L’AMICA DI NONNA SPERANZA” DI GUIDO GOZZANO, OVVERO ” LA RITORNANTE NOSTALGIA DEL PASSATO”

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MARIO SANTORO


Non si può essere passatisti ad oltranza e dunque non si può vivere solo di passato anche per non rischiare la fissità, il rimpianto continuo per le cose andate e l’amore per le ‘rose non colte’ a tempo opportuno; bisogna sempre guardare al futuro ed avere mete da raggiungere, al di qua e al di là degli orizzonti che, di volta in volta, si disegnano dinanzi a noi. E’ un dato certo, così come è altrettanto sicuro -e non sembri una contraddizione- che non si vive senza passato che resta la base di riferimento per tutte le azioni future e che aiuta a ricercare le vie da percorrere magari senza commettere errori o sbagliando il meno possibile. E ciò vale per tutti anche per quelli che dichiarano di essere ormai ad un passo dal baratro. Di conseguenza un tuffo nel passato sovente aiuta, conforta, sostiene, incoraggia, infonde nuova forza e vigore, dà il senso della consapevolezza presente. Non è quindi per caso che poeti, scrittori, pensatori spesso si rifugiano nei ‘bei tempi che furono’ come testimonia Guido Gozzano, maestro indiscutibile del Crepuscolarsimo e del superamento, sul piano linguistico e contenutistico, della poesia Ottocentesca altisonante, classica, in taluni casi roboante, e vista come deludente per il fallimento degli osannati nazionalismi e dei propugnati imperialismi e in qualche modo tradita dal reale fallimento del Positivismo e finanche del Risorgimento. Di qui la scelta di un linguaggio nuovo, con la sua modalità di scrittura lontana dalla rigida classicità, in contrapposizione con i poeti ‘vati’ e capace di essere innovativa, per dirla con Sanguineti, e di coniugare termini ed espressioni classiche con rimandi comuni tratti dal consueto abitudinario parlare. Contaminazione?!
Nasce una poesia volutamente votata alle cose ‘insignificanti’ con il richiamo diretto ai piccoli elementi domestici, ai vasi vuoti, alle ‘scatole senza confetti’, ai ‘lampadari vetusti’, ai ‘caminetti un po’ tetri’, ai ‘frutti di marmo’, alle ‘campane di vetro’, agli orciuoli, agli indispensabili guanti, alle crinoline atte a mettere in evidenza la ‘vita di vespa’ delle fanciulle, ai garofani appassiti, alle ‘statue camuse e senza braccia’, ai giardini abbandonati, alle aiuole disfatte e disadorne, e poi ancora ai luoghi di sofferenza come gli ospedali desolati e tetri, alle suore pallide e morenti, ai ‘tramonti languenti’, alle ‘albe scialbe’, agli angoli bui da preferire agli spazi luminosi, alle ‘stoviglie a vividi colori’, agli odori ‘tanto tanto per me consolatori di basilico, d’aglio, di cedrina’, alle amabili conversazioni sul nulla o quasi, ai tanti bicchierini di moscato, alle ‘buone cose di pessimo gusto’, alle donne comuni da esaltare come la splendida ‘Signorina Felicita’, o la ancora bella ‘Cocotte’, a un passato lontano e carico di nostalgia tonificante, ai tanti elementi propri anche
del mondo d’annunziano, cantato però dal pescarese con tinte vigorose nei rimandi a ‘logge’ non cadenti, a ‘vestigia di palagi’, a balestrucci, alle classiche ‘aeree cicale’, alle ‘tamerici salmastre ed arse’. Insomma siamo al trionfo di un mondo al crepuscolo. Si tratta di grande poesia delle cose piccole o addirittura minuscole, con resine, trucioli ma anche con trine, con tazze carine, vezzi scontati sul velo dell’ironia, leggiadrie pensose, leziosità e apparenze che permarranno in qualche modo anche dopo e magari apriranno la strada ai cosiddetti poeti del disimpegno come Sbarbaro, Ungaretti, Montale, con i ciottoli, i ‘cocci aguzzi di bottiglia’, le ‘scaglie di mare’, i muri sgretolati ricoperti di edera e tanto altro ancora, puntando sempre alla concretezza e alla essenzialità e raccontando la miseria, la sofferenza, il cosiddetto
‘male di vivere’ con versi talora ridotti al minimo. Il vero maestro resta Gozzano, abilissimo nel cogliere i particolari, nostalgico del passato fino ad arrivare a dichiarare, sempre con velata, ma neppure poi tanto, ironia,”Adoro le date”, particolarmente bravo nella descrizione dell’abbigliamento femminile ed espertissimo di insetti e soprattutto di farfalle. Amava tuffarsi nelle situazioni desuete e un po’ tetre, ma sapeva cogliere gli elementi di novità che la tecnologia presentava e soprattutto non si lasciava mai prendere dalla tentazione di autocompiangersi anche quando dialogava con il suo cuore: “…monello giocondo che ridi pur anco nel pianto” che, ignaro quasi della malattia grave del poeta, amava cercare occasioni per divertirsi ed essere allegro (Alle soglie). Qui ci limitiamo alla poesia “L’amica di nonna Speranza”che testimonia un veroe proprio tuffo n l passato, nel racconto di un episodio lontano di due fanciulle. Presenta un esergo: 28 giugno 1850 / …alla sua Speranza /la sua Carlotta (dall’album: dedica con
fotografia) e si può dividere in cinque parti: -la descrizione dell’ambiente con riferimento ai tanti oggetti che fanno parte della casa dove è ospite la giovane Carlotta Capenna, compagna di scuola ed amica privilegiata di nonna Speranza; -l’irruzione nella sala di ricevimento dei bambini, fratelli della nonna allora diciassettenne, che disturbano quasi le due ragazze intente a suonare al piano un “fascio di musiche antiche”; -l’arrivo degli zii molto importanti (zii di molto riguardo): uno ligio all’imperatore d’Austria, l’altra
amante del re di Sardegna. C’è il rituale della presentazione di Carlotta Capenna con la rievocazione, del vecchio zio, di un tale Arturo Capenna presso la corte di Vienna e infine qualche pettegolezzo che tende a farsi osé e spinge la mamma di nonna Speranza a mandare le ragazze fuori; -la perdita del volano, impigliato tra i rami dell’ippocastano, e la conseguente conversazione tenera e sognante delle due fanciulle, poggiate alla ringhiera; -la chiusa del poeta con il richiamo alla dolce figura di Carlotta e al suo nome “non fine”, la lettura della data dietro la sua fotografia, il rimpianto per non averla conosciuta nella giovinezza e
l’affermazione conclusiva: ora che ella è vecchia forse potrebbe amarla di amore vero. Il poeta legge la data: 28 giugno 1850. Già questo lo porta indietro nel tempo al periodo dei primi moti risorgimentali e alla figura di Carlo Alberto, re di Sardegna e si lascia prendere la mano, ricreando un ambiente d’epoca, con pazienza e dovizia di particolari: Loreto impagliato ed il busto d’Alfieri, di Napoleone i libri in cornice (le buone cose di pessimo gusto), il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro, un qualche raro balocco. Gli scrigni fatti di valve, gli oggetti col monito ‘salve’, ricordo’ le noci di cocco, Si tratta di distici a doppio novenario con la straordinaria descrizione della sala che ospiterà l’amica della nonna. Anzitutto balza agli occhi dell’autore il classico pappagallo, ovviamente imbalsamato, dal nome ricorrente “Loreto”; esso fa bella mostra di sè e dà il via alle cosiddette cose morte a partire dagli immancabili busti di persone importanti che dà lustro alla casa. In questo caso si tratta dell’astigiano Vittorio Alfieri la cui opera letteraria è conosciuta bene dall’autore, e dell’imperatore Napoleone. Non mancano i classici fiori in cornice. Insomma si ripete tutto l’armamentario delle “buone cose di pessimo gusto” come dirà più volte il poeta che non manca di far riferimento al caminetto che ha perduto la lucentezza e la brillantezza dell’origine per effetto di qualche inevitabile filo di fumo che ha reso oscura la pietra. Immancabilmente sul muricciolo il poeta ritrova una scatola senza più confetti e poi l’altrettanto inevitabile e suggestiva campana di vetro, a protezione di frutti realizzati con il marmo. Qua e là nell’ambiente qualche balocco che ormai non serve più, e anche qualche souvenir a ricordare città visitate con ancora leggibili, le scritte: “Ricordo di…”, “Salve…” Abbiamo così nell’immediatezza un’idea piuttosto chiara che si tratta di una casa di un nobile o di un benestante.
L’autore continua, imperterrito nella descrizione. Alle pareti ci sono quadri, acquarelli dai colori smorti, tele importanti di Massimo d’Azeglio e il ritratto a mosaico di Venezia e abbondano le miniature, gli album ed un dagherrotipo, cioè una grossolana e primitiva forma di macchina per lo sviluppo delle fotografie.

