
gerardo acierno
di GERARDO ACIERNO
Da più parti in questi ultimi giorni si parla, si scrive e si legge della nostra nuova paura. La chiamano ‘la sindrome della capanna’. Dopo questo lungo periodo di confinamento (non so perché si dica ‘lockdown’), circa un milione di italiani – e io con loro- fa fatica a lasciare la casa. Dopo esserci abituati alle comodità (?) casalinghe, alle protezioni, ai sereni gesti domestici non abbiamo né voglia di mare né di montagna. Abbiamo paura e basta.
Tranquilli. I medici ci ricordano che l’uomo è un animale sociale e in due o tre settimane questa sindrome dovrebbe risolversi. Intanto, però, io continuo a far scorrere sul pc video e audio di una nostalgica lista (perché dovrei dire playlist?) che va dai vecchi ballabili dei tempi paterni a quelli della mia ormai lontana giovinezza, ripensando alla Fase 1, a questa Fase 2, alla Fase 3 che verrà e poi, e poi.. chissà..
Dicono gli specialisti che durante questo tempo si è sedimentato in noi, nel nostro tessuto sociale, un largo strato di passioni animalesche. Il conflitto tra salute-lavoro, tra ‘morire di virus-morire di fame’, tra libertà-contagio, si è fatto aspro, violento e ha dato sfogo a rabbie e gesti inconsulti. Anch’io ho avvertito la sensazione che nel disordine che sta là, di fuori, oltre la porta della mia capanna (casa), l’uomo sia tornato a certi comportamenti primitivi. Nel rapporto vita-bene, persona-cosa si rischia di scivolare in quello stato che i sociologi chiamano presociale per cui resto qui nella capanna e ripenso con piacere all’esemplare sinteticità di quell’articolo della nostra Costituzione che dice “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite all’indigente”. E gioisco quando sento parlare di salute dell’individuo e soprattutto di sanità pubblica da risanare e riformare.
Fortuna, poi, che c’è il villaggio. Il paese che mi ospita, nel quale è piantata la mia capanna e nel quale tra stupidi petardi notturni fatti esplodere accanto a reperti di pietra,patrimonio comune e condiviso, pochissimi contagi, misurate contrapposizioni, balconate di arcobaleni, patriottici tricolori e stendardi sacri ci si prepara per la festa patronale.
La terza domenica di questo mese. Con la vigilia, però, padroneggiata dalla ormai famosa ‘Uglia’ che a tutti gli effetti è entrata a far parte di quella collezione di memorie e costumanze che mi piace chiamare ‘lacerti di storia’. A queste giornate e a questo evento un pignolese mai e poi mai è disposto a rinunciare.
Come dite? Quest’anno, sì? Dobbiamo rinunciare?
E va bene, abbiamo rinunciato alle messe, ai funerali, alle assemblee, abbiamo appena fatto in tempo, noi juventini, a festeggiare un 2 a 0, ora dobbiamo rinunciare anche alla nostra festa. Non siamo e non saremo i soli. Ce ne faremo una ragione. Ma senza dimenticare nulla di queste festose giornate.
Tutto ha inizio di sabato, come si diceva. Sabato di vigilia, di arrivo delle bande e delle bancarelle, delle giostre e della Uglia. I quattro quartieri del paese, Terra, Chiazza, Paschiere (con Quartiere cinese) e Cummend, si aprono all’accoglienza: di sera tardi e fino a notte inoltrata si svolge una processione un po’ sacra e un po’ profana, tra montagne di ginestre crepitanti nei falò accesi agli angoli più stretti e scomodi del rione. Le porte delle abitazioni si spalancano, il fiasco del vino fa bella mostra di sé sul tavolo delle cucine: la gente entra, si disseta, scambia qualche parola con il capofamiglia e tira avanti, verso la casa del vicino e poi l’altra casa e ancora un’altra e sempre lo stesso repertorio. La semisacra processione nel frattempo sosta forzatamente di fronte ai fuochi, lenti a consumarsi. Dalla folla si leva, inesorabile, insistente e minaccioso un urlo collettivo: Musica!!, appena la banda smette di suonare e chiede di rifiatare. Musica!!
C’è ancora puzza di bruciato nel cielo mattutino della domenica di festa.
Alza la tenda di panno colorato il venditore di noccioline e dissemina sulla bancarella filari di torroni, montagnole di mandorle indorate, castagne abbrustolite e sciuscelle annerite. Dai ganci pendono catene di ndrite e l’uomo soffia dentro palloncini colorati.
Il sarto nella sua bottega si affanna a dare l’ultimo colpo di ferro al vestito nuovo da consegnare prima che la banda esca mmenz la chiazza.
Nelle case c’è profumo di biancheria fresca e di brasciol messe a cuocere a fuoco lento.
Suda al libro dei conti ‘u pruculator per il denaro che non basta, per l’orchestrina Cuban che tarda ad arrivare da Salerno e per tutte le altre spese.
Un colpo d rangasc chiama a raccolta i bandisti di Squinzano; si muovono i giovani dell’Azione Cattolica; la folla si sposta a Sant Spirit perché si sente la banda d mast Saverio che accompagna la Madonna dal Pantano fino a Pignola.
File lunghissime di bimbi, preti in preghiera, inni sacri, ceri devoti, donne scalze, stravolte e felici.
Di sera luminarie nelle strade. Passeggiate interminabili e panini con il prosciutto paesano. Traviate e Rigoletti in uno zibaldone di note.
Infine i colorati fuochi d’artificio. Rigano le tenebre lasciando nel cuore di tutti un po’ di malinconia perché la festa si spegne, proprio come l’ultima artificiale meteora caduta oltre la collina nel mistero di un cespuglio che poco prima ha ospitato un fugace incontro d’amore.
Tutto questo, quando? In quale anno? Ho forse sognato? Non ricordo. Di certo era la terza domenica di maggio. E non c’era la pandemia.