Margherita Marzario
Dopo “paesologia” è stato coniato un altro neologismo relativo ai paesi, “paesofia”, intesa come la ricerca dei nessi tra il pensiero, la filosofia e i paesi (Gianluca Galotta). “Paesofia” è un’altra dimensione dei paesi lucani perché inducono a pensare e trasmettono una profonda filosofia di vita.
“Ogni piccolo paese d’Italia può essere un museo” (dal film “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi). Ogni piccolo paese lucano, nella sua unicità e al tempo stesso similarità con gli altri paesi, può essere un museo a cielo aperto, tra ruderi di castelli, fontane secolari, case abbandonate, piazze minuscole, centri medievali, portali antichi, casolari dimenticati, viuzze ripide, cantine scavate, ex-conventi, palazzi sconosciuti, stemmi sulle facciate, arcate…
Dal “leviano” Aliano salendo sino al montano Pescopagano, facendo su e giù per Albano, Balvano, Baragiano, Calciano, Castelmezzano, Filiano, Grassano, Montalbano, Scanzano…, qualsiasi paese lucano ha qualcosa di bello del territorio lucano e qualcosa di buono del popolo lucano!
Lucanità è poeticità, drammaticità, ecletticità, artisticità, fecondità culturale, tanto che ogni paese può vantare un suo grande figlio: da Padre Serafino da Salandra con l’“Adamo caduto” a Rocco Scotellaro di Tricarico con i suoi numerosi scritti, tra cui “Uno si distrae al bivio” (parafrasando i titoli delle due opere si potrebbe dire che il lucano è un Adamo caduto che si è distratto al bivio). E ogni paese dovrebbe recuperare e valorizzare la propria peculiarità, altrimenti si avrebbe solo omologazione e appiattimento, anche emozionale. Quella peculiarità che può essere la nomea di paese dei “masciari” o delle “masciare” o la nominata di paese della buona salsiccia o del buon pecorino.
“In un paese che ti appartiene non si può abitare, pensò. Puoi guardarlo dall’altra sponda e desiderare di tornarci, facendoti spingere da questo desiderio verso nuove terre, perché se il mondo è tondo, un giorno ci arriverai, anche se dovesse essere per sbaglio” (Mariolina Venezia, scrittrice materana). Così ogni paese lucano da cui ci si può allontanare, ma prima o poi ci si torna anche solo con l’anima, perché l’anima comprende tutto, il meglio di ognuno di noi. Non tornare a vivere nel proprio paese nativo o vederne gli aspetti negativi o altro ancora non significa dimenticarlo o disconoscerlo. Anzi!
“Il clamore d’un passero sulle grondaie, / La luna brillante e tutto il latteo cielo, / E tutta quella famosa armonia di foglie” (il poeta irlandese William Butler Yeats): immagine poetica che richiama i paesaggi lucani, paesaggi dell’anima, che si ammirano dai paesi arroccati sui cucuzzoli che si affacciano sulla Basentana, sui calanchi, da ogni paese del proprio cuore che rimane per sempre nel cuore, soprattutto quando lacerato dagli eventi ineluttabili della vita.
“È una notte bellissima d’estate. / Nelle alte case stanno / spalancati i balconi / del vecchio borgo / sulla vasta piazza. / In quell’ampio rettangolo deserto, / panchine di pietra, evonimi [arbusti], acacie / disegnano in simmetria / le nere ombre sulla bianca arena. / Allo zenit, la luna, e sulla torre / col quadrante alla luce l’orologio. / In questo vecchio borgo vado a zonzo / solo, come un fantasma” (il poeta spagnolo Antonio Machado in “Notte d’estate”). Dal vecchio borgo alle panchine di pietra (in dialetto “i pisul”), elementi essenziali di una notte d’estate nei paesi lucani semi-spopolati, come la notte dell’anima quando si sente inaridita dalle prove della vita!
“Come una indefinibile fata d’ombre / vien da lungi la sera, camminando / per l’abetaia tacita e nevosa. / Poi, contro tutte le finestre preme / le sue gelide guance e, zitta, origlia! / Si fa silenzio, allora, in ogni casa. / Siedono i vecchi, meditando. I bimbi / non si attentano ancora ai loro giochi! / Le madri stanno siccome regine. / Cade di mano alle fantesche il fuso. / La sera ascolta, trepida pei vetri: / tutti, all’interno, ascoltano la sera” (Rainer Maria Rilke, ritenuto il più grande poeta di lingua tedesca di tutti i tempi). La sera, all’insegna di semplicità e seraficità, in quella tipica vita di paese che non c’è più: patrimonio culturale immateriale della Basilicata, patrimonio inalienabile di ogni cuore nostalgico!
“Grandi vie di silenzio conducevano / A paesi di calma. / Non vi erano notizie né discordie / Né universo né leggi. / Gli orologi dicevano il mattino / E le campane lontane chiamavano la notte, / Ma il tempo qui non aveva più base, / Era svanita ogni misura” (la poetessa statunitense Emily Dickinson). Così il cammino nella memoria lucana e nei paesi di oggi in via di spopolamento!
“La sua vita è una fisarmonica. […] Un alternarsi di sistole e diastole, tra sconforto e speranza. Una fisarmonica che suona da anni la stessa musica e intanto nulla cambia e il tempo scorre” (l’artista Antonio Petrocelli, di origini lucane). Così la vita in Basilicata, così quando si fa ritorno nel proprio paese di nascita!
Percorrendo, oltre il bosco, a piedi gli ultimi chilometri che portano al paese nativo, ci si accorge di quello che dall’automobile non si può scorgere: un serpente attraversa la strada contorcendosi come una danzatrice del ventre; una farfalla rimasta conficcata nell’asfalto nuovo del manto stradale; due oche starnazzano in difesa del loro recinto; lucertoline, forse appena sgusciate dalle uova, sgattaiolano di qua e di là; tronchi scultorei usati come pali; campagne abbandonate o animate da strani rumori; ovunque tracce di ogni sorta che fanno immaginare ogni cosa… Dovremmo imparare a camminare a piedi, e possibilmente in punta di piedi, nella vita degli altri per accorgerci di quello che altrimenti non si scorge.
Ri-tornare al proprio paese d’origine è ri-trovare le proprie origini, quelle più ignote e intime. Come ascoltare l’emittente radiofonica preferita con i successi e i tormentoni dell’anno dalla radio d’epoca – in passato messa sul ripiano di sotto del carrello del televisore, come si soleva fare in molte famiglie – ascoltata durante l’infanzia, mentre il nonno materno affilava il rasoio alla cinghia di cuoio attaccata all’anelletto al muro per farsi la barba in canottiera, sempre candida di bucato, in costine e con le spalline strette, che spiccava sulla pelle abbronzata dalla vita contadina, quella vita generatrice ed intergenerazionale di una volta. Passare dalla strada principale del paese di nascita e sentire una bambina che canta un successo di decenni or sono, di quando si è stati bambini, di quando si era davvero bambini. Basta poco per cogliere che la vita è tutta un attimo!
Nella casa in paese, sul caminetto spento da tempo, la sveglia con la gallinella che becca instancabilmente finché le si dà la corda, il ligneo orologio a pendolo dei nonni attaccato al muro, nel centro storico del paese l’ultrasecolare orologio sulla torre alta con la lastra marmorea dei caduti in guerra: scandiscono le ore con qualche minuto di anticipo o di ritardo tra di loro. Passato e presente si rincorrono, tempo cronologico e tempo psicologico si alternano e si alterano tra di loro. La memoria individuale s’inscrive nella storia generale: il tempo fugge, la vita rifulge!
Vedere in città un autobus ultramoderno dell’autolinea del paese di nascita dove in dialetto si chiamava “postale” e da bambini si faceva la posta per vederlo passare o arrivare con i tanti papà che andavano a lavorare nelle fabbriche dell’apparente benessere o parcheggiare nella “via nuova” del paese o ci si saliva per andare alle gite scolastiche verso mete che apparivano sempre grandi e meravigliose. Bastava poco per avviare la posta della fantasia dell’illimitatezza dell’infanzia e superare la limitatezza del paese. Basterebbe poco per essere anche oggi “postali di vita e vitalità”!
“Quando ti viene una nostalgia, non è mancanza, è presenza, è una visita, arrivano persone, paesi, da lontano e ti tengono un poco di compagnia” (Erri De Luca in “Montedidio”). Nostalgia, dolce compagnia nei lucani che se ne vanno facendosi portatori di lucanità itinerante ed anche in quelli che restano a baluardo della lucanità radicata! Basilicata, terra di nostalgia, perché i suoi paesaggi brulli, le sue avversità scavano solchi profondi nel cuore di chiunque vi nasca e se ne allontani per un po’ o per sempre. Come tutte le esperienze o relazioni significative che segnano!
Paese: chi resta ha modo di vedere i cambiamenti in maniera graduale. Chi va via (soprattutto senza averlo scelto) quando torna e trova i cambiamenti, non ha più gli stessi punti di riferimento. Nel paese nativo si è legati, più o meno, a tutti da un filo sottile.
Paese, pace da cercare, pargolo da cullare, passo da segnare: nel proprio cuore, col proprio cuore. Come tutto ciò che è piccolo e personale, strettamente personale!
“L’incanto di un posto è alla lunga insignificante se non ci son altri motivi per viverci. La bellezza dei posti altrui non basta a trapiantare uno straniero, solo a trattenerlo. Essa rende nomadi, spinge verso altri paesaggi” (Erri De Luca in “Aceto, arcobaleno”). Doversene andare dal luogo nativo, dal luogo dell’anima rende erranti nell’anima, come quando si deve abbandonare precocemente il tempo dell’infanzia! La nostalgia per il paese di nascita la si prova per il paese dell’infanzia, dei ricordi, perché il paese è diventato, poi, altro e di altri. Il cuore lucano resta sempre tale anche se non si vive più nel paese natale!
A Salandra, paese nativo, “primo amore, fonte di dolore”!
FOTO COPERTINA MICHELE SANTARSIERE
