LA NOTTE DI TANGO

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(una storia breve)

di  Gerardo Acierno

Un tempo, sulle arcate di certi ritrovi dei nostri borghi lucani, come simbolo della cantina e dell’arrivo di vino di buona qualità  si metteva “la frasca”, una sorta di ramo frondoso, verde, sporgente sul vicolo o sullo slargo.

       In questi tuguri ogni sera Tango veniva a seppellire un pezzo di sé. Ci veniva da quando sua moglie era scappata con un venditore di scope che tutti i giovedì s’arrampicava da Salerno fin quassù col suo camioncino rosso sulla cabina del quale troneggiava la scritta “San Matteo proteggimi tu”.

      Tango si svegliava alle cinque del pomeriggio quando la campana stonata della chiesa di Sant’Antonio annunciava il Vespro. Abitava in due stanzette con bagno ereditate dal nonno e appiccicate al campanile. Si stiracchiava nelle braghe di tela blu, si ravviava i capelli grigi di cinquantenne, dava una lisciata ai baffetti e da una tazza nella credenza prendeva gli spiccioli necessari per la bevuta quotidiana. Usciva e incrociava le solite pie donne che subito scomparivano oltre il portale di pietra scolpita della chiesa. Tango era ritornato dal sud America, ultimo figlio di un emigrante. In paese, quando lui comparve, si sparse la voce che la sua famiglia, compromessa con il regime di un generale dittatore, avesse perso tutto in una notte quando si ritrovò con la macelleria e la casa incendiate e il padre, colto da malore, stramazzato al suolo sotto gli occhi dei familiari. Altro non si seppe di Tango e poiché gli piaceva ballare fu gioco facile per i paesani affibbiargli quel nomignolo che si portava appresso.

       Una sera pioveva fitto tra la nebbia dei vicoli. Il silenzio delle persone rintanate nelle case era sostituito, nelle strade, dallo scroscio dell’acqua che nelle grondaie sciabordava tumultuosa. La serata, umida e triste, s’infiltrava tra il bavero della giacca e il collo nudo di Tango che rincasava con la solita malinconia. Spinse la porta che teneva sempre e soltanto tirata e cercò lo straccio che gli faceva da asciugamano per ficcarselo fin giù al fondoschiena dove la pioggia non s’era fatta scrupoli di arrivare. Mentre portava a termine questa operazione gli capitò di guardarsi allo specchio. Gli venne da sorridersi. Si strizzò l’occhio e si piacque. Il vino bevuto lo aiutava nella recita. Cercò la sedia perché gli parve di sentire una voce molto simile a quella di sua madre quando lo richiamava nella polverosa calle della sua infanzia argentina. E poi sentì il profumo del pane appena sfornato misto a quello delle bistecche sul fuoco. A occhi chiusi rivide il sole alto nel cielo e udì gli zoccoli dei cavalli battere la prateria. E poi un tramonto rosso sangue e una pelota che rotolava tra i suoi piedi fasciati da scarpette bullonate e sentì pianti di bambini e l’armonia struggente di una chitarra che suonava “Cielito lindo”.

         Fu il freddo a svegliarlo e quelle “visioni” svanirono di colpo lasciando Tango inchiodato nella stamberga dei suoi avi. La campana della chiesa annunciava la prima Messa del giorno. Si sentivano le note dell’organo e il brusio delle preghiere. Senza rendersene conto, Tango si ritrovò davanti al portone oltre il quale mai era andato. Entrò. Il baluginio delle candele rischiarava la penombra nella quale il prete si muoveva con gesti lenti e solenni. Tango alzò lo sguardo e notò il fascio di luce che dalla bifora colorata andava a schiantarsi nell’angolo più buio della cappella. Nessuno si preoccupò di lui. Si accovacciò in un banco e guardò oltre la fila dei garofani bianchi e dei candelabri dorati. Fissò gli occhi sul grande Crocifisso che sembrava abbracciare tutto e tutti. La prima lacrima cadde veloce mentre dall’altare giungevano queste parole: “non vi lascerò orfani.. resterò con voi fino alla consumazione dei secoli .. vi manderò lo Spirito e la vostra tristezza sarà cambiata in gioia..”.

Tango non comprese pienamente il senso di quelle parole ma smise di piangere e non ebbe più paura. Si sentì incredibilmente felice come mai lo era stato. Fuori era cessata anche la pioggia.

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