Un’antichissima leggenda, attraverso il varco dei secoli, racconta come Cerere celebrasse nelle nostre terre le sue nozze col Sole e come, con le spighe di grano, s’intrecciassero le sue corone: come la religione del grano sia stata fervidamente viva presso il popolo composto da coloni virgiliani e pastori teocritei, e come nel pane, nel latte e nelle pelli, si trovino sempre le sostanze e gli alimenti essenziali per l’esistenza. Si tramandarono i riti, trascorsero le tradizioni, le seminagioni si compiono con la stella propizia, le mietiture celebrate con l’auspicio del lare domestico. In ciò la pagana poetica dell’anima, la divinità del grano.
Ed il grano si spargeva sui passi degli sposi, si dava in elemosina per i defunti, si espandeva sulle soglie e gli usci delle case, così si propiziava il ritorno dei morti. Un piattello votivo di rame, si poneva sotto il cero più grande e di fiamma più larga accanto ai morti. «Dono di vita e di morte, auspicio agli sposi e viatico dei defunti, offerta regale a Dio, alla Vergine ed ai Santi, il grano è nella più profonda delle religioni, mistero della vita e della morte».
Ecco che il grano torna a significare, di steli gialli e di chiome fluenti, i sepolcri del Cristo, nella Chiesa del Giovedì Santo, ecco la fervida preghiera, il culto che avvince le folle nella settimana del pianto. Ecco racchiuso nel gusto religioso della popolare pastiera la santa Pasqua.
Erano i contadini d’occidente convinti che il miracolo della germinazione e della crescita del grano fosse opera di uno spirito, la “madre del grano”, prima ancora la “dea delle messi, Cerere”. La si immaginava assisa (seduta) nei campi, e che di giorno rapiva i bambini disobbedienti che andavano a calpestare il grano ancora non spigato. Durante la notte, invece, vestita con una tunica bianca, passava sopra le spighe e fertilizzava la terra. Alla mietitura, arretrava sempre di più d’innanzi alle falci dei contadini, trovando rifugio nell’ultimo covone, che veniva poi conservato per consentirle di sopravvivere nel lungo inverno. Talora il covone stesso veniva bruciato nel corso di allegre feste. S’intendeva così “uccidere” lo spirito del grano per consentirgli di risorgere ancora più rigoglioso. Antichissimi riti e credenze, secondo cui la morte consente il rinnovo della vita, che d’inverno sembra spegnersi definitivamente, e che rinasce invece, in primavera con nuovo vigore.
Tutto ruotava nell’ambito di uno steccato, tra gli stazzi e le masserie, tra vigne e fienili. Tutto ruotava tra i casali e le mandrie di mucche a chiazze, brunalpina ed olandese, tra truogoli e ceceni. Ruotava il calendario delle fiere e delle feste, di vendemmie e raccolti. Ruotava il mondo contadino nello spazio di un’aia con la falce fienaia, emblema perenne dei culti della luna e del dio Crono, propiziatore della fecondità e personificazione del tempo.
Falci e roncole simboleggiano la vita che scorre irreparabile. Tradizionali amuleti della morte, la falce messoria e quella fienaia, i segni dell’agraria evoluzione. Nel vasto fondo giallo del paesaggio estivo, assoluto e luminoso, lo spaventapasseri è solo, taciturno. Indossa la paglia ed il fazzoletto rosso dei mietitori di Cerignola. Un generale, decorato, che ha condotto le sue guerre civili e progressiste e che lascia vivere gli uccelli nella democrazia del campo. Una guerra granaria senza foibe o fucilazioni, in attesa che maturasse il frumento e si sciogliessero le stagioni. Ha sempre chiuso un occhio, rendendo un buon servizio ai padroni ed agli uccelli che, ogni estate, gli hanno recato stormi e cinguettii assordanti.
Emblema dell’arte che si è ispirata ed ha vigilato sul mondo contadino e sul paesaggio, sulle aie e sulle mietiture, sulla cornucopia e sulla vanga, sull’aratro e sui pagliai, quando Cerere alita il suo favonio sulle spighe e sui frutti, muove la ruota dello zodiaco, i palmenti del mulino, alimenta la fecondità della farina del cirnicchio e della madia per la crescita del pane.
Quando la spiga è matura, di notte i campi scintillavano di lucciole, lembi di cielo stellato, i poeti pensavano alle anime del grano, quando dorme nel cuore della notte.
