La funzione “salutifera” della bonifica nel mondo antico

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ANGELA MARIA GUMA

 

Le antiche civiltà del Mediterraneo riuscirono ad avvertire sin da epoca arcaica l’influenza delle regioni paludose sulla salute. Un’ampia testimonianza è possibile ritrovarla proprio nelle fonti  letterarie. Infatti l’insalubrità accoglie, all’inizio dell’Iliade, (Omer., Iliad., I, vv. 8-52) i Greci sulla spiaggia di Troia sotto la forma della “peste” inviata dalle frecce di Apollo.

Un analogo riferimento è possibile ritrovarlo negli episodi  del ciclo Eracleo che esprimono la missione civilizzatrice dell’eroe: nelle diverse fatiche quali il combattimento con l’Idra di Lerna (Eurip., Her. Fur., 420), e poi ancora con il cinghiale Erimanto o con gli uccelli di Stinfalo (Paus., VIII, 2, 4) è possibile cogliere questa funzione civilizzatrice poiché gli episodi, per alcuni mitologi, denotano un evidente riferimento ad un’azione di risanamento del suolo o di prosciugamento delle paludi. Se si prende in considerazione alcune di queste fonti non si può pertanto escludere che in tali episodi sia possibile cogliere un evidente riferimento all’impegno che l’uomo ha assunto sin dai primordi per purificare ambienti malsani. I più numerosi riferimenti letterari, tuttavia, sono individuabili nel mondo romano ed italico.

Tra i diversi riferimenti ad epidemie pestilenziali presenti nella letteratura latina i più antichi è possibile ricercarli in Plauto (Plaut., Curc., I, 17) e Terenzio (Ter., Hec., III, II, 22), ma è soprattutto durante gli ultimi anni della repubblica ed i primi dell’impero che è possibile ritrovare un maggior numero di citazioni relative al diffondersi del fenomeno endemico.[1].

 Prima di prendere in considerazione alcune tra le diverse fonti citate al fine di individuare qualche esplicito riferimento relativo all’azione di risanamento del suolo attuata dall’uomo antico, è opportuno soffermare l’attenzione sul diverso modo di concepire i luoghi paludosi da parte degli antichi. Questi ultimi, come si evince dalle fonti, hanno mostrato una diversa concezione e percezione rispetto ai moderni dell’ambiente naturale e dei luoghi acquitrinosi in particolare. Infatti mentre dall’uomo moderno tali luoghi sono stati considerati un pericolo da debellare e sconfiggere, recenti studi hanno dimostrato quanto diversa fosse la concezione degli antichi sull’argomento.

Stando a quanto ci riferisce il Fedeli, il mondo antico aveva finito per accettare le paludi e per interagire nel suo habitat sia per un’obiettiva incapacità di concepire ardite bonifiche idrauliche sia per i ben noti timori di sacrilegio.” Da tale considerazione si evince come essi avessero intuito che all’uomo spettava un’opera di controllo sull’ambiente ma non il diritto di sovvertirlo.

Nel caso greco, l’avanzata dell’agricoltura non poteva scalzare del tutto i precedenti tipi di economia. Un caso esemplificativo lo si ritrova in Filarco (FgrHist. 81 F 66) che stigmatizza la bonifica attuata da Alessandro, figlio di Pirro, presso il fiume Thyamis in Epiro analizzando i danni comportati dall’utile sforzo di acquisire nuove terre. In realtà l’intervento polemico di Filarco sottintende una polemica politica poiché l’autore nel criticare l’azione di bonifica si scaglia contro l’azione di pianificazione territoriale che aveva danneggiato la libertà greca. L’episodio dimostra come il significato che gli antichi avevano della bonifica era sostanzialmente differente da quello attribuito ad essa dai moderni. Le notizie di bonifiche sono poco chiare e forniscono spesso diversi spunti ad interpretazioni anacronistiche. Da esse si evince tuttavia che solo in fonti più recenti è possibile individuare un crescente impegno umano finalizzato ad interventi di bonifica o drenaggio del territorio. Non è un caso che una crescente tendenza in tal senso è possibile riscontrarla in periodo romano quando tali progetti venivano facilitati dalla pax romana e da innovazioni tecniche.

  

Le attestazioni menzionate dimostrano inoltre che nel mondo antico il rapporto con le zone paludose era impostato dall’uomo in maniera alquanto serena. Una valida testimonianza la si ritrova in Strabone (5, 1, 6): nel cu brano l’autore cita il caso della regione intorno a Ravenna, dove le maree avevano il potere di eliminare insieme alla melma anche l’acqua malsana analogamente a quanto,  come cita lo stesso autore, avveniva ad Alessandria d’Egitto dove, nel periodo estivo la palude finiva con il perdere il suo insopportabile fetore a causa delle piene del Nilo che ne sommergevano i pantani. Tali citazioni dimostrano pertanto che alcune volte gli interventi risanatrici o di bonifica dell’uomo non erano richiesti dal momento che la stessa natura si mostrava pronta a risolvere il problema. Il dato citato dimostra che gli antichi non concepirono mai un progetto di eliminazione degli acquitrini sulla base di una bonifica integrale e,  nei pochi casi in cui lo effettuarono, lo fecero solo a determinate condizioni.

Altra attestazione è in tal senso offerta da un brano di Vitruvio:

 (De Architectura, 1, 4, 11-12). Nel citato passo si parla dunque della necessità di attuare un risanamento alle zone paludose dell’Italia del nord ma ci si arrende di fronte alle paludi Pontine per l’impossibilità di attuare un deflusso dell’acqua attraverso fiumi e canali. Occorre comunque precisare che la presenza di paludi rappresentava per i romani impegnati in campagne militari contro i barbari, un pesante intralcio dal momento che i terreni acquitrinosi costituivano un territorio infido solo per l’esercito romano e favorevole ai barbari. In questo caso la palude è sentita come un nemico da debellare. Diversi altri brani confermano che in guerra il terreno paludoso è fonte di pericolo da debellare perché propizio alle imboscate e ad attacchi pericolosi. Significativo a tal proposito è che la terra dei Germani finisce con l’essere caratterizzata con la seguente espressione: aut silvis horrida aut paludibus foeda proprio perché si riferisce al terreno dei nemici. Quindi gli antichi avevano compreso l’importanza di contrastare e bonificare il paesaggio per renderlo adatto all’uomo.

 

[1] Liv., XXVI, 23; Liv., XXV, 26, Cic., De Orat., II, 71; Cic., De lege agraria, II, 26; Lucr., VII, 3; Oraz., Satire, II, 140; Od., I, 13; Gioven., V, 159 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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