VALERIA IANNUZZI
“E’ finito il tempo dell’ottimismo con cui il cristianesimo ha segnalato il futuro come salvezza, la scienza come progresso, la rivoluzione come giustizia sulla terra”. Lo afferma Umberto Galimberti -filosofo, sociologo, giornalista e accademico italiano del nostro tempo – motivando la sua opinione critica: “tutto ciò accade perché la tecnica non tende al progresso inteso come miglioramento delle condizioni umane ma ad uno sviluppo afinalizzato, apparendo come la condizione per realizzare qualsiasi scopo“. Nulla si sottrae a questa logica, neppure quella che da sempre è la manifestazione più autentica dell’uomo. Purtroppo, infatti, neppure l’arte, intesa nel senso più ampio del termine, sfugge alla razionalità tecnica, dal momento che, con l’avvento di quest’ultima, l’artista è riconosciuto tale solo se vende sul mercato. L’odierna alienazione che il lavoratore subisce non è da imputare alla tecnica, ma all’inerzia della politica che non governa né l’economia né la tecnica. La politica non decide di per sé ma guarda all’economia che a sua volta guarda alle disponibilità e alle risorse tecniche. Per cui, non c’è decisione che possa essere presa a prescindere dalla sfera del denaro.
La mira principale della tecnica è quella di raggiungere il massimo degli scopi con il minimo impiego di mezzi. Questa forma di razionalità è ben rappresentata dai mezzi di produzione (le macchine) e di organizzazione (i sistemi) che rispondono a una logica molto rigorosa materializzata nelle macchine tra loro perfettamente sincronizzate. Al punto che l’uomo ne risulta il congegno più a-sincronizzato poiché nel sistema uomo-macchina la guida passa alla macchina: oggi è il sistema delle macchine e delle organizzazioni a servirsi dell’uomo ridotto a suo funzionario.
L’uomo, infatti, indossa una “maschera economica” in cui sono scolpiti i tratti del suo impiego e del suo essere impiegato. Con la maschera in volto l’uomo non è più in rapporto con il mondo, ma esclusivamente con le leggi che governano il sistema mercantile in cui il singolo si trova ad operare. II suo agire esprime razionalià dell’apparato economico che determina non solo la sua azione, ma anche la relazione con i suoi simili, mediata dalle leggi che connettono la produzione, lo scambio e il consumo delle merci. Tutto ciò però non è oppressione, ma sistema. Di oppressione si poteva parlare prima dell’economia globalizzata dove la riduzione dell’uomo a cosa avveniva per volontà di un altro uomo e quindi era possibile individuare la condizione di liberazione. Oggi la riduzione dell’uomo a cosa non è più effetto di una volontà ma è l’effetto della razionalità del mercato su tutti gli uomini perché tutti (servi e signori) hanno come controparte la razionalità che regola le leggi di mercato.
Per questo i giovani accettano con rassegnazione qualsiasi lavoro temporaneo, per questo chi perde il lavoro va in crisi di identità e non sa come uscire dalla notte buia della disperazione. E questo non perché si sono identificati nel loro lavoro ma perché non hanno una controparte con cui confrontarsi. Il mercato non ha un volto, il mercato è nessuno. Di qui la rassegnazione e la disperazione che affiggono sia la classe imprenditoriale sia la classe dei subordinati, per la prima volta nella storia non più in contraddizione, ma entrambi sottomessi alla dura legge della razionalità del mercato, un’ombra che li controlla, che li manipola.