
Vedo la notizia su facebook, per un momento non riconosco il luogo, ci metto qualche minuto per mettere a fuoco la piazzetta, eppure praticamente ci sono nato, sono fuori Potenza per lavoro, rientro e non riesco neanche ad andare a cambiarmi, monto in macchina di furia, con ancora addosso il giaccone del lavoro, e mi precipito sul posto. Sul luogo poche tracce, il corpo è stato già portato via, hanno ucciso un padre. Resto senza fiato, mi sale un groppo in gola, poi comincia a montarmi una rabbia sorda, mi infurio, chiamo un’amica che è in Consiglio Comunale, le chiedo notizie, mi arrabbio, le chiedo di informarsi, prometto fuoco e fiamme. Vado al Caffè del Professore, quello che per noi del rione che abbiamo qualche anno rimarrà sempre il Bar De Santo, prendo il caffè. Chiedo al barista che è tranquillo, mi dice che per quello che sa lui avevano verificato che l’albero era troppo inclinato, forse a causa di errate potature degli anni scorsi e che, se fosse caduto, avrebbe potuto fare danni. Le sue parole hanno effetto, più dei tentativi della mia amica di farmi ragionare, più delle sue parole ragionevoli ma vane nelle mie orecchie chiuse dalla rabbia, più della stima e dell’amicizia che ho per la persona a cui ho telefonato. Esco dal Bar come se fossi in lutto, mi avvicino al tronco tagliato del grande albero che torreggiava nella piazzetta di Via Verdi davanti alla Farmacia Savino, mi fermo a guardare il tronco, conto gli anelli e mi domando quale di quegli anelli è quello in cui sono nato? E quale quello del mio primo giorno di scuola. Avevo un grembiulino blu e non portavo ancora gli occhiali, ginocchia magre e il viso un po’ corrucciato, ricordo che mia madre mi portò alla salumeria che c’è ancora nella piazzetta e comprammo una merendina. Una di quelle semplici di una volta, con un po’ di marmellata di pesca in mezzo. E poi ancora mi domando quale anello è quello della mia prima ragazza? Quale quello del primo bacio? Ecco, maledizione, è questo che mi fa male, l’amputazione di uno, dieci, cento, mille ricordi legati a quell’albero, a quella piazza così com’era e come non sarà più. Come faccio a spiegarlo a voi che non c’eravate: le notti d’estate con la chitarra e pochi amici, la cotta per la brunetta che non mi ha mai guardato, le sigarette, rubate dal pacchetto di mio padre e fumate di nascosto proprio lì, di notte, sotto quell’albero. La mia amica che mi vuol bene mi ha detto -sembra che ti sia morta una persona- ed io di rimando ho risposto -di più, molto di più-. Amavo quell’albero e quella piazza e stupidamente ho dato per scontato che come era, doveva essere ancora e ora, ora che guardo quel vuoto enorme che si riflette dentro di me, ora che è rimasto solo un ceppo che presto andrà via anche Lui, ecco, ora rimpiango di non essermici fermato spesso di recente, di averlo considerato un elemento scontato della mia vita e invece, ora, non lo è più. Adesso, a mente un po’ più fredda, con più raziocinio penso che non posso partire in quarta a condannare chi ha preso la decisione, forse era inevitabile, ma forse anche no. Per cui ora che resta? Un ceppo tagliato, resti di segatura e la determinazione di voler capire perché. Può essere che la decisione sia stata ponderata, valutata e, dolorosamente, presa, può essere. Non voglio esprimere dubbi su questo senza aver prima verificato, ma potrebbe anche essere che, magari, un consiglio comunale distratto abbia approvato un’operazione non necessaria, che un funzionario distratto, abbia redatto un rapportino tecnico veloce, suggerendo di fare un’operazione dolorosa e non necessaria. Un albero come quello di Via Verdi non si può tagliare a cuor leggero, voglio augurarmi con tutto il cuore che chi ha preso la decisione lo abbia fatto in scienza e coscienza per tutelare la pubblica e privata incolumità, voglio disperatamente credere questo anche se voglio con tutto me stesso capire se è andata così o meno. Un albero non è solo vita, aria, chioma, rifugio, quando è stato il perno intorno a cui è ruotata la vita di una comunità è un parente, un fratello, un padre e non posso guardare quel moncherino di legno e non sentirmi salire le lacrime agli occhi. Mi adopererò per ottenere tutte le carte relative al progetto di abbattimento, le delibere, i pareri, i presenti e gli assenti alle votazioni e il loro voto in commissione -se tale questione è passata per una commissione comunale- e vi prometto che se la decisione è stata presa con ragione, sebbene con il dolore nel cuore, andrò a stringergli le mani, ad uno ad uno, perché un bravo amministratore sa prendere anche decisioni scomode e merita rispetto perché è facile seguire le ragioni del cuore o della convenienza politica, molto più difficile prendere decisioni giuste ma impopolari. Vi prometto altresì che se invece la decisione presa è stata figlia di approssimazione e superficialità troverò il modo di scolpire nell’infamia ogni singolo nome perché di loro resti il ricordo come di inetti ed infami. Lo so, le mie parole sono dure, perdonate il mio sfogo, forse per voi era solo un’albero visto distrattamente di passaggio, per me era un monumento, un ricordo, il ricordo bello e verde della mia infanzia e della mia giovinezza.
Stamattina, ladri di ricordi, a tradimento, se lo sono portato via.
P.s. Questa non è una nota di polemica politica ma quasi un discorso funebre, a tutti voi che mi leggete vi prego, abbiate rispetto. Vorrei che non si utilizzasse la mia nota per inondarla del solito becerume politicoide che caratterizza da troppo tempo le discussioni su questa città. Nel caso, avviso: ho il vaffanculo in canna.