
ANGELA MARIA GUMA
Il paesaggio e la natura erano spesso concepite dagli antichi come categorie di un ordine non influenzato esclusivamente dal volere umano ma un ambito i cui mutamenti erano da giustificare in base ad una volontà magica.[1]
L’esame di fenomeni naturali quali pestilenza e terremoti e la stessa presenza di luoghi acquitrinosi viene inserita dagli antichi in un ordine divino non regolato dal caso. In questo contesto ben si comprende come Empedocle, primo bonificatore della storia avesse provveduto al risanamento di Selinunte e come a Pitagora si attribuisse il potere di intervenire sui terremoti. Diverso è il caso dei Camarinesi che, stanchi della pestilenza volevano sapere se bonificare la palude circostante. Ad essi il dio avrebbe decretato di “non muover Camarina.” Essi ignari del decreto divino attuarono ugualmente il progetto ed ebbero come punizione un’invasione della città. Per gli antichi la palude indica non solo il termine del mondo, elemento da debellare ad ogni costo ma assume, in alcuni casi, una funzione di elemento fondamentale e quasi utile. Da tale considerazione si comprende come gli antichi non concepirono un progetto di eliminazione totale degli acquitrini e che accanto ai motivi tecnici e politici la superstitio rappresentava l’altro grande ostacolo alla totale trasformazione di un territorio.[2] Non un caso che scrupoli di natura religiosa fossero spesso all’origine di atteggiamenti di rispetto nei confronti di acque stagnanti.
Molte erano le divinità che dagli antichi erano poste in relazioni con paludi o acque stagnanti. Nel pantheon greco un posto di privilegio è rivestito da Artemide anche se doveva rivestire un ruolo marginale quello dei vari aphrodisia situati presso rive paludose. Diversi sono i culti italici di epoca arcaica. Tra essi si distingue quello di Feronia o Marica il cui santuario era situato presso una palude controllata da un apposito limnourgos (Plu., Mar, 38).
Moneta che riproduce il profilo della dea Feronia
Molti di questi culti, fiorenti in periodo arcaico, persero completamente le tracce in età repubblicana o imperiale. Una delle poche testimonianze relative alla funzione numinosa di laghi o paludi è fornita da Posidonio (Frg. 273 E-K).
L’autore nel rievocare la storia dei laghi sacri di Tolosa utilizzati come deposito del tesoro dei galli tectosagi finisce con il dimostrare come i Romani mostrassero scarso interesse per le tradizioni e le credenze dei popoli conquistati. Analogamente essi non sempre mostravano adeguato rispetto nei confronti dei loro stessi culti arcaici come dimostra le frequente sovrapposizione di ville imperiali su santuari palustri.

Nel mondo romano al posto di un rispetto integrale di culti di epoca arcaica persiste quale credenza destinata a durare nel tempo il carattere sacro della palude. Quest’ultima sottintendeva molti aspetti caratteristici come la virtù di preservare o nascondere (Liv. 33. 29.6) o quella di far sparire nelle paludi i peccatori contro natura (Tac., Germ. 12.1).
Molto sentita rimane anche in epoca romana la funzione dell’acqua come elemento purificatore. Non a caso che l’utilizzazione dell’acqua quale mezzo o espediente di purificazione si trova in procurationes per esorcizzare la nascita di un androgino. Il paesaggio palustre in questo contesto acquista la condizione di frontiera fra il mondo terrestre e quello delle acque.
Nel mondo greco foreste, monti e paludi segnava i limiti dello spazio religioso. Diversa è la concezione nel mondo romano relativamente al quale un valida attestazione ci è fornita da Isidoro (Orig. 15.14.15) che fa derivare l’etimologia di palus dall’ambigua divinità Pales, preposta ai boschi e ai pastori. Anche Artemidoro ci conferma che il rapporto fra boschi e paludi si manifesta nello spazio religioso. Un’ulteriore attestazione di tale antica concezione potrebbe essere offerta dall’uso diffuso di utilizzare sacra paganorum (sepolcri o santuari) quali punti di riferimento nel misurare le sponde di uno stagno. L’elemento palustre non si presenta come particolare spazio culturale ma si iscrive in un contesto di culti pastorali o di forte legame con l’acqua e la sua valenza purificatrice. Tale concetto è particolarmente avvertito in epoca augustea quando le paludi diventano aree monumentali pur non perdendo nulla del loro carattere sacrale. Un esempio è a tal proposito offerto dalla palude presso il Tevere nel Campo Marzio occidentale dove in età imperiale si assiste ad un opera di ristrutturazione monumentale. La citata trasformazione dello spazio si inserisce nel contesto di una specifica politica augustea tesa a modificare gli elementi sacri pur nel rispetto della tradizione. La politica di rinnovamento attuata da Augusto è commentata da Ovidio:(Ov., Fast. 6.401-416).In tale brano è dunque evidente l’avvenuta affermazione già nel mondo romano di un certa ideologia cittadina della bonifica. La più eclatante testimonianza al proposito è fornita dalla ristrutturazione attuata da Augusto e Agrippa del comprensorio del lago Averno. Strabone (5. 4.5) nel descrive l’intera opera di ristrutturazione della zona la definisce “opera di civiltà”. L’immagine sacra delle paludi propria del mito arcaico viene infatti sostituita nella mentalità del tempo dall’immagine di una palude marginale, ingiusta, empia.
Questo modo di intendere l’ambiente naturale è’ dunque testimonianza di un cambiamento ideologico che si sovrappone senza mai completamente sostituirsi alla mentalità antica.[3]
Principale bibliografia di riferimento
ANDREONI, La grande Dea ovvero i volti della natura, in “Aufidus”, 34, 1997, pp. 7-22
TRAINA 1986, Paesaggio e decadenza. La palude nella trasformazione del mondo antico in “Società romana e impero tardo antico, III. Le merci e gli insediamenti, a cura di A. Giardina, Roma-Bari, pp. 120 ss.
[1] ANDREONI 1997, pp. 7-22.
[2] TRAINA 1988, pp. 120 ss.
[3] TRAINA 1986, pp. 711-730.