Venezia ritratta a musaici, gli acquarelli un po’ scialbi,
le stampe, i cofani, gli albi dipinti d’anemoni arcaici,
le tele di Massimo d’Azeglio, le miniature,
i dagherrotipi: figure sognanti in perplessità.

E come se tutto questo non bastasse a creare l’atmosfera irreale, sognante e magica, l’autore esamina il grande lampadario antico che pende con la sua maestosità al centro del salone e fa risplendere la luce che brilla anche per effetto del prezioso quarzo. Ora le “buone cose di pessimo gusto” sono quasi complete anche perché non manca il grosso orologio a cucù che, da buon custode del tempo, suona a tutte le ore e sembra quasi ammonire e ricordare la fuggevolezza e la precarietà dell’esistenza. Ora il poeta è del tutto calato nel passato e preferisce al cucù la parola cùcu che ha un suono attutito con lo spostamento dell’accento sulla prima sillaba e osserva le sedie ricoperte di damasco rosso cremisi, ossia rosso brillante, e magari nota i piedi ricoperti e protetti, quasi si tratti di gambe delle donne da non mostrare, secondo certa tendenza del tempo. Siamo come afferma con chiarezza al 1850, ed è quasi per l’autore una sorta di rinascita: Il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto, il cùcu dell’ore che canta, le sedie parate a damasco chèrmisi…rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta. Naturalmente la descrizione dell’ambiente è funzionale all’argomento e cioè al rapporto di amicizia di nonna Speranza e di Carlotta.

La seconda parte già introduce il tema con la descrizione dell’irruzione nel salone dei fratelli più piccoli di nonna Speranza che infrangono il divieto, sono rumorosi ed allegri e soprattutto ansiosi di salutare la sorella e la sua amica: I fratellini alla sala quest’oggi non possono accedere che cauti (hanno tolte le federe ai mobili. E’ giorno di gala). Ma quelli v’irrompono in frotta. E’ giunta, