Comunque la si voglia definire (dea ricoperta di mille veli o vaso portiano che galleggia pericolosamente su fiume tmultuoso) la poesia assume connotazione di forte intensità spirituale fino a sfiorare talvolta la sacralità nel suo essere, per il poeta, continuamente ‘croce e delizia’, stando ad uno slogan diffuso e condiviso. E’ croce, e qualche volta anche troppo pesante, per la fatica e il tormento interiore che la alimenta, per la ricerca del verso che sappia risuonare dentro, quasi i crepitacoli della zucca da ‘fiaschi’ e riesca a produrre suono armonioso, per l’uso sapiente, misurato, giusto della parola, inspiegabile quanto eccezionale dono divino, e per la capacità di puntare ad essere sempre privilegiata comunicazione, se non addirittura qualche volta salvifica. E’ ancora ‘croce’ nello sforzo dimantenere la modalità poetica del tono serioso e impegnato e dunque nel suo tendere a farsi alta se non anche vertiginosa, con le sue inferenze continue nella molteplicità dei significati, e ancora quando mantiene, volutamente e con impegno, un profilo basso e leggero. E’ delizia ogni volta che il poeta riesce a coniugare al meglio, magari in un verso solo, sentimenti, sensazioni, emozioni che si connotano come universali e donano a chi lo produce, la vertigine momentanea, l’ebbrezza straordinaria, la sensazione di veleggiare verso l’alto prima di planare nuovamente e di guardare al nuovo traguardo da raggiungere. In ogni caso nella poesia la parola è sempre privilegiata, scelta, levigata, adattata alle circostanze anche quando canta le cose quotidiane con i termini comuni a patto che esse siano caricate di forte intensità emotiva o quando si fa lieve come piuma per l’aria o sembra sfiorare con delicatezza come petalo vellutato di rosa o ancora quando, e non vale solo per i poeti crepuscolari, nega, ironicamente e con finzione, se stessa e il suo valore. E già tutto questo è un miracolo della poesia che sa mutare pelle e varia da soggetto a soggetto e da momento a momento e sopravvive accanto all’uomo e nell’uomo da sempre e, per dirla col poeta Foscolo, “vince di mille secoli il silenzio”.
Ce ne accogiamo quano viene a mancare sicché possiamo ben dire con Alda Merini:
“Quando tu non ci sei e l’aria non risuona dei tuoi richiami segreti allora l’ombra si stende come un manto, la sera diventa feroce e gli uccelli mi cadono ai piedi stecchiti…”
Insomma non possiamo farne a meno e questo spiega la continua e incessante ricerca interiore di versi sempre nuovi, quasi scavo ungarettiano:
‘…poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia di un delirante fermento’
Gia un delirante fermento!
Ed è impegno tanto più faticoso quando il poeta non riesce a trovare la parola esatta e deve contentarsi delle storte sillabe montaliane da conquistare faticosamente:
“… Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come ramo’
magari per cantare
‘ciò che non siamo, ciò che non vogliamo’.
Accade pure che qualche volta le parole proprio non riescono ad uscire dal cuore come dichiara Quasimodo:
“E come potevamo cantare
con il piede straniero sopra il cuore…”,
o quando pretendiamo molto dalle parole e le carichiamo troppo, rendendole asfittiche, in una sorta di ermetismo senza respiro con il rischio serio di non essere capite o quando raccontiamo le ingiustizie troppo gravi, le cattiverie che sfiorano la malvagità, le violenze turpi, le prepotenze eccessive, le emigrazioni di massa dei diseredati, gli stermini irragionevoli dell’uomo che davvero resta sempre “quello della pietra e della fionda”. Sovente poi la poesia si ferma, compiaciuta, a raccontare l’ordinarietà di cui parla Giovanni Giudici nel componimento “Le ore migliori” con riferimento alla moglie:
“E ricominci: i necessari rifiuti
in un sol piatto raccogli, riempi
il lavandino ove galleggiano sughi,
affindano fili di pasta, bucce. Adempi
la tua virtù necessaria, riordini
ancora una volta la casa…
o si attarda gradevolmente e pensosamente sui tetti delle case che hanno forte funzione aggregante:
“E’ un mare fermo, rosso,
un mare cotto, in un’increspatura
di tegole…”.
“Bianchina la slava
seminapulci, la zingara
ha figliato nella legnaia…”
oppure si immerge in storie favolose come indica Pavese:
” Camminiamo una sera su un fianco di un colle,
in sienzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco…”
o ancora si manifesta come lamento, sconsolato e come rassegnato, come accade a Rocco Scotellaro:
“Ho perduto la schiavitù contadina,
non mi farò più un bicchiere contento…”
o per chiudere rievocando un
“treno che corre lontano”
con la terra
”senza notti o rigori’
ma anche con il
“dolce sobbalzo del tuo seno cresciuto”
per ricordare lo sfortunato giovanissimo poeta Luca Orioli.
E resta sempre poesia dell’incanto quando si fa libera e fiabesca, quasi cantilena o ninna nanna:
“C’era una volta un giovane ruscello
color di perla che a la vecchia valle
tra molli giunchi e pratelline gialle
correva snello”
come racconta Novaro, oppure
“Il bimbo dorme e sogna i rami d’oro
gli alberi d’oro le foreste d’oro…”
come scrive Pascoli o quando ci fermiamo alle
“Tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo”
di Aldo Palazzeschi o quando cediamo a certi sperimentalismi, che sovente ritornano, con rimando a Tommaso Maninetti:
“Treno treno treno treno tren tron
tron tron (ponte di ferro tataluuun
tlin -sssssssiissiisssssiiii…”
Ed è sempre la parola poetica ad aprire le porte con la sua straordinaria capacità di dissimulare, di radicarsi in un niente, di farsi punto luce o faro, di ‘chiudersi in una virgola’ per ricordare Mario Trufelli, di consegnarsi con determinazione a un aggettivo “E’ amara l’acqua dei nostro fiumi” per ricordare Giulio Stolfi, di farsi lieve, quasi bolla per l’aria, di velare, di alludere, di esplodere e di implodere, di ricorrere a intrecci complicati, con affermazioni, dinieghi, silenzi, annunci, con rimandi a musicalità, ora delicate e accattivanti, ora lente e solenni, e con le tante soprasegmentalità. Accade pure che le parole rotolino e producano dolcezza di suono e finanche solo di rumore, con ritmo regolare o inuguale, ingenerando atmosfere gradevoli e benessere al cuore o situazioni cupe e malessere all’animo. Allo stesso tempo talvolta le cesure smettono il ruolo di scandire i versi ed obbligano alla apparente innaturale pausa sicché il ritmo si fa iregolare e quasi disarmonico e risulta scorciato il flusso sonoro e qualche volta il verso risulta spezzettato e come frammentato. Di conseguenza il lettore spesso non riusce a scavalcare l’orizzonte di attesa e resta intrappolato in costruzioni che appaiono labirintiche e generano sensazione di smarrimento e impossibilità di ricercare e afferrare fili di Arianna o di indossare ali di Icaro perché il vortice che il poeta crea con i suoi coordinamenti sintattici, che sembrano impazziti, lo travolge letteralmente. Non raramente pare di assistere alla dissolvenza totale del linguaggio o alla mescolanza delle forme e delle funzioni, magari in maniera dichiaratamente caotica ma sempre la referenzialità aggancia l’emotività, mantenendo inalterata sia la funzione fàtica, sia la metalinguistica, sia infine la conativa, o gioca con la comunicazione paraverbale tra momenti pausativi, suoni, cambio di ritmo, diversità timbriche e intreccia similitudini, metafore, metonimie, allegorie, ossimori, sineddoche, iperboli, antonomasie e tanto altro ancora. E qui il gioco potrebbe ricominciare ma lo rinviamo a un’altra volta.
