LA FESTA BAROCCA DEL 1686 A GRUMENTO NOVA

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I Sanseverino: storia sociale e forme del costume. Un saggio di Maddalena Albano.

 

di Antonio Lotierzo

 

 

Le edizioni Osanna hanno, con merito, pubblicato un saggio di Maddalena A. Albano intitolato “26 aprile 1686. Cronaca di una festa barocca” che ricostruisce, con analitica precisione e cura delle espressioni linguistiche, l’insieme degli apparati per le aristocratiche “nozze Sanseverino-Gaetani”. Fra i documenti utilizzati, centrale è la ‘Relatione’ (che Albano dichiara sia stato uno specifico ‘genere letterario’ come i volumi di prediche o di encomi funebri) scritta per il (secondo) matrimonio di Aurora Sanseverino e Nicolò Gaetani, stampata in Napoli nel 1686 e rintracciata presso la Nazionale di Napoli. Partendo da questa microstoria familiare, resa al lettore con lenta minuzia ricostruttiva, la Albano ha dovuto, per necessità anche espositiva  e perché la storia è sempre storia di un contesto, rappresentare al lettore la vita dell’aristocrazia nella ‘decadenza’ del secondo Seicento: le forme dell’immagine pubblica, gli intrecci e le chiusure di caste, le relazioni fra il castello e la forma urbana, il ruolo della scuderia, la musica e la teatralità, gli arredi e i consumi alimentari, i vestiari, le relazioni di potere, le forme degli arredi, i dipinti e le pitture interne. È un complesso quadro sociale che Albano riesce a ricostruire legando insieme, con limpida scorrevolezza d’esposizione, il testo completo della ‘relazione delle nozze’ con le tesi della storiografia che ben padroneggia: Galasso e Labrot, De Dominici e Lattuada, Fagiolo, Papagna, Savaglio e Tozzi discussi insieme a Pacichelli, Giustiniani ed ai locali Caputi, Roselli, Bonsera e Falasca. E fa capolino anche il faccino dell’antiquario Carlo Danio, del musico Bonifacio Pecorone e degli ‘agenti’, i mediatori che mettevano in atto gli ordini aristocratici. Nulla traspare della società rurale…nell’idillica Arcadia della poetessa Aurora.

                                                                                                                                                            

Maddalena Antonia Albano                           .                                                                                                                                                                                          

Prima di continuare nella mia succinta esposizione, ricordo a me stesso che il Seicento europeo è il secolo di Cartesio con l’analitica e la metafisica soggettiva; di Galilei e della fisica meccanica; delle rivoluzioni borghesi inglesi che introdussero la forma della monarchia costituzionale; del trattato di Westfalia che certificò il declino della Spagna; di J. Locke; delle commercializzazioni olandesi, dell’ampio avvio della colonizzazione delle Americhe. Qui siamo più vicini al ‘fuoco fatuo’ del ‘secolo d’oro’ spagnolo, alle scintille d’un mondo in regressione, siamo ad un secolo dalla pubblicazione del ‘Don Chisciotte’, appena, ma ancora, dopo il mondo che descriverà Manzoni intorno ai personaggi di don Rodrigo e dell’Innominato. Albano conosce bene queste formazioni culturali, ma qui  inquadra l’ ”altra Europa”, quella controriformistica, se si può dire, di Carlo M. Sanseverino (1644-1704), teso a ‘riaffermare il principato’, un sogno ‘reazionario’ che guardava ai fasti del passato, per realizzare il quale e contrastare l’avvertita decadenza economico-sociale, il principe attuò una ‘politica vessatoria e autoritaria’(p.9) e strategie matrimoniali, con cui, cercando di fondersi con una nobiltà più ricca e meno indebitata  (qui i Gaetani di Piedimonte Matese)  sperava di tenersi a galla.

