INNICO GUEVARA: ASTUZIA E CULTURA PER ALFONSO V D’ARAGONA

VITO TELESCA

L’avventura feudale della famiglia dei Guevara ebbe inizio con l’arrivo degli Aragonesi nel Regno di Napoli. Il capostipite fu Iñigo, o Innico, Guevara nato a Castiglia nel 1418. Questi giunse in Italia poco più che quattordicenne insieme ai suoi fratelli al seguito di Alfonso V d’Aragona, nella seconda spedizione spagnola nel Regno di Napoli, guadagnandosi ben presto la stima del monarca. Innico riuscì a mettersi in mostra per coraggio e valore, tanto da ottenere dal re tutti i possedimenti conquistati in Calabria e strappati agli Sforza.

Divenuto comandante di un reparto dell’esercito regio, durante una spedizione, fu fatto prigioniero dai Genovesi insieme al re e rinchiuso a Milano presso il duca Filippo Maria Visconti.

La comitiva aragonese venne liberata da lì  a poco e subito si mise all’opera per conquistare nuovamente il Regno di Napoli. Anche in questa fase il Guevara riuscì ad accrescere il suo valore e il suo buon nome al cospetto del re tanto da ottenere, oltre a quanto già in suo diritto, altri prestigiosi titoli quale maggiordomo reale e consigliere di corte. In pratica divenne il braccio destro del monarca!

Dopo aver conquistato definitivamente il regno di Napoli, per contrastare il nemico a nord, il re si rivolse al Guevara, nel luglio del 1442, per trattare politicamente un accordo con gli Sforza. Contrariamente alle previsioni regie l’accordo venne raggiunto prima del previsto. Guevara nell’occasione si dimostrò un talento non solo come capitano d’armi, ma anche come diplomatico, anche se la trattativa rimase indigesta agli spagnoli. L’accordo raggiunto infatti conteneva  una promessa di matrimonio tra il figlio dello Sforza e la figlia di Alfonso, scenario non gradito al re, tanto da accusare Guevara di aver approfittato della sua fiducia e della sua posizione.

Il re rifiutò l’accordo e il matrimonio saltò anche se, poco dopo, la posizione di Innico venne rivista in senso positivo dal re, poiché gli riconobbe una dose di buonafede nella trattativa. In effetti il Guevara rimase nel pieno delle sue funzioni anche dopo il fallimento dell’accordo. Anzi, da lì  a breve, Guevara divenne anche conte di Ariano e ottenne da Alfonso V, nel novembre del 1442, anche la città di Potenza e il marchesato del Vasto.

Valoroso cavaliere al servizio del re, capitano scaltro e uomo colto dai molteplici interessi culturali, specie letterari, entrò a far parte del circolo accademico formatosi in seno alla corte che curava anche la biblioteca regia.

La sua spiccata facoltà verbale e grande figura diplomatica divennero un biglietto  da visita importante. Infatti il Guevara fu tra i nobili inviati a rappresentare Alfonso d’Aragona all’incoronazione di papa Niccolò V.

Nonostante il fallimento dell’ennesima campagna militare in Toscana Innico ottenne la carica più alta che potesse raggiungere, ovvero la nomina a gran Siniscalco, uno dei sette grandi uffici del Regno, ovvero potere su tutto il personale di corte. Poteva presenziare alle  cerimonie del Parlamento, guidava l’amministrazione dei castelli e si occupava del reclutamento dell’esercito regio. Guevara aveva in mano le chiavi della corte aragonese.

Ma i rapporti tra il Gran Siniscalco e Alfonso V si raffreddarono a seguito di un’insubordinazione operata dal primo durante una missione, guidata per la prima volta dal figlio del re, l’erede al trono Ferdinando. Il gesto del Guevara, sicuramente dettato da una diversità di vedute nelle strategie militari, segnò il lento offuscamento delle sue funzioni di corte, situazione che creò un certo fermento tra i nobili napoletani che non avevano mai digerito la figura di Innico e i lauti favori elargiti dal re a tutta la famiglia Guevara. L’invidia e la rabbia giocarono brutti scherzi, tanto da sfociare in una tremenda lite tra il Guevara e ad un altro nobile, ovvero Antonio Caldora nel 1455, che si accusarono reciprocamente di infedeltà alla corona. La lite culminò in un duello che venne provvidenzialmente scongiurato soltanto dall’intervento diretto del re.

La situazione dopo questo episodio parve girarsi nuovamente a favore del Guevara, ritornato nelle grazie del re, anche se la tregua durò poco. Le pessime condizioni di salute del monarca destarono preoccupazione per l’incolumità della colonia spagnola a Napoli. Il Guevara fu chiamato dal re al suo capezzale a Castel dell’Ovo il 26 giugno 1458. Alfonso chiese un giuramento di fedeltà ai suoi fedelissimi chiamati a difendere l’erede al trono Ferdinando e la corona dai tanti nemici.

Anche Ferdinando confermò i possedimenti e i titoli acquisiti dal Guevara, anche se gli tolse, per placare gli animi degli altri nobili napoletani, i possedimenti in Terra di Bari e Barletta. Rinunce che si rivelarono inutili perché i sotterfugi, i mugugni e le congiure ai danni del Guevara, e nei confronti di un’altra famiglia spagnola, i d’Avalos, giunti in Italia con i Guevara e soprattutto di re Ferdinando proseguirono senza sosta alcuna, tanto da mettere a repentaglio i possedimenti regi, specie in Puglia, minacciati dal Principe di Taranto, uno dei principali congiuranti. Nel maggio del 1460 il Guevara difese strenuamente Ariano e non abboccò ai tentativi di corruzione mossi dal D’Angiò e dal Principe di Taranto. Il 1° settembre 1462 il re ordinò al Guevara di organizzare il suo esercito (che da solo contava circa un terzo delle truppe regie del Regno di Napoli) per cacciare definitivamente il barone Caldora. Questa battaglia fu fatale al Guevara, perché perse la vita probabilmente nei primi giorni di ottobre dello stesso anno lasciando la sua eredità importante ai figli. Il Guevara sposò in seconde nozze Covella Sanseverino dalla quale ebbe due figli. Il maggiore, Pietro, il gran Siniscalco, ottenne il marchesato del Vasto; il secondo divenne invece conte di Potenza dando il via alla discendenza dei signori Guevara nel sud Italia.