Spesso si è pensato ad una storia del mezzogiorno interno che non fosse la solita raccolta di dati cronologici, di fatti incasellati nel calendario della politica e delle guerre, o di biografie distinte di uomini, di gruppi e di partiti, si è pensato ad una storia unitaria che non apparisse un enorme brogliaccio di nomi, di fatti, di etimologie, di consuetudini. Una storia che non fosse la rappresentazione anche pindarica di periodi movimentati o meno da forti spinte sociali, oppure flagellati dalle tormente di ordine naturale o provenienti dall’esterno.
Questa idea è tanto più stimolante in quanto nel Sud, specie in regioni come la Basilicata, per i suoi lunghi silenzi e per gli improvvisi chiassi delle sue popolazioni, o per la successione anche convulsa delle diverse civiltà ognuna delle quali ha pur lasciato indelebili vestigia nelle sue mura, e nei suoi ruderi, nell’arcaico ordine delle sue pietre, e nel rugoso volto dei suoi patriarchi contadini, offre ormai tanta di quella materia che un discorso di sintesi diventa per lo studioso l’impegno più difficile. Un impegno che si complica quando vi è necessità, come oggi si constata, di uscire dai tradizionali procedimenti di imballaggio del materiale – accessibile solo agli eruditi – per confezionare invece un prodotto popolare tale che, sia in grado di conservare la sostanza del discorso.
In questa complessità di argomenti propria di regioni che si sono ciclicamente ammantate di stratificazioni culturali e filosofiche, come risultante delle varie civiltà, che hanno marcato le varie identità, l’unico modo per fare un discorso di sintesi è di servirsi delle strutture, degli elementi o dei fatti che hanno sollecitato e preteso comuni risposte dalle diverse ere in termini di usi, di riti, di concezioni di vita, di paure, di magie, di attese.
Se c’è un elemento che risponde a questi canoni come fatto primordiale e primario, questo per noi è il grano, che più di ogni altra cosa è l’opera compiuta, il primo miracolo dell’uomo. La Basilicata, che qui è presa come regione simbolo di un profondo sud agrario, la Basilicata quindi, regione terrestre, ed il grano sono due termini inscindibili in un unico processo di simbiosi che lega da sempre un popolo ai campi e che lo porta a modellare i propri comportamenti, le proprie aspirazioni intorno alla filosofia del grano ed a trovarvi in essa i motivi centrali delle sue lotte.
Così le storie del pane si sono indissolubilmente legate alla storia dei contadini, ed il nodo sacro grano-pane-contadini, nella polverosa sequenza dei secoli, ha proceduto in direzione di tappe precise.
Demetra, la madre della terra
Una storia di falci lucenti ed opache, di fronti madide, di occhi infossati, di mani giganti, di voci rauche, di paure ancestrali, di nenie elevate al sole, attraverso le immense stagioni delle messi, di tomo li, mezzetti e stoppelli, di aie, di sacchi: una storia che entra nei fragorosi molini, nelle cifre dei fattori, nelle scariche dei fucili, nelle mense vescovili e si spezza, si frantuma sulle piazze, sulle tavole imbandite, nel grigiore dei conventi, degli ospizi, nelle tane del brigante, nella tasca del soldato, una storia che si converte negli scrigni del padrone, negli scudi dell’usura, nell’amore delle case, nella pace delle madie. Quella del pane, bene finale, ma anche origine delle cose, mezzo e veicolo del racconto degli uomini.
Tutte le comunità ne hanno apprezzato l’importanza, come ricchezza, lo hanno posto a base degli ordinamenti economici e morali, politici, religiosi, lo hanno affidato alla tutela di particolari e potenti divinità, ne hanno curato la confezione come un rito di famiglia o di tribù, simbolo ed espressione della casa. Il pane divenne oggetto di leggi, argomento dialettico, strumento di demagogia, fattore politico.
Miti, riti e magie sono i denominatori comuni di un discorso che tende a segnare i passaggi di una medesima civiltà, quella contadina, attraverso le strutture (arcaiche, precapitalistiche e capitalistiche), la cultura (tradizioni, mistica e metafisica) e la funzione sociopolitica del pane (la tassa sul macinato, lo sfruttamento dei contadini, la conquista delle terre, le lotte ect.).
Su queste componenti si tesse una trama poliedrica animata da immagini che pur se tramandate da canali diversi (le favole, le sacre religiose, i simboli, gli usi, i rapporti, le liti, i fatti fiscali, il fol1dore, le leggi, le riforme e le rivolte) sono legittimamente riconducibili ad un unico mosaico che riflette tra le tinte contrastanti dell’elegia e dell’illusione idillica, del dramma e della commedia, dei torpori e dei fermenti, il volto corrugato e antico di un Mezzogiorno che i secoli hanno scavato senza modificarne i tratti essenziali.