GIAMPIERO D’ECCLESIIS

Risaliva piano, con una calma ferma e determinata lungo la ripida salita che menava su dal fondovalle fino a quei tettucci dal colore indistinto di vecchi coppi di argilla cotti dal sole e dal fuoco, a quelle facciate bianche di calce, a quel fresco dei vicoli ombrosi.

Il cesto oscillava piano su quella testa diritta mentre risaliva il poggio, in una mano la sporta del pane e nell’altra, teneramente, la mano di una bambina bruna e chiassosa.

Saliva piano su quell’acciottolato del sentiero che, quando pioveva diventava ruscello e poi, in un attimo, torrente vorticoso, tra mura di rovi e piccole more nerissime che aspettavano la mano golosa della piccina.

Il chiassoso frinire dei grilli era attenuato, a tratti, da rumori di ascia o da molli folate di vento caldo che accarezzavano il volto e incendiavano le guance. Un filo di sudore su quelle labbra rosse e sul viso, il corpetto del vestito un po’ slacciato, lo sguardo vivissimo su ogni curva, su ogni cespuglio.

Alla fine della salita il primo saluto era del campanile della chiesa, con quella croce grigia di mille lampi assorbiti e quelle lastre di ardesia venute da chissà dove ad abbellire il suo tetto.

Dopo l’ultima curva ecco il Paese.

No, non le case e i palazzi, ma le facce note di volti amici: Michele la guardia comunale, che sorrideva sempre e Luigino lo spazzino, con quello sguardo da faina sotto i baffi, Commara Nannina, dal viso rubicondo, la faccia arcigna della maestra, l’occhio inerte del curato.

Ripercorro la strada di Nonna Cecchina, ma l’affronto di petto, di fretta, dimentico dei suoi insegnamenti e subito sono stanco e col fiatone. Mi siedo ai margini del vecchio sentiero

“Ma come faceva Nonna Cecchina a salire su al paese con la sporta in testa e le ceste tra le mani?”.

Riprendo fiato e mi impongo un passo ragionato, la salita diventa più docile e si lascia superare.

E’ rimasto poco del vecchio acciottolato, voragini lungo il sentiero, l’acqua che scorre non perdona, mi domando da quanti anni queste pietre ormai sconnesse non vendono più gli zoccoli di un mulo.

Vado oltre.

La fontana a metà della salita è ancora lì: il filo d’acqua più gelido dell’intera Lucania è tutto mio.

A tre quarti di strada comincio ad allungare il collo in cerca del campanile che non si vede ancora, vorrei allungare il passo ma, memore del fiatone di prima, mi impongo un passo costante e lento.

Dalla cima della quercia dietro la curva spunta qualcosa, ecco, mi dico, la croce di Nonna Cecchina, quella su cui si schiantò il fulmine la notte che nacque mia madre. Piano! Mi dico mentre mi preparo a godere quel grigio di ferro annerito da fulmini e saette che mi aspetto emergere dal verde corposo dell’albero antico.

Ma non esce, la croce nera non spunta, tra i rami occhieggia un lampo rosso da Polifemo ed io proseguo incerto fino a scoprire quello che mi appariva un po’ travisato tra le foglie dell’albero.

La torre sale veloce verso il cielo, metalli neri come ossa in croce, sormontati da un lampo rosso come l’occhio di Sauron, il sentiero annichilisce davanti a quella distesa di cemento da cui sorge la torre, una barriera di ferro e di filo spinato interrompe la mia risalita, uomini dal casco bianco mi guardano un po’ stupiti di vedermi lì, fanno cenni di andare via, mi guardano male.

Ma io c’ero, c’ero prima di loro e della loro torre di ferro, c’era la Nonna Cecchina e quella bambina nera che era mia madre, c’era quell’odore di more e di origano che ora non sento più, c’era il fragore estivo dei grilli ora muti, c’era la strada per un paese di giochi infantili e di sguardi di fuoco tra giovani paesani.

C’era una valle qui una volta, c’era un lago e boschi ed acque cristalline, c’erano campi e frutteti, c’era un paese pieno di gente dai tetti ridenti e dal campanile con una croce nera annerita da mille fulmini e saette, c’era la mia terra, c’ero io e la mia Nonna Cecchina.

Chiudo gli occhi, inspiro, e mi arriva l’odore delle sue melette gialle sbucciate sull’uscio di casa, il rosso di quella tovaglia a quadri sulle sue gambe e, sul mio viso, ancora, le sue mani un po’ raggrinzite, nelle mie orecchie mille e mille fattarielli raccontate in giardino.

L’odore della pizza con cicoli, come l’assoluto, si sovrappone a tutto.