Gerardo Acierno – Il racconto della domenica

Il suo nome, Felice. Isola, il curioso cognome. Quando (raramente) capitava l’occasione di presentarsi a qualcuno, alzava di un tanto la voce e sillabando – .. piacere, I-s-o-l-a F-e-l-i-c-e!..- tratteneva tra le sue mani quella del conoscente quasi a volerlo costringere a sorridere sul calembour prodotto dalle sue generalità.
Tutte le mattine Felice girovagava per i mercatini con il suo motocarro a caccia del posto dove piazzare la bancarella e scaricare un paio di sacche stipate di maglie, camicette e altro vestiario povero. Tra ambulanti marocchini e salernitani, venditori di scarpe e artigiani del ferro battuto, Felice stendeva un telo grigio su due zoppicanti cavalletti di legno e metteva in bella mostra nient’altro che stracci. Per questo motivo lo chiamavano ‘Felicett ‘u strazzò’. Quella mattina – era marzo – pioveva e faceva freddo. C’era poca gente nei vicoli medievali della città sfregiati da graffiti multicolori sui muri intonacati di fresco. I cupi rimbombi dei tuoni sembravano rotolare fin sotto i grandi ombrelloni incerati, montati a protezione di merci e persone.
A metà giornata l’urlo insopportabile delle sirene delle auto della Polizia e delle ambulanze sconvolse quell’angolo di città tra la Chiesa della Misericordia e il Corso. Lo striminzito spazio immediatamente si affollò. Facendosi largo con decisione, Felice riuscì a sistemarsi tra la gente che bisbigliava, quasi con rabbia, un solo nome. Era un nome femminile, il nome di una ragazza, scomparsa da diciassette anni che la città, indecisa e ambigua, non riusciva a urlare in faccia ai colpevoli. Era, forse, giunta l’ora della verità, pensò Felice, intruppato nella folla schiumante rabbia. Intravide operai con la tuta di plastica e la mascherina trasbordare valigie di zinco, attrezzi e molto altro dalle auto all’interno della Chiesa. Ne riuscivano con gli sguardi bassi o come persi nel vuoto. Felice se ne stava in silenzio. Un ambulante deve farsi gli affari propri e poi erano le autorità che dovevano parlare e i ‘pezzi da novanta’, i nomi dei quali, ora, circolavano di bocca in bocca tra mille sussurri e qualche grido stizzito.
Quando fu ufficializzata la notizia .. nel sottotetto della Chiesa della Misericordia è stato trovato lo scheletro di una persona, certamente una donna, probabilmente una ragazza.. si accesero i potenti riflettori delle televisioni che rimbalzarono il fatto in tutta la nazione. Scattò un applauso sincero al passaggio della tavola con i poveri resti della sventurata ricoperti da un lenzuolo zuppo di pioggia molto simile al grigio nevischio di un natale senza fede e senza campane. Felice non applaudì. Incastrato tra le spalle solide di un carabiniere e una transenna arrugginita non trovò il tempo e il modo di sfilare le mani dalle tasche bucate del giubbino di jeans. E poi, aveva la mano destra fasciata in una benda bianca a protezione della ferita procurata la sera precedente quando, inciampando, era caduto nel cantiere dove stavano costruendo le scale mobili per questa città tappezzata di gradinate infinite e ripide, simili alle vite faticose dei suoi abitanti.
L’applauso, però, a Felice parve inconsueto, felpato, stonato quasi avessero anche gli altri la mano fasciata. Nel frattempo dalle grondaie rigonfie della chiesa la pioggia tirò giù tanta schifezza e da quel tetto, distante e omertoso, rotolarono fino alla cunetta del Corso tanti piccoli oggetti: sembravano bottoni sdruciti. Felice ne raccolse uno che ancora conservava un che di colore: uno sbiadito rosso-porpora, tipico di certi abiti talari. Felice tornò al suo banco di stracci, confuso e stranito, ripensando ai suoi concittadini con le mani ferite e bendate proprio come la sua, la quale –santo cielo!- sanguinava per davvero e lui sapeva il perché. Quelle altre, invece, perché? Tra i suoi piedi la zigzagante linea rossa fatta pitturare da un geniale assessore sul selciato delle stradine del centro come guida di un improbabile percorso turistico-culturale sembrò assumere le somiglianze di una lunghissima, interminabile, drammatica, purulenta ferita mentre la pioggia, sempre più insistente e nera, ne esaltava la sua indelebile indifferenza.
(disegno di Fiorentino Trapanese)
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