Marco Di Geronimo
Il consenso al Governo rimane elevato. Le manifestazioni di razzismo si moltiplicano nel Paese. Il linguaggio dei giornali si fa più aggressivo. C’è da chiedersi se l’Italia ha smarrito la bussola nella percezione della violenza. C’è da chiedersi se il popolo continua a restare contrario alle aggressioni e alle discriminazioni che la sua Costituzione vieta.
La lotta tra fascismo e antifascismo è, resta e deve rimanere una lotta astratta e simbolica. Anzi, è (quasi) da condannare il movimentismo del centro e della sinistra per “fermare i barbari”. In larga parte è controproducente chiamare fascisti tutti gli esponenti della destra moderna. Confondere il fascismo col nuovo nazionalismo è un errore.
Lo è perché debilita gli anticorpi antifascisti della nostra società. Non è anzi un caso che in questa fase storica il primo partito del Paese sia un partito di destra, o perlomeno di un centrodestra conservatore e reazionario. Così come non è un caso la generale sfiducia della società nelle sue frange più progressiste, nelle cellule giovanili più radicali, e verso i valori dell’uguaglianza sociale. Se essere fascista significa essere filogovernativi, molti italiani di oggi sono orgogliosi d’essere fascisti. Un sentimento pericoloso, un assioma che bisogna impedire a tutti i costi di attecchire nella mentalità comune.
La contrapposizione tra “Bene e Male” (europeisti vs euroscettici, internazionalisti vs nazionalisti, sovra-nazionalisti vs sovranisti, pacifisti vs interventisti, progressisti vs conservatori, femministi vs reazionari) ha debilitato i partiti del centrosinistra. Lo ha fatto perché è una contrapposizione strumentale. Lo ha fatto perché in politica non esiste un’opzione giusta e un’opzione sbagliata: esistono due opzioni diverse tra cui scegliere.
È chiaro che le opzioni sono sempre più di due e sono tutto fuorché equivalenti. Ma ridurre la contrapposizione a «buono» e «cattivo» ha avuto l’effetto opposto rispetto a quello sperato. Anzi, l’esacerbazione di questa logica continua ad amplificare il problema. Questo è l’approccio del “centro” (liberale) in tutto il mondo. Gli esperti (Clinton, Calenda, Macron) contro i cialtroni (Trump, Salvini, Le Pen). Ma gli esperti sono in perenne crisi di consensi, e i cialtroni in perenne ascesa. Segno che la strategia comunicativa degli esperti non si direbbe di livello Pro…
I partiti tradizionali sono incapaci di offrire risposte alle popolazioni in sofferenza. Che divengono preda dei demagoghi. A loro volta costruttori di partiti e organizzazioni populiste (cioè liquide, affette da personalismo), pronte a sgretolarsi alla prima crisi di consensi.
E la sete di riscatto delle masse spesso si traduce in desideri violenti. L’avversione della popolazione nei confronti dei ceti più ricchi cresce. Le classi alte, in barba alla meritocrazia di cui si fanno estimatori, presidiano porzioni di PIL sempre più alte che estraggono in modi sempre più subdoli e ingiusti dalle classi basse. L’ingiustizia sociale delle disuguaglianze ha raggiunto vette evidenti a tutti. Il lavoro e lo studio non retribuiscono vita e futuro a nuove generazioni e classi meno abbienti. Per fare un esempio, esiste una certa percentuale di dottori di ricerca (il grado più alto di preparazione universitaria, inferiore nei fatti solo all’insegnamento) che fanno i fattorini per Just Eat…
Fonte: Oxfam
Ma a crescere, nelle urne elettorali, sono i partiti che spostano questo sentimento di ingiustizia nei confronti di altre categorie. Cioè gli stranieri, le donne, gli omosessuali, le minoranze che sono sempre sotto i riflettori dei media. Non è un caso che sia così. La politica ha dedicato alle minoranze uno spazio gigantesco, specie mediatico. E spesso senza offrire davvero loro alcuna politica seria. Il dibattito è intasato da politicanti che straparlano dei diritti degli stranieri, delle donne, dei gay: eppure il nostro Paese conserva un sistema di accoglienza simile alla segregazione razziale, delle enormi sperequazioni economiche tra i sessi, e un riconoscimento parzialissimo dei diritti e della dignità sociale delle comunità LGBT.
La gente è vittima da anni di politiche che l’hanno affamata. E i responsabili di quelle politiche mascherano gli effetti sociali delle loro decisioni con valori astratti di uguaglianza e libertà che hanno sempre sconfessato nei fatti. Anche per nascondere (coscientemente il centrodestra, forse inconsciamente il centrosinistra) il vero senso di quelle politiche di austerity. E cioè concentrare il potere, il denaro, la forza nelle mani delle fasce più abbienti.
