LA NAVE DI GOMMALACCA HA MOLLATO GLI ORMEGGI

0

Chi è andato a teatro almeno una volta in vita sua sa che il momento magico è quello del buio in sala e del fruscio del sipario che si apre. In quel momento siamo tutti pronti a farci trasportare in un altrove, in una storia, e a indignarci emozionarci commuoverci con chi sta in scena.

Che succede se viene modificata la tradizione e il pubblico viene fatto sedere sul palcoscenico, circondando gli attori? Cosa cambia, nella relazione fra attori e spettatori, e fra attori, quando bisogna raccontare una storia rivolgendosi non alla “quarta parete”, ma a “quattro quarte pareti” tutte intorno? e che accade se tutte le abitudini sono modificate anche nei tempi, e lo spettacolo dura in totale quasi tre ore, con una storia a puntate raccontata prima da bambini, poi da adolescenti, infine da adulti, e in mezzo ci sono due laboratori su tre temi diversi, cui partecipa il pubblico?

É l’esperimento fatto da Gommalacca Teatro, che ha gioiosamente trascinato gli allievi delle sue Klass (laboratori annuali di teatro) dentro il progetto AWARE a cui sta lavorando con la Fondazione Matera 2019, un progetto che fará parte integrante del programma del 2019 e ha come tema il viaggio. E un viaggio l’equipaggio di Gommalacca puó farlo solo con una nave, anzi una Nave, come quella del Serpentone, focus onnipresente di ogni loro progettazione.

Dunque, tutti sul palco come sulla tolda di una nave: per cambiare le regole, per far giocare anche il pubblico, e lavorare con persone appena conosciute provando a montare una micro performance che alla fine confonde i piani fra chi é attore e chi é spettatore.

Fin qui, il racconto oggettivo di quanto é accaduto fra il 23 ed il 25 maggio al Teatro Stabile di Potenza. Poi, ci sono le emozioni personali.

Perchè stavolta, in scena ci sono io. Io insieme ai miei meravigliosi compagni di viaggio: la Klass dei bambini, quella degli adolescenti, e poi noi, gli “adulti”. Antonio, ansia timida e irruenza giovanile, Anna, 17 personaggi tutti da sola, Loredana e Antonietta coraggiose magiche e inquietanti unite da un doppio cappotto per essere Padre Ubu e la sua anima nera, Tosca e Augusto anima nera e rosa di Madre Ubu, Claudia dolcissima regina, Tiziana lunare tenera e tostissima al tempo stesso. Adriano per quest’anno è “servo di scena”, definizione assurdamente riduttiva per il talento, la generosità e il sostegno empatico che gli ho visto mettere in campo in due anni, senza il quale saremmo persi.

Raccontiamo tutti insieme una storia in tre parti, la storia magica di una nave naufragata su un’isola sconosciuta e misteriosa, abitata da folletti, maghi e principesse; una storia di abbandoni e riconciliazioni, di complotti e guerre, una storia tenera, a tratti esilarante e surreale, a tratti drammatica, tagliata, cucita insieme e riadattata dalla giovane e bravissima Maria Chiara.

Ci saranno tre repliche, io alla prima sono tesa come una corda di violino. É la mia prima volta su un palcoscenico, davanti ad un pubblico vero, e ho paura di tutto: di non ricordarmi le battute, di sbagliare gli ingressi, di mettere in difficoltá i compagni, di fare una figuraccia. Guardo dal ballatoio il pubblico, devo essere giá personaggio, come ci chiede il regista, e mi impongo immobilitá e cipiglio da re/zar, anche se é difficile non commuoversi davanti alla performance dei bambini, teneri e serissimi nel loro gioco. Inizia e finisce il primo laboratorio con il pubblico. Entrano gli adolescenti, energie ormonali che schizzano dagli occhi, incontenibili decibel che ci fanno sorridere e pensare. Durante il secondo laboratorio con il pubblico noi, gli “adulti”, ci scambiamo sorrisi tesi e contatti fugaci, una mano su una spalla, un velocissimo abbraccio. Tocca a noi.

Buio. Quando la luce sale, stiamo cantando la minacciosa canzone dei filibustieri, e ogni timore, ogni ansia sparisce. Vogliamo solo fare del nostro meglio, ricambiare la fiducia che ci é stata data, e che abbiamo dato a scatola chiusa a Mimmo Conte e Carlotta Vitale per un programma e un testo cosí surreali e inusuali. Ogni replica migliora i ritmi, le entrate e le uscite, i toni e gli accenti, gli sguardi e l’intesa. E alla fine di tutto, a tensione crollata, é il pubblico che regala a noi una microperformance, mettendo insieme i risultati dei brevi laboratori: un coro guidato da Maria Grazia, una, tante voci recitanti scolpite da Carlotta, l’offerta sacrale di piccoli origami piegati insieme a Giulia e Chiara, uccellini di carta che sono al tempo stesso un omaggio e un augurio. Si annulla la differenza fra pubblico e attori, tutti applaudiamo tutti gli altri. E in camerino, quando restiamo soli, la tensione si scioglie del tutto e ci annodiamo in molteplici abbracci plurietá, sciogliendoci il trucco in qualche lacrima liberatoria.

La Nave di Gommalacca Teatro é partita cosí, a mano, remando tutti insieme. Il cemento scricchiola e si crepa, si stacca dalla sua base armata, le vele si spiegano con uno schiocco sordo. Il mare aperto ci aspetta.

(la foto di copertina é di Luca Puglisi)

Share.

Sull'Autore

Ida Leone

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.


Lascia un Commento