by Leonardo Pisani
Il 5 ottobre 1690 fu fondata L’Accademia dell’Arcadia, idea nata improvvisamente dopo una passeggiata come racconta Giovanni Battista Corniani, ne “ I secoli della letteratura italiana dopo il suo risorgimento, Torino, 1855, Vol. IV pag. 214” .Questo l’aneddoto « Andando un giorno a diporto il colto e geniale drappello ne’ suburbii di Roma, e recitando alterne rime all’ombra delle piante ed al mormorare de’ rivoli, un de’ compagni sorse enfaticamente a dire: “Pare che noi facciamo rivivere l’antica Arcadia”. Baretti chiama irrisoriamente magiche tali espressioni, poiché destarono esse il pensiero di fondare un’accademia col nome di Arcadia. Quattordici furono gl’istitutori di questa società »
Fu fondata da Gian Vincenzo Gravina e da Giovanni Mario Crescimbeni coadiuvati nell’impresa anche dal torinese Paolo Coardi, in occasione dell’incontro nel convento annesso alla chiesa di San Pietro in Montorio di quattordici letterati appartenenti al circolo letterario della regina Cristina di Svezia, tra i quali gli umbri Giuseppe Paolucci di Spello, Vincenzo Leonio da Spoleto e Paolo Antonio Viti di Orvieto, i romani Silvio Stampiglia e Jacopo Vicinelli, i genovesi Pompeo Figari e Paolo Antonio del Nero, i toscani Melchiorre Maggio di Firenze e Agostino Maria Taia di Siena, Giambattista Felice Zappi di Imola e il cardinale Carlo Tommaso Maillard di Tournon di Nizza.
‘Accademia è considerata non solamente come una semplice scuola di pensiero, ma come un vero e proprio movimento letterario che si sviluppa e si diffonde in tutta Italia durante tutto il Settecento in risposta a quello che era considerato il cattivo gusto del Barocco. Essa si richiama nella terminologia e nella simbologia alla tradizione dei pastori-poeti della mitica regione dell’Arcadia, e il nome fu trovato da Taia durante una adunata ai Prati di Castello, a quei tempi un paesaggio pastorale. Oltre al nome dell’Accademia, emblematico da questo punto di vista, anche la sede fu chiamata seguendo questa tendenza “Bosco Parrasio”, una villa sulla salita di via Garibaldi sulle pendici del Gianicolo. Pastori furono detti i membri, Gesù bambino (adorato per primo dai pastori) fu scelto come protettore; come insegna, venne scelta la siringa del dio Pan, cinta di rami di alloro e di pino e ogni partecipante doveva assumere, come pseudonimo, un nome di ispirazione pastorale greca.
Dell’Arcadia fece parte anche la poliedrica lucana Aurora Sanseverino, che è stata poetessa, attrice teatrale e mecenate. Di nobile famiglia infatti i Sanseverino ebbero origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l’odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome.
Ecco chi era Aurora Sanseverino. Nacque il il 28 aprile 1669, a Saponara (attuale Grumento Nova in provincia di Potenza in Basilicata) da Carlo Maria Sanseverino principe di Bisignano e conte di Saponara e da Maria Fardella, principessa di Pacecco.
Il suo nome è probabilmente ispirato ad un dipinto del tempo realizzato dall’abate Giovanni Ferro, intitolato L’Aurora, in cui era raffigurata una bellissima fanciulla che spargeva fiori sul mondo.
Fin da bambina ebbe una personalità sveglia e intelligente, dedicandosi agli studi di svariate discipline come latino, filosofia, pittura e musica ma la sua vera passione fu la poesia. Su pressione del padre, un primo matrimonio, molto precoce, avvenne il 25 dicembre 1680, all’età di 11 anni, con il conte Girolamo Acquaviva di Conversano, ma durò solo qualche anno poiché rimase subito vedova e senza figli. Ritornò a Saponara per un breve periodo e compì diversi viaggi con il padre, a Palermo e Napoli.
Un secondo matrimonio avvenne il 28 aprile 1686 con Nicola Gaetani dell’Aquila d’Aragona, conte di Alife, duca di Laurenzana e principe di Piedimonte, a cui diede due figli, Cecilia e Pasquale. L’evento fu celebrato con una cerimonia fastosa a Saponara, in cui venne anche organizzato dal padre un dramma pastorale intitolato Eliodoro. Dopo il matrimonio, si trasferì nella dimora del marito a Napoli, città all’epoca caratterizzata da un’intensa vita culturale. Nella sua casa napoletana ospitò vari poeti, musicisti e pittori, dando così vita ad un noto salotto letterario. Oltre alla letteratura, fu un’abile cacciatrice, partecipando a battute di cinghiale sui monti del Matese.
Nel 1699 venne inscenata una commedia, di autore ignoto, intitolata Marte e Imeneo, ove la Sanseverino partecipò come attrice. Il prologo venne musicato dal compositore bolognese Giacomo Antonio Perti, con il quale la poetessa ebbe un lungo contatto artistico ed una corrispondenza epistolare, conservata presso il Museo Bibliografico Musicale di Bologna.
