LA POESIA: DIVAGAZIONI

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DI MARIO SANTORO

Comunque la si voglia definire (dea ricoperta di mille veli o vaso portiano che galleggia  pericolosamente su fiume tmultuoso) la poesia assume connotazione di forte intensità spirituale  fino a sfiorare talvolta la sacralità nel suo  essere, per il poeta, continuamente ‘croce e delizia’, stando ad uno  slogan diffuso e condiviso. E’ croce, e qualche volta anche troppo pesante, per la fatica e il tormento interiore che la alimenta, per la ricerca del verso che sappia risuonare dentro, quasi i crepitacoli  della zucca da ‘fiaschi’ e riesca a produrre suono armonioso, per l’uso  sapiente, misurato, giusto della parola, inspiegabile quanto eccezionale dono divino, e per la capacità di puntare ad essere sempre privilegiata comunicazione, se non addirittura qualche volta salvifica. E’ ancora ‘croce’ nello sforzo dimantenere la modalità poetica del tono serioso e impegnato e dunque nel suo tendere a farsi alta se non anche vertiginosa, con le sue inferenze continue nella molteplicità dei significati, e ancora quando mantiene, volutamente e con  impegno, un profilo basso e leggero. E’ delizia ogni  volta che il poeta riesce a coniugare al meglio, magari in un verso solo, sentimenti, sensazioni, emozioni che si connotano come universali e donano a chi lo  produce, la vertigine momentanea, l’ebbrezza straordinaria, la sensazione di veleggiare verso l’alto prima di planare nuovamente e di guardare al nuovo traguardo da raggiungere. In ogni caso nella  poesia  la parola è sempre privilegiata, scelta, levigata, adattata alle circostanze anche  quando canta le cose quotidiane con i termini comuni a patto che esse siano caricate di forte intensità emotiva o quando  si  fa lieve come piuma per l’aria o sembra sfiorare con delicatezza come petalo vellutato di rosa o ancora quando, e non vale solo per i poeti crepuscolari,  nega, ironicamente e con finzione, se stessa e il suo valore. E già tutto questo è un miracolo della poesia che sa mutare pelle e varia da soggetto a soggetto e da momento a momento e sopravvive accanto  all’uomo e nell’uomo da sempre e, per dirla col poeta Foscolo, “vince di mille secoli il silenzio”. E con il massimo  dell’umiltà, sovente in punta di piedi, si offre al lettore che la fa propria in tutto o in parte e ne ripete i versi, magari scavando nella mente e riandando  indietro nel  tempo fino all’infanzia-fanciullezza, con il carico di dolcezza e di malinconia che il tempo non può scalfire anzi acuisce e ne accentua la sensazione e magari fa rivivere, in situazioni particolari, “la dolcezza amara dei  canti uditi da fanciullo” come dichiara Giusti. E talvolta è consolatoria e tonificante la ripetizione di  alcuni  versi che non solo  ci restituisce la bellezza degli stessi, in chiave nuova, ma ci ripropone, accattivante e dolce, un tuffo nel passato dal quale non possiamo prescindere. Ci pare di tornare fanciulli ai  primi ardori, alle prime scoperte, ai palpiti che al cuore fanno fare capriole, coi capitomboli e gli sbiancamenti  in viso. Resta la poesia, che qualche volta ci pare di abbandonare, sempre dentro di noi, magari relegata in un angolo della mente e pronta a riproporsi, come d’improvviso, nelle varie situazioni. D’altra parte nessuno può dire di non ricordare qualche verso e di non ripeterlo godendo la musicalità della sua stessa voce e ricordando magari la tendenza alla  cantilena inevitabile, a volte. Che se poi uno ci fosse rischierebbe di apparire ‘arido di cuore’, e “quasi terra dove niente nasce” per dirla con Marino Moretti. E allora possiamo  ben dire che la poesia è dare vita alla vita.

Ce ne accogiamo quano viene a mancare sicché possiamo  ben dire con Alda Merini:

“Quando tu non ci sei e l’aria non risuona dei tuoi richiami segreti allora l’ombra si stende come un manto, la sera diventa feroce e gli uccelli mi cadono  ai piedi stecchiti…”

Insomma non possiamo farne a meno e questo spiega la continua e incessante ricerca interiore di versi sempre nuovi, quasi scavo ungarettiano:

‘…poesia 

è il mondo l’umanità

la propria vita

fioriti dalla  parola

la limpida meraviglia di un  delirante fermento’

Gia un delirante fermento!

Ed è impegno tanto più faticoso quando il poeta non riesce a trovare la parola esatta e deve contentarsi delle storte sillabe montaliane da conquistare faticosamente:

“… Non domandarci la formula che mondi possa aprirti

sì qualche storta sillaba e secca come ramo’

magari  per cantare

‘ciò che non siamo, ciò che non vogliamo’.

