LUCIO TUFANO

Non è ancora lontana la tiepida cantina dei fumi e delle voci, dei vapori, dei pugni sui tavoli, il vecchio gioco gridato dei bicchieri vuotati. 

I baresi cantano la freschezza dei polipi e la biondina, la dolce uva tunisina da tavola; le gatte partoriscono nelle “sporte” e la menta moriva all’occhiello della festa. Si salutava l’amore delle finestre con una levata di cappello e sulle lapidi profumate di resine si poggiavano le corone di glicini in ferro battuto. Per un pizzico di tabacco da annusare il canonico si fermava a distribuire i cannellini di zucchero.

Passavano col pianto dei fanciulli le ciliege come pietre nel vino: Chiagniti uagliò ca mo’ passano i cirase!!! Si nun chiagnire nun’avire!, e sul sagrato della chiesa la scivolata di ghiaccio alabastro. Uee lu zu dimane è sanda Criscia … e la corsa finiva sui rocchetti e sui cerchi per il giro di Potenza, sui “tùturi” di granone per le guerre di rione. La frustata dello schiaffo sul palmo della mano, il gioco perfido dei chierici. Sotto gli ippocastani delle ville, nelle giberne delle sentinelle, nei cortili delle armi fervevano i sogni tradotti nelle attese.

Indugiavano i tramonti negli spigoli delle case rosse, tra i portoni grigi e i marciapiedi rimbalzano le sciscke, i bottoni metallici delle brache, le effigi bronzee nell’eccidio giacobino delle ghigliottine e il rotolare delle teste. I sanculotti scalzi fanno tinnire la storia col “tozzamuro”.

Si snodano i giochi poveri, come antiche vicende, brevi racconti delle botteghe e delle cantine, che hanno confini di piazzette e di vicoli. Giochi e trucchi inventati nel buio delle prigioni borboniche, malizie cattive e scherzose come lo “sgambetto” e le “piroette” tese da frotte di pizzaculi provetti.

E mentre i mastri raccontavano severi le storie artigiane dei cuoi e dei colori, i garzoni erano pronti a filmare le prospettive di domani. “Da uno sterpo venivano due legnetti in croce, una gruccia per la fionda, un uccello a due becchi per il giuoco delle mazze, uno zufolo e una canna per sparare alle mosche, da noi la palla di pezza da uno straccio, la pupa di pezza da una stoffa, la bandiera nera da una manica di camicia, la raccolta delle “tortoredde” variopinte dei tappi a corona delle bottiglie.

 

Javèrt, la guardia municipale, spaventava i ragazzi passava il carro col tiro a sei, il cappello a tuba del vetturino ironico nel paese dei balocchi. I soldati andavano in guerra, mangiavano, bevevano e facevano all’amore: si slacciavano le ciocche delle lunghe filastrocche, si sceglievano i colori e le canzoni barocche, le reginelle campagnole ci davano i passi che volevamo.

 

A ppi ppe ndòne

lille lille Iòne

carta in Francia

carta blè

alla decoltj’

alla befanj’ …

esci fuori garibaldì.