attendere il postulante, o chiunque, l’aspettativa della soluzione di un problema), la sindrome di Narciso, derivante dalla antica sindrome numismatica, la sindrome delle preferenze elettorali, il paternalismo e l’adozionismo o comparizio.
Si andava formando un clima di demoprotezione di massa, un potere piramidale come sempre, ma più diffuso, alimentato da un consenso di massa. Era la “tirannide dei gelsomini”, il potere del bianco fiore, della maggioranza, dove il concetto di tiranno in chiave di democrazia, richiama quello della Grecia antica. Si trattò di una tirannide soffice, silenziosa, ovattata di premure e di cortese indifferenza paternalistica ad personam e ad familiam.
È qui che il timbro, usato indiscriminatamente, ha proliferato grazie al decentramento, alla frantumazione del Potere che ha fatto moltiplicare all’infinito le ambizioni e le ingordigie, che ha innescato strategie perverse per la cattura del consenso, che ha fatto aumentare le aspettative e le richieste di maggiore certezza le certificazioni del potere. Il potere è diventato concorrente, cinico più di quello tradizionale, più perfido quello dei figli rispetto a quello severo o semplicemente cattivo del padre, un Potere che ha una tale convinzione di operare e di dire nel giusto, o nel contrario del giusto, che quando dimentica di farlo, la gente pensa comunque ad una strategia, abituata a considerarlo una divinità oracolistica.
PIAZZA PREFETTURA, DI ANTICA EPOCA
Tutti quelli che ricevettero la facoltà di esprimere la propria libidine con l’imprimere una timbrata, tutti coloro che, detenendolo, si avvalsero di un tale aggeggio per preservarsi dallo scarso consenso elettorale e per conservarsi quanto più a lungo possibile il potere, per comandare e ricevere onori e rispetto, per aumentare il proprio prestigio, per commettere “l’abuso d’ufficio” e qualche reato proprio della Pubblica Amministrazione, furono a loro volta destinatari di altri timbri, quelli impressi negli avvisi di garanzia e nei rinvii a giudizio.
Alla fine il potere giudiziario decise il destino di quelli che avevano abusato del timbro, quello delle Procure; l’autorità giudiziaria con i suoi sigilli invase la vita pubblica, delegittimando incarichi e poteri con rinvii a giudizio o proscioglimenti.
Ecco perché il potere plurimo, o quello in frantumi, del Potere insomma in ogni sua manifestazione, è stata, è e sarà sempre espressa da un timbro, nella mimica espressa dalle relazioni correnti e diciamolo pure, tra i due sessi, tra agiato e disagiato, tra ricco e miserabile, tra “sistemato” e disoccupato, tra perbenista e permalista … è entrato nel linguaggio figurato come l’attestazione inequivocabile di un successo, di un potere esercitato, di un dominio acquisito.
È così infine accadde che il potere è stato occupato dalla massa piccolo-borghese e sottoproletaria con titolo di studio e in possesso di timbro. Nessuno più lo vuole mollare per far posto agli altri, la moltitudine, quella degli uomini rimasti in piedi.
E c’è di più, con il potere totalmente decentrato che si è ottenuto dall’autorità legislativa centrale, la facoltà di legiferare sui propri interessi, sulle proprie indennità e prerogative, sui vitalizi, sui rimborsi forfettari, sul rimborso dei viaggi (per scopi istituzionali), sulle spese di rappresentanza, sul sistema sanitario e assicurativo. Su ogni legge e provvedimento o delibera è stato apposto il timbro del potere grazie alle attenuanti giustificazioni di esigenze democratiche e all’immancabile unanimità delle assemblee corporative.
LE FOTO SONO TRATTE DAL LIBRO DI F.GALASSO POTENZA NEI RICORDI E NELLE IMMAGINI