Accade pure che qualche volta le parole proprio non riescono ad uscire dal cuore come dichiara Quasimodo:

“E come potevamo cantare

con il piede straniero sopra il cuore…”,

o quando pretendiamo molto dalle parole e le carichiamo troppo, rendendole asfittiche, in una sorta di  ermetismo senza respiro con il rischio serio di non essere capite o quando  raccontiamo le ingiustizie troppo gravi, le cattiverie che sfiorano la malvagità, le violenze turpi, le prepotenze eccessive, le emigrazioni di massa dei diseredati,  gli stermini irragionevoli dell’uomo che davvero  resta sempre “quello della pietra e della fionda”. Sovente poi la poesia si  ferma, compiaciuta, a raccontare l’ordinarietà  di cui parla Giovanni Giudici  nel componimento “Le ore migliori” con riferimento  alla moglie:

E ricominci: i necessari rifiuti

in un sol piatto raccogli, riempi

il lavandino ove galleggiano sughi,

affindano fili di pasta, bucce. Adempi

la tua virtù necessaria, riordini

ancora una volta  la casa…

o si attarda gradevolmente e pensosamente sui tetti delle case che hanno forte funzione aggregante:

“E’ un mare fermo, rosso,

un mare cotto, in un’increspatura

di tegole…”.

Altre volte si compiace, complice il secondo Sinisgalli, dinanzi a “Bianchina”, la gatta che non si fa ‘lisciare’:

“Bianchina la slava

seminapulci, la zingara

ha figliato  nella  legnaia…”

oppure si immerge in storie favolose come indica Pavese:

” Camminiamo una sera su un fianco di un colle,

in sienzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo 

mio cugino è un gigante vestito di bianco…”

o ancora  si manifesta come lamento, sconsolato e come rassegnato, come accade a Rocco Scotellaro:

“Ho perduto la schiavitù contadina,

non mi farò più un bicchiere contento…” 

o  per chiudere rievocando un

“treno che corre lontano”

con la terra

”senza notti  o rigori’

ma anche con il

“dolce sobbalzo del tuo seno cresciuto”

per ricordare lo sfortunato giovanissimo poeta Luca Orioli.  

E resta sempre poesia dell’incanto quando si fa libera e fiabesca, quasi cantilena o ninna nanna:

“C’era una volta un giovane ruscello

color di perla che a la vecchia valle

tra molli giunchi e pratelline gialle

correva snello”

come racconta  Novaro, oppure

“Il bimbo dorme e sogna i rami d’oro

gli alberi d’oro le foreste d’oro…”

come scrive  Pascoli o quando ci fermiamo alle

“Tre casettine

dai tetti  aguzzi,

un verde praticello,

un esiguo ruscello: Rio Bo”

di Aldo Palazzeschi o quando cediamo a certi sperimentalismi, che sovente ritornano, con rimando a Tommaso Maninetti:

“Treno treno treno treno tren tron

tron tron (ponte di ferro tataluuun

tlin -sssssssiissiisssssiiii…”

Ed è sempre la parola poetica ad aprire le porte con la sua straordinaria capacità di dissimulare, di radicarsi in un niente, di farsi punto luce o  faro, di ‘chiudersi in una virgola’ per ricordare Mario Trufelli, di consegnarsi con determinazione a un aggettivo “E’ amara l’acqua dei nostro fiumi” per ricordare Giulio Stolfi,  di farsi lieve, quasi bolla per l’aria, di velare, di alludere, di esplodere e di implodere, di ricorrere a intrecci complicati, con affermazioni, dinieghi, silenzi, annunci, con rimandi a musicalità, ora delicate e accattivanti, ora lente e solenni, e con le tante soprasegmentalità. Accade pure che le parole rotolino e producano dolcezza di suono e finanche solo di rumore, con ritmo regolare o inuguale, ingenerando atmosfere gradevoli e benessere  al  cuore o situazioni cupe e malessere all’animo. Allo stesso tempo talvolta le cesure smettono il  ruolo di scandire i versi ed obbligano alla apparente innaturale pausa sicché il ritmo si fa iregolare e quasi disarmonico e risulta scorciato il flusso sonoro e qualche volta il verso risulta spezzettato e come frammentato. Di conseguenza il lettore spesso non  riusce a scavalcare l’orizzonte di  attesa e resta intrappolato in costruzioni che appaiono labirintiche e generano sensazione di smarrimento e impossibilità di ricercare e afferrare  fili di Arianna o di indossare ali di  Icaro perché il vortice che il poeta crea con i suoi coordinamenti sintattici, che sembrano impazziti, lo travolge letteralmente. Non raramente pare di assistere alla dissolvenza totale del linguaggio o alla mescolanza delle forme e delle funzioni, magari in maniera dichiaratamente caotica ma sempre la referenzialità aggancia l’emotività, mantenendo inalterata sia la funzione fàtica, sia la metalinguistica, sia infine la conativa, o gioca con la comunicazione paraverbale tra momenti pausativi, suoni, cambio di ritmo, diversità timbriche e intreccia similitudini, metafore, metonimie, allegorie, ossimori, sineddoche, iperboli,  antonomasie e tanto altro ancora. E qui il gioco potrebbe ricominciare ma lo rinviamo  a un’altra volta.

 

 

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