LA  BELLA  ESTATE ( e altre stagioni)

0

di  GERARDO  ACIERNO

Tutti i paesi lucani soprattutto d’estate sventolavano con orgoglio i propri lacerti di storia. Prima che la pandemia da Covid-19  ne decretasse lo slittamento o addirittura l’annullamento, queste manifestazioni, scampoli di storia minore con la presunzione d’essere anche ‘attrattori’ e predisposti da entusiastici assessori o da sindaci infervorati, avevano lo scopo di ospitare nelle nostre contrade il maggior numero di turisti possibile. Dietro misurata cura politica e con giusta dose di furbizia imprenditoriale, la memoria paesana si sforzava di proteggere dal rischio estinzione una serie di accadimenti intrecciati di riti paganeggianti, radicate leggende, sbiadite nostalgie. Lo faceva traducendoli in canti, cortei e rappresentazioni teatrali.

    Tutto si svolgeva nei vicinati, nelle contrade, tra i tavoli delle caffetterie padroneggiate sia dai pochi giovani residenti sia da quelli, altrettanto pochi, rientrati dalle città universitarie del centro-nord (chissà perché non studiavano a Potenza..). Le strade si affollavano; vicoli e piazzette del centro storico si rianimavano; svuotate case gentilizie riaprivano portoni e giardini; i negozi avevano le vetrine lucidate di tutto punto. In questo periodo nei nostri borghi ci s’imbatteva in cento cose: esposizioni di quadri naif sotto archi di taverne abbandonate; madonnari ripiegati sull’asfalto colorato; giovani donne appollaiate sui trampoli; attori dilettanti impegnati sulle consumate scale del Municipio a recitare Plauto imitando Carmelo Bene; trombettisti e sassofonisti a strimpellare il jazz nei vicoli sfiniti dal lungo silenzio. Al tramonto, nel fumo delle schioppettate di moschettoni secenteschi, personaggi fasciati dentro costumi sfarzosi sfilavano insieme a sbandieratori e cavalieri, falconieri e musici per ricordare vicende di Principi, Regine e Monasteri dalla storia misteriosa come quello della Rosa senza nome. A seguire, la passeggiata nei vicoli medievali per degustare – riportava il manifesto di presentazione – ‘i prodotti tipici della nostra variegata cucina’. Un carosello di spettacoli, di leggende, di vanagloria  e di buoni affari.

    Dai paesi vicini arrivava gente a iosa. Sui banchi d’alluminio allineati lungo il Corso, si affettava il prosciutto a tocchi, si gustava vino locale in attesa che i fusilli raggiungessero la giusta cottura e che l’arrosto d’agnello s’indorasse sulla brace di vecchi forni a legna. (Spagna o Franza, quel che conta è la panza; Franza o Spagna, l’importante è che se magna). Per strada sfilava gente paesana trasferitasi altrove ma della quale, in paese, si raccontavano ancora tante cose. Ci si riconosceva, partivano strette di mano, qualche abbraccio e iniziava immediatamente lo sgranare dei ricordi del tempo andato, a dire il vero quasi mai benevolo:

-Ti ricordi di..?

-Vi ricordate quella volta..?

-E quando accadde che ..?

    Un interminabile amarcord.

La clausura, la forzata solitudine e il divieto di assembramento hanno cancellato tutto questo. Ci sarà mai in futuro ancora spazio per questi nostri ‘lampi di storia e di storie locali?’. La gente potrà ancora incontrarsi  e quindi abbandonare quello “spazio virtuale” usato e spesso abusato dai social, con il loro cinguettio poco elegante, la loro rappresentazione impresentabile fatta di commenti volgari e di fredde considerazioni? Domande ardue cui è difficile al momento dare risposte. Certo, perplessità e interrogativi si accatastano di continuo: lavoro che manca, ripresa che stenta, fallimenti in agguato, speranze deluse, divisioni politiche e generazionali, rinvii e indecisioni governative. Non c’è da stare allegri. E questo tempo incerto, vuoto,  da chi sarà mai colmato?  Ci saranno uomini capaci di dare fiducia e nuovo slancio a queste nostre antiche tradizioni? Uomini pronti a tracciare nuove strade da percorrere e nuove avventure da affrontare? Uomini in grado di inseguire il sogno: quello di rendere le nostre stagioni lucane sempre più interessanti, colte, felici e produttive. I colori della nostra Regione, come dice un efficace spot pubblicitario, sono autentici. Proviamo a non sporcarli, a conservarli luminosi nella loro più esaltante cromaticità. 

Immagine: Copertina:

– ‘La bella estate’ di Cesare Pavese-

                  Oscar Mondadori (1965)

 

———————

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Lascia un Commento