Nel 1707 venne rappresentato Il Radamisto, melodramma di Niccolò Giuvo (librettista da lei protetto che visse presso la sua corte) e Nicola Fago. Vennero organizzate altre esibizioni teatrali come La Semèle di Giuvo, La cassandra indovina di Giuvo e Fago, Aci, Galatea e Polifemo di Georg Friedrich Händel. Quest’ultima fu eseguita anche a Napoli nel palazzo del duca d’Alvito per il matrimonio di sua nipote Beatrice Tocco Sanseverino con il duca Tolomeo Gallio Trivulzio e fu replicata nel 1711 nel suo teatro di Piedimonte per il matrimonio di suo figlio Pasquale. Al mecenatismo della Sanseverino si devono anche altre opere di compositori quali Francesco Mancini, Domenico Sarro, Nicola Porpora, Giuseppe Vignola, Giovanni Paolo de Domenico e Alessandro Scarlatti.
Oltre al teatro presso il palazzo ducale, la poetessa fece realizzare il “Conservatorio delle orfane” di Piedimonte (1711), che ospitò numerose fanciulle, fu dotato con 500 pecore e l’amministrazione fu affidata alla confraternita di Santa Maria Occorrevole; il “Convento delle Grazie”, in cui i religiosi tenevano lezioni pubbliche per i fanciulli della zona e la “Chiesa dell’Immacolata Concezione dei Chierici Regolari Minori”. Il suo ultimo periodo di vita fu contrassegnato da alcuni tristi avvenimenti come la morte dei figli Pasquale e Cecilia.
Si spense nel 1726, all’età di 57 anni. Fu sepolta nella Chiesa dell’Immacolata Concezione, da lei fatta edificare. Gran parte della sua produzione è andata perduta, con soli pochi sonetti e alcuni stralci di commedie musicali a testimoniare la sua attività letteraria. Nel 1700, il teologo e poeta Carlo Sernicola dedicò a lei e suo marito Nicola D’Aragona l’opera Ossequi poetici. Giacinto Gimma la definì «una delle dame più letterate del secolo» e Niccolò Tommaseo dichiarò che i componimenti della poetessa furono «de’ più sentiti ch’abbia la raccolta».
“ “Sfoga pur contro me”
Sfoga pur contro me, Cielo adirato
quanto più fai tuo crudo aspro furore
ch’indarno tenti di fierezza armato
spegner favilla al mio cocente ardore.
Puoi ben tormi, ch’io possa in su l’Amato
volto nutrir quest’affannato cuore
ma sveller non puoi già del manco lato
il dolce stral con cui ferimmi Amore.
Siami pur forte rea ogn’or più infesta
viva pur l’alma in pianto ed in cordoglio
che il mio fermo desir ciò non s’arresta.
Io son di vera fede immobil scoglio
cui di continuo il vento, e ‘l mar tempesta
ma non si frange al lor feroce orgoglio.
canto di Progne e Filomena.
Come selvaggia fiera i lumi ardenti
fugge del sol che rasserena il mondo
e della notte entro l’oblio profondo
solitaria sen va tra l’ombre algenti
tal son io che lungi dalle genti
e dall’alma città fuggo, e m’ascondo
e tra le selve e i miei sospir diffondo
di poggio in poggio, all’aure, all’onde, ai venti.
Talor d’un rio su la fiorita sede
poso le membra lasse, e al cantar fioco
odo risponder Progne e Filomena.
Così prendendo il cieco mondo a giuoco
cotal sento virtù che mi rimena
a più felice via, ch’altri non crede.
Sonetto
Zeffiri molli, aure soavi e chete,
vaghi uccelletti, ombre gradite e sole,
gigli, ligustri e tremule viole,
deh, cessi il riso, e al comun duol piangete
ninfe, coi ch’n quest’onde albergo avete,
lasciate i dolci balli e le carole
e accompagnando il suon di chi si duole
sol di mesti cipressi il suol spargete.
L’aria, la terra, e ‘l mare in duol sia volto
e calzi ogni mio cigno altro coturno
sol rida il ciel per sì gradito acquisto.
Così disse piangendo il mio Volturno
quando a lei giunse il suon tra l’onde misto
ch’alta donna regal morte ci ha tolto
Sonetto ai fiori
.
Poveri fiori! Destra crudel vi coglie
v’espone al foco, e in un cristal vi chiude.
Chi può veder le violette ignude
disfarsi in onda, e incenerir le foglie!
Al giglio, all’amaranto il crin si toglie
per compiacer voglie superbe e crude,
e giunto appena april in gioventude
in lacrime odorose altrui si scioglie.
Al tormento gentil di fiamma lieve
lasciando va nel distillato argento
la rosa il foco, il gelsomin la neve.
Oh, di lusso crudel rio pensamento!
per far lascivo un crin vuoi far più breve
quella vita, che dura un sol momento.