 

Carlo Maria Sanseverino. Museo Filangieri Napoli

Bene evidenziata è l’ascesa della nobiltà di toga,  cioè dei ‘giuristi’ delle cariche pubbliche dello Stato  che creerà una dinamica tensione fra viceré, antica nobiltà indebitata e in crisi e questi parvenus del ceto civile, utili servitori dello Stato centrale (avvocati, arrendatori, finanzieri, commercianti) che non avevano una coscienza di classe autonoma, la coscienza della borghesia, ma erano dei borghesi che miravano a nobilitarsi (per cui si è parlato di ‘tradimento della borghesia’ che al Sud continuerà ben oltre il 1789 o 1799). E, al centro di questa dinamica sociale, l’autrice sottolinea come la ‘festa’ servisse a curare l’immagine pubblica della nobiltà (senza badare ‘di che sangue grondi’), sottolineando lo spagnolismo come barocca esibizione (si vedano le carrozze e il seguito) e l’incuria verso lo Stato del Viceregno, gabbato non solo nel non rispetto delle leggi contro il lusso, ma soprattutto nel non pagamento delle tasse dovute. Qui, quasi en passant, la Albano, attraverso il riferimento ad un ricorso giuridico al re di un’universitas calabrese, del 1679, rintracciato a Simancas, centra il dramma della politica finanziaria del Viceregno, scrivendo che ‘Risulta che dei 4000 ducati annui che riscuoteva dalla terra di Bisignano, il principe avrebbe dovuto versarne 2600 alla Regia Corte in base al numero dei fuochi e che, invece, ne versava solo 650, incamerando il resto e pretendendoli anche in caso in cui le famiglie non fossero state in grado di versarle.”(p.31). Da questo comportamento, che ne aveva di omologhi, oltre che in Grumento, anche nella Marsico dei Pignatelli et similia ovunque, si ricava sia da dove il Sanseverino prendesse il denaro per ‘fare il Grande di Spagna’, sia  il senso del simbolismo della festa barocca (eccesso alimentare, teatralità come per l’Elidoro, apparecchi, ricevimenti, gioielli) su cui più ampiamente si diffonde la Albano, che pure rimarca questa ‘ambivalenza’ delle azioni (fra strapotere e mecenatismo, vita edonistica e passione per l’arte), compreso l’uso dello jus primae noctis (simbolico?) e delle congiunzioni con madri di famiglia (p.34).

                                               Vista aerea del sito dove si sviluppava il castello

Per me, più avanti, ridicola appare la pretesa, espressa da testi del tempo, che il ‘castello’ sanseveriniano di Saponara (Grumento Nova) fosse ritenuto l’ ‘opera più meravigliosa della Provincia’ e sposterei la luce sulla Certosa di Marsico in Padula, qui molte volte citata, e che davvero risultava sia splendida e  sia ricca, un ente istituzionale centrale per la bonifica del Vallo di Diano e sempre ben gestita economicamente se, proprio decenni prima, era stata in grado di acquistare dal Fisco la terra di Montesano, più o meno per la stessa somma con cui i Pignatelli acquisirono Marsico nel 1638 (ma rimanendo debitori verso il Fisco… con la tecnica che ormai anche la Albano ci insegna a riconoscere e conferma, povero Viceregno). Per illustrare le funzioni e gli usi anche residenziali del castello, inoltre, l’autrice adotta il metodo comparativo con il palazzo di Altomonte (maniero residenziale che si è salvato ed è ora albergo lussuoso).  Né si è mancato di evidenziare come la feudalità si servisse di ‘agenti’ qualificati che non avevano solo funzioni militari ma erano titolari di lauree in legge, come il ‘notaio” per la redazione degli accordi matrimoniali Antonio Civitate o i fratelli Campolongo o il sindaco Giovanni Giliberto, Tarquinio Zottarelli e Girolamo La Corte, che costituivano la ‘ segreteria operativa’ dell’aristocrazia feudale. Molte pagine sono dedicate alla ricostruzione dell’erudizione letteraria fra il padre Carlo e la figlia Aurora, le cui espressioni, forse, si muovono fra topos letterari e non hanno quel tratto di sincerità tragica e di dramma esistenziale che rende vive le precedenti poche ma intense poesie di Isabella di Morra. Rifocalizzando, con la stampa del Pacichelli e le memorie di Gatta ed altri, il ‘castello-casa’ di Grumento, la Albano sottolinea che non assolveva più e solo ad una funzione militare difensiva ma appariva, essendo residenziale, come il centro della gestione dell’economia del feudo, qui basata sulla commercializzazione del bestiame, della lana, del formaggio, del grano e del lino. Era questa commercializzazione a integrare il denaro feudale, oltre alla gestione delle entrate fiscali (come per la Certosa era il commercio dei semplici, svolgendo essa il ruolo unico di farmacia delle limitrofe valli).                                                                                                                                                                                                      L’arredo intelligente, congruo ed integrativo del saggio, oltre che per le mappe del castello, è incentrato sulla riproduzione, spesso a colori, della ricca ritrattistica dei Sanseverino di Saponara, che la Albano ha potuto estrarre dal napoletano Museo Filangieri, con notevoli risultati di testimonianza dei costumi e monili, a volte metaforici, e sull’ampia descrizione dei quadri a soggetto mitologico ed a tema biblico, che arredavano le case signorili anche in periferia. A ciò si aggiungano le pagine sul giardino, sul teatro e sulla rappresentazione dell’Elidoro, sul senso delle ‘feste globali’ che qui, unico momento, recuperavano la presenza di tutta la popolazione (anche contadina, quindi) al fine di coinvolgere, alleggerire le tensioni sociali e dimostrare potenza e prestigio irraggiungibili ai più, nonché lo spazio sulla descrizione dei gioielli, della stanza delle meraviglie, di scarabattoli.

 

                                   Scarabattolo Trionfo con santa Rosalia. Manifattura trapanese fine XVII sec

 

Se il saggio della Albano ha i tratti di una sezione storica di carotaggio, in quanto elabora la struttura interna di un significativo evento del 1686, intendo chiudere con una riflessione diacronica, che esprima il movimento per cui quella struttura sociale avrebbe ceduto e si sarebbe trasformata in altro. L’autrice presenta il terremoto del 1857 come evento catastrofico, con il crollo del castello saponarese (riporta anche una foto da Mallet), la spoliazione di beni e la dispersione di documenti.

                 Castello Sanseverino di Saponara. R. Mallet, Il terremoto napoletano del 1857

Mi permetto di richiamare il 1806, la data napoleonica da cui Giacomo Racioppi faceva emergere ‘il mondo nuovo’, il suo, quello della borghesia rurale, dei Giliberto, dei Ceramelli (dei Setara de ‘Il gattopardo’, che si chiude con un’altra metaforica dispersione, con i peli che svolazzano dell’imbalsamato cane Bendicò che viene ormai buttato per strada dai subentranti proprietari). Tanto altro si potrebbe richiamare, spinti dalle suggestioni espresse da Maddalena Albano, cui non manca mai equilibrio di disegno e testimonianza civica, intinti in una goccia d’amore appenninico.

 

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Sull' Autore

Nato a Marsico Nuovo in provincia di Potenza, dal 1976 risiede a Napoli, pensionato. Pubblica nel 1977 la sua prima raccolta di poesie, Il rovescio della pelle, in cui descrive il mondo rurale contemporaneo del Sud Italia col linguaggio del dadaismo e della neoavanguardia. Il suo stile poetico include elementi dell'ermetismo di Leonardo Sinisgalli e dell'uso creativo del dialetto di Albino Pierro, con influenze abbastanza evidenti di Montale, Attilio Bertolucci e Pascoli. Dopo la seconda raccolta di poesie Moritoio marginale (1979), si dedica allo studio della storia contemporanea e all'antropologia positivistica, pubblicando saggi in entrambi i settori e partecipando a concorsi universitari. Nello stesso periodo cura la prima pubblicazione delle opere del folklorista Michele Gerardo Pasquarelli (1876-1923), e traduce I canti popolari di Spinoso. Fra le opere storiografiche pubblicate da Loturzo figurano monografie su Spinoso, San Martino d'Agri e Marsicovetere; su Marsico Nuovo pubblica invece un volume di toponomastica.[1] Nel 1978 fonda la rivista Nodi, di cultura progressista oltre che letteraria, pubblicata fino al 1985. Nel 1992 vince il Premio Alfonso Gatto a Salerno con la poesia Rosa agostana.[2] Nel 1994 vince il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione inediti, prestigioso riconoscimento del Centro Montale presieduto da Maria Luisa Spaziani, con Materia e altri ricordi.[3] Nel 1996 vince, all'interno del Premio Pierro a Tursi, il premio per il miglior componimento in un dialetto di area lucana con la poesia Agri (Ahere). Loturzo ha curato le antologie Poeti di Basilicata con Raffaele Nigro[4] e Dialect Poetry of Southern Italy con Luigi Bonaffini.[5] Nel 2001 l'editore Dante & Descartes di Napoli ha pubblicato tutte le sue poesie in Poesie 1977-2001.[6] Dirigente scolastico di vari licei (Cassano all'Ionio, Torre del Greco, Napoli piazza Cavour e Napoli Mergellina), è in quiescenza dal 2014; l'ambasciata di Francia gli ha concesso l'onorificenza dell'Ordine delle Palme Accademiche, col titolo di Chevalier, n.38/Roma/12 febb, 2014.

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