LUCIO TUFANO
Da vero artista si è rifiutato di venire a patti con la marea della mediocrità, giacché i suoi rossi, cupi e foschi, animati ed indecifrabili portatori di messaggi folgoranti. Accusava una certa idiosincrasia per la crescente moltitudine di poeti e pittori, la rabbia e la disperazione per una bolgia confusionaria della falsa arte che invadeva prepotentemente ogni forma di autentico talento e che, come la moneta cattiva che scaccia la buona, finiva con l’emarginare la vera creatività. Con tutto ciò che egli chiamava “sottobosco” Ninì Ranaldi era in guerra dichiarata. Come si può articolare la sua poetica? Si può essa desumere dall’ambiente in cui ha operato o dalla città in cui ha vissuto? V’è nei suoi quadri una originale intonazione fiabesca in cui ricorrono sempre le memorie della infanzia, gli affetti familiari, i motivi e i simboli del folclore e della religiosità in chiave di parabola e di leggenda soffusa di nebbie colorate, di foschie rosse e azzurre, “trasfigurazioni” fantastiche, rituali, tracce di quella pittura dei miracoli affidata – come sostiene Anna D’Elia – dalla cultura popolare alle tavole votive. E’ una constatazione accertata quella che nei dipinti di Ranaldi gli oggetti, le case, le immagini perdono di peso e non hanno forza di gravità. Può anche meravigliare questa sua voluta confusione di immagini avviluppate da trame soffuse e appena percettibili, il non assoluto rispetto del disegno: ma Maccari affermava che la pittura non è il disegno vestito di colore. V’è un ventaglio di sensazioni dichiarate da altri nell’osservare i suoi lavori. Parrella vi intravede l’infanzia quale matrice della fantasia con le montagne nere e rosse, azzurre e nere, e i piccoli treni che precipitano negli anfratti.
IL RICORDO DI NINI’ RANALDI IN UNA MANIFESTAZIONE DELLO SCORSO ANNO
Ernesto Treccani parla di una cultura che si scioglie nel segno colorato (rossi zafferano, blu elettrico, neri contorni) e nulla si perde nelle lontananze (la storia) e della vita di ogni giorno (il vagare per le montagne, il paziente restauro) … La spontaneità con la quale egli tracciava questi segni e questi colori non si può leggere in chiave naif. Si tratta di pittura di impulso tra sogno e dramma, senza canoni e senza scuola.
Sinisgalli si domandava se dietro di lui vi fossero la tribù, il coro, il lamento. Da direttore del Museo e da archeologo militante, scopritore della necropoli preistorica, è stato anche vittima dell’altra necropoli, quella città dalla anime spente, indifferente e fredda, spesso portata a togliere più che a dare, la città amorfa, occulta, che non tollera il talento locale, gli organizza una sua spietata concorrenza, ed eleva a ‘genio” chi torna da Roma o da Milano, chi ha ottenuto il vademecum accademico o televisivo o chi ha il curriculum di nominations, di Campielli e Bancarella, di Strega o di premi ottenuti un po’ di qua, un po’ di là. Sono gli anni della opposizione al forte potere DC, al doroteismo imperante, ed è con noi sempre, partecipando ai nostri dibattiti e alle nostre iniziative, la sera, ancora con noi da “Peppe a San Michele” ove operiamo la nostra rivoluzione di pasta e fagioli e di capretto alla brace. Un parente stretto che ci guarda le spalle.
Lavorava nel sotterraneo umido del vecchio Museo provinciale, senza riscaldamento, con una stufetta a legna e senza mai poter ottenere una stanza decente, specie dopo il terremoto dell’80. Egli ha impersonato il ruolo di antiburocrate e non tanto quello del direttore stipendiato, bensì del direttore di un Museo provinciale a temperature sotto zero e con una bronchite da custode. Un “orso” – lo definiva il suo amico Zancanaro – distaccato dai centri della cultura e dal successo, e che trascorreva i suoi giorni in campagna da vero contadino e scavando da pioniere di ogni scoperta archeologica, dividendo il pane e la frittata, il salame e il vino con i contadini che lavoravano con lui agli scavi, i contadini delle contrade di Potenza e di Vaglio, in una campagna a lui nota per le escursioni. In lui si notava la stranezza del vero artista, la stizzosità e la dolcezza, la spontaneità e la personalità che l’ambiente gretto e miope non accetta e che la provincia
nella sua miopia vuole ignorare per esaltare spesso autentiche nullità. “Così quei monti, quelle case, quelle costiere deserte, diventano – scrive Carlo Levi nel 1977 – con il loro colore notturno e le luci irreali, il luogo natale dei primi ricordi (la sua città), dove passano i morti bambini, e il lamento, e gli angeli che custodiscono il padre sulla sua sedia a ruote, e il suo taxi giallo giovanile, e i treni che salgono in cielo, e l’autunno che tinge di giallo i paesi che tiene nelle sue braccia, e le streghe che escono dalla terra per i loro voli sibillini, e le principesse adolescenti dei vicoli di Potenza, e l’angelo della sera che, giallo sul suo cavallo, scende dalle montagne portatore di sogno infantile.
timbri” ha segnato il destino di successo ad alcuni e a qualche forestiero, ha condannato alla mediocrità altri, ha negato infine ogni prerogativa a molti.
