IRENA, L’ANGELO POLACCO CHE SALVÒ 2500 BAMBINI EBREI DAI NAZISTI

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Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

«Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria»

Scoprii per puro caso la storia di questa straordinaria donna il 3 aprile 2012, ben 10 anni fa.  Mi aveva colpita ma  l’avevo quasi dimenticata. Aggiungo gravemente dimenticato perché si trattava della “Storia”. Di quella “Storia”fatta da persone umili, da persone che non cercavano glorie ed onori. È  la “ Storia” di una polacca come tante altre, di un’infermiera che svolgeva il suo lavoro; di una donna che presto fu dimenticata nell’oblio e poi per merito di alcuni studenti del Kansas nel 1999 fu riportata all’attenzione dell’opinione pubblica tanto da essere nominata per il Premio Nobel per la Pace. Era il 2007 e fu assegnato ad Al Gore.  

Irena era di origine ebraica, nata a Varsavia il 15 febbraio 1910 da un padre medico, cattolico e d’idee socialiste.  Il padre, Stanisław Krzyżanowsky, egli morì di tifo nel febbraio 1917, aveva contratto la malattia mentre assisteva ammalati che altri suoi colleghi si erano rifiutati di curare. Molti di questi ammalati erano ebrei: dopo la sua morte, i responsabili della comunità ebraica di Varsavia si offrirono di pagare gli studi di Irena come segno di riconoscenza. Pur rimanendo profondamente cattolica, la ragazza sperimentò fin dall’adolescenza una profonda vicinanza ed empatia con il mondo ebraico. All’università, per esempio, si oppose alla ghettizzazione degli studenti ebrei, e come conseguenza fu sospesa dall’Università di Varsavia per tre anni. Iniziò a fare l’assistente sociale, si trasferì a Varsavia e si sposo prendendo il cognome del marito: Sendler. Già dal 1939 dopo l’invasione nazista prese contatti con la resistenza la Sendler ottenne un permesso speciale per entrare nel ghetto alla ricerca di eventuali sintomi di tifo; poiché i tedeschi temevano che un’epidemia avrebbe potuto spargersi anche al di fuori del ghetto stesso. Nel ghetto Irenaporta

Irena con alcuni “bambini” che salvò

va sui vestiti una Stella di Davide come segno di solidarietà con il popolo ebraico, come pure per non richiamare l’attenzione su di sé.

Irena, il cui nome di battaglia era “Jolanta”, insieme con altri membri della Resistenza, organizzò così la fuga dei bambini dal ghetto. I bambini più piccoli furono portati fuori dal Ghetto dentro ambulanze o altri veicoli.

In altre circostanze, la donna si spacciò per un tecnico di condutture idrauliche e fognature: entrata nel ghetto con un furgone, riuscì a portare fuori alcuni neonati nascondendoli nel fondo di una cassa per attrezzi, o alcuni bambini più grandi chiusi in un sacco di juta. Nel retro del furgone, alcune volte aveva tenuto anche un cane addestrato ad abbaiare quando i soldati nazisti si avvicinavano, coprendo così il pianto dei bambini.

Fuori dal ghetto, la Sendler forniva ai bambini dei falsi documenti con nomi cristiani, e li portava nella campagna, dove li affidava a famiglie cristiane, oppure in alcuni conventi cattolici come quello delle Piccole Ancelle dell’Immacolata a Turkowice e Chotomów. Altri bambini furono affidati direttamente a preti cattolici che li nascondevano nelle case canoniche. Come lei stessa ricordava: « Ho mandato la maggior parte dei bambini in strutture religiose. Sapevo di poter contare sulle religiose ».  (Irena Sendler nell’articolo: “È morta Irena Sendler: salvò la vita a 2.500 bambini ebrei” su Zenit del 13 maggio 2008).

Quando è stata scoperta dalle S.S fu torturata e le spaccarono le gambe e le braccia,ma lei non ha mollato la sua missione: nel giardino di casa sua sotterrò  un barattolo di vetro con la lista di tutti i nomi dei bambini ed è sempre andata alla ricerca dei genitori e parenti.  Irena Sander fu anche osteggiata dal regime comunista polacco,  infatti al 1948 al 1968 la Sendler è stata iscritta al Partito Comunista polacco che abbandonò in seguito alle campagne antiebraiche condotte dallo stesso nel marzo del 1968. Nel 1965, Irena Sendler venne riconosciuta dallo Yad Vashem di Gerusalemme come una dei Giusti tra le nazioni. Soltanto in quell’occasione il governo comunista le diede il permesso di viaggiare all’estero, per ricevere il riconoscimento in Israele.

Un manifesto in tedesco e polacco che minaccia di morte coloro che aiutavano gli ebrei

La storia della vita di Irena è stata riscoperta nel 1999 da alcuni studenti di una scuola superiore del Kansas (cfr. il progetto [www.irenasendler.org Life in a jar]), che hanno lanciato un progetto per fare conoscere la sua vita e il suo operato a livello internazionale.

Nel 2003, papa Giovanni Paolo II le inviò una lettera personale lodandola per i suoi sforzi durante la guerra. Il 10 ottobre 2003 essa ricevette la più alta decorazione civile della Polonia, l’Ordine dell’Aquila Bianca, e il premio Jan Karski “Per il coraggio e il cuore”, assegnatole dal Centro Americano di Cultura Polacca a Washington D.C.

Nel 2007 l’allora Presidente della Repubblica di Polonia Lech Kaczyński, avanzò la proposta al Senato del suo Paese perché fosse proclamata eroe nazionale. Il Senato votò a favore, all’unanimità. Invitata all’atto di omaggio del Senato il 14 maggio dello stesso anno, all’età ormai di 97 anni non fu in grado di lasciare la casa di riposo in cui risiedeva, ma mandò una sua dichiarazione per mezzo di Elżbieta Ficowska, che aveva salvata da bambina.

Il nome di Irena Sendler venne anche raccomandato dal governo polacco per il premio Nobel per la pace, con l’appoggio ufficiale dello Stato di Israele espresso dal suo primo ministro Ehud Olmert(anche se queste nomine dovrebbero essere mantenute segrete). Alla fine tuttavia, il premio fu assegnato ad Al Gore. Una grande donna; Irena si è spenta  a Varsavia il 12 maggio 2008.

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