Convinti che gli unici interessi rappresentati dai partiti tradizionali siano quelli delle minoranze, i componenti della stragrande maggioranza del Paese rigetta quei partiti. Convinta che l’ingiustizia sociale dipenda dal rispetto delle minoranze, la maggioranza accoglie i partiti più violenti nei confronti delle minoranze. E questa falsa convinzione porta anche alla disgregazione delle stesse minoranze: quante donne, quanti omosessuali, quanti immigrati naturalizzati si sono rivolti a questi partiti? Basti dire che la Lega ha eletto il primo senatore di colore.
I partiti tradizionali (specie i partiti progressisti) commettono quasi tutti, in quasi tutto il mondo, lo stesso errore. Amplificano la falsa convinzione che esista una contrapposizione tra Bene e Male nelle opzioni politiche. Ammantare di zucchero politiche di austerity non risolverà la questione sociale gravissima che esiste oggi. E cioè una sete di riscatto, di politiche redistributive, soddisfatta chiaramente a livello mediatico solo da forze xenofobe, maschiliste e reazionarie.
La strada l’hanno indicata, in tutta Europa, tutti quei partiti progressisti che sono riusciti ad andare oltre la questione delle minoranze. Dimostrare di voler costruire un’Italia diversa, più giusta, più equa, è l’unico vaccino che abbiamo per combattere l’inaccettabile persecuzione delle minoranze. È l’unico modo che abbiamo per abbattere la virulenza della nostra società. Il brioscismo («Maestà, il popolo ha fame» «Dategli le quote rosa») peggiora soltanto la situazione.
Quote rosa, matrimoni gay, accoglienza sono valori da difendere. L’inclusione sociale delle minoranze deve essere un punto fermo di qualunque partito progressista. Ma la pietra angolare del suo programma deve tornare a essere il progresso di tutta la società. Di quel 99% che lavora e riceve quattro spiccioli, contro l’1% che incassa soltanto e predica dai salotti (per usare le metafore percentuali a stelle e strisce). Nella sinistra deve identificarsi chiunque chieda giustizia: bisogna spezzare l’idea, assai popolare, che giustizia sociale e giustizie particolari siano contrapposte.
Continueranno le violenze, continueranno gli attacchi, continuerà il terrore e l’odio sociale se non si darà risposta a generazioni e classi che non hanno di che mangiare. Peggiorerà la coesione sociale, se le sinistre non sapranno dir altro che «Fascisti!» e «Cialtroni!» a chi sta al Governo. Il punto della questione è la sofferenza di milioni di persone. Solo un orizzonte progressista (a mio avviso, socialista) permette di risolvere insieme la sofferenza della maggioranza e le sofferenze delle minoranze.
Se Calenda e tutto il centro vuol fare la figura del saccente borghese, lo può fare. Nessuno glielo vieta. Ma la divisione politica di oggi è tra chi vuole dare il pane a chi lavora, e chi crede che chi sta morendo di fame se lo merita. Competitività al rialzo e competitività al ribasso nel mercato del lavoro. È il pane, è il sudore della fronte la chiave per l’integrazione di tutte le minoranze, e per il benessere della maggioranza (il benessere generale del Paese).
La sinistra arcobaleno è stata bocciata più e più volte: ed è strumentale alla vittoria degli xenofobi. Più si convince il popolo che l’unico a difendere gli interessi di chi lavora è la destra, più si convince il popolo che la destra ha ragione a perseguitare gli oppressi. Uno dei concetti più pericolosi del mondo. Perché se la lotta contro le èlite economiche deve passare dal Parlamento, la lotta contro le minoranze si può trasformare in fai-da-te (come l’escalation di violenza degli ultimi mesi dimostra). Di fronte a questa prospettiva sanguinaria, cosa farà la sinistra?
Ha due carte a sua disposizione. Avvalorare la tesi che per avere il pane bisogna opprimere neri, donne e gay. (Ci sta riuscendo benissimo, facendo credere che l’unica cosa giusta da fare in questo momento sia difenderli, e tutto il resto si può trascurare). Oppure sostenere che per avere il pane bisogna unirsi tutti contro le rapine di un sistema economico truccato (per usare l’indovinato aggettivo di Sanders). Una guerriglia per le minoranze, o una società in cui tutti possono mangiare.
Si scelga la carta politica, si scelga la carta comunicativa. Consci che nel primo caso la sconfitta è assicurata: lo dimostrano il Rassemblement National, l’AfD, Vox, Trump e la Lega di Salvini. La sinistra può essere complice della destra e portare acqua al suo mulino, come sta facendo ora, trincerandosi in slogan eterei (l’antifascismo, l’europesimo), accrescendo l’idea che il pane si conquista a botte di violenze sui più deboli. Oppure può sfidarla e batterla, mostrando l’ipocrisia delle sue proposte. Che assicurano fame uguale per tutti: maggioranza e minoranze.
