MARIO SANTORO
Andrea Zanzotto (1921), poeta trevigiano, dopo aver raggiunto una posizione assai importante nella poesia in lingua, con uno stile tutto personale, senza abbandonare la stessa, decide una sorta di conversione e si dedica alla poesia in dialetto o dialettale realizzando ugualmente ottimi risultati.
Afferma la pari dignità della lingua letteraria e del dialetto e respinge ogni sorta di opposizione anche se esprime per entrambe le forme il pericolo non dico dell’estinzione ma della mutilazione per effetto della tecnologia che impoverisce sempre più l’espressione verbale. Ma il poeta fa di più. Valorizza il dialetto attribuendogli la possibilità di far riemergere dal profondo dell’anima, individuale e collettiva, un’interiorità primigenia diversamente irrecuperabile.
E così, il “vecio parlare” è per lui una “lingua pre-babelica capace da un lato di conservare, quasi immutato, il sapore del latte di Eva”, la nostra progenitrice, “dall’altro di consentire al carrettiere di parlare alle bestie e alla balia di fare altrettanto con il lattante”. C’è, dunque, una sorta di rincorsa al recupero pieno della tradizione che tende a scomparire.
Hanno condiviso-mi sembra- questi aspetti pressocché tutti i poeti più importanti in dialetto del Novecento italiano come Virgilio Giotti con la fomula ” dialetto come lingua di poesia” che, nei suoi versi, fa emergere una vasta gamma di colori, dal bianco dominante della prima raccolta al passaggio al rosa, al celeste, al giallo, al blu e al verde, ma anche, e diversamente dal primo, come Delio Tessa che tende ad una rappresentazione della realtà piuttosto esagerata e ai limiti del grottesco coniugando con disinvoltura situazioni del tutto contrastanti. L’autore non cede mai al rumore per il rumore e, anche quando esso domina, risulta non caotico ma ragionato.
Sempre in dialetto è la poesia di Biagio Marin che tende a diventare contemplazione del paesaggio esterno e dei fenomeni atmosferici, con particolare rimando per il mare, per il cielo, per certe distese e paesaggi, senza mai attardarsi o indulgere in descrizioni particolareggiate e mirando all’essenzialità.
E non possiamo non ricordare il nostro Albino Pierro con il rimando alla fanciullezza mitica ma niente affatto dolce, anzi molto triste, nel quale domina la morte della madre nel ricordo pungente della stessa trasportata su una sedia giù per la Rabatana che fa dire al poeta:
“Ma ié vògghie bbéne a Ravaténe
cc’amore ca c’è morta mamma meia
la purtaréne ianca sup a ségge
cchi mmi nd’i fasce com’a Maronna
cc’u bambinélle mbrazze”.
Si tratta di versi straordinariamente belli con sempre presente un senso di angoscia e di smarrimento. E ricordiamo ancora Tonino Guerra, poeta estroverso, noto alla stragrande maggioranza per una pubblicità discutibile nella forma: L’ottimismo è il profumo della vita.
Va da sè che tanto le poesie in dialetto, quanto quelle in lingua consentono sempre di poter raccontare il vissuto che da individuale tende a farsi universale, nei modi più svariati, con versi che hanno il potere di innalzarsi fino a creare la vertigine o di abbassarsi fino a toccare terra, con il rischio di rimanerci, salvo poi a veleggiare a ondate gradevoli e morbide.
Io condividerei la dizione di poeti in dialetto che privilegia lo studioso e critico Pietro Ghibellini per distinguerla dai cosiddetti poeti dialettali. Egli sostiene, non senza ragione, che i poeti in dialetto rifuggono dal bozzettismo di maniera, dal ricorso a forme popolareggianti e non privilegiano note fragorose e squillanti, né cedono alla tentazione del rumore per il rumore, della rima obbligata e forzata, della voglia di suscitare stupore e soprattutto non si autocompiacciono. Di conseguenza la poesia sa assumere toni vellutati, tensioni emotive ed è lontana da ogni eccesso. Cosa, questa, che capita sovente alla grande maggioranza dei poeti dialettali che si innamorano del suono per il suono.
Appare evidente che la poesia in dialetto può tranquillamente far ricorso ora a un tonalismo morbido e ricercato evidenziando una policromia di colori con la preferenza di taluni anziché di altri, ora anche a toni accesi e vistosi, mai però fini a se stessi, prima di ritornare a pastellature e ammorbidimenti o a colori scialbanti addirittura, salvo poi a ravvivarsi.
E questo giuoco di alternanza è in tutto uguale anche per la poesia in lingua; poesia che di per sé è indefinibile per lo meno in maniera esaustiva, pure in presenza di centinaia di tentativi alcuni dei quali anche suggestivi ma sempre provvisori e quasi destinati a far torto alla poesia perchè ogni definizione rischia di lasciar fuori una grande quantità di attribuzioni e perchè essa mostra un suo continuo e incessante rinnovarsi e riproporsi ed è diversa momento per momento. E così possiamo assistere nella poesia a sfondamenti verbali, a parole scelte con cura e capaci di rotolare, a cesure che non scandiscono i versi o i ritmi ma segmentano o scorciano il flusso sonoro.
La poesia muove i suoi fili, che non sono propriamente fili di Arianna in labirinti intricati dove orientarsi non è facile eppure il poeta ha sempre la sensazione di poter trovare da un momento all’altro il bandolo; per questo egli tende rimuovere i coordinamenti sintattici oppure a non seguire la disposizione ordinaria delle parole.
E questo è comune alle due modalità poetiche come ho potuto verificare con la lettura comparata dei due modelli nello stesso autore e cioè in Zanzotto tra le sue poesie in lingua e quelle in dialetto con qualche implicazione in più per quest’ultimo nella difficoltà della scrittura e nella conseguente limitazione nella comprensione ad una platea più ristretta.
In tutti e due i casi la scrittura poetica è avventura dello spirito, viaggio con inevitabili approdi, scandaglio, scoperta e riscoperta, svelamento continuo e altro ancora, pur ritrovandosi oggi il poeta in una particolare condizione di isolamento e di abbandono.
E qui sarebbe interessante aprire un altro capitolo che rinviamo a una prossima volta.
La poesia seppure non sempre riesce a far trionfare la gioia, ad eliminare la sofferenza, a combattere il male di vivere, la pena di vivere, neanche a volte imparando il mestiere di vivere pavesiano e pur non sempre potendosi connotare come salvifica, resta qualche volta consolatoria, e diventa lenimento, punto di approdo, àncora, e serve, per ricordare Lorca, per nutrire il granello di pazzia che tutti portiamo dentro senza il quale forse la vita sarebbe poca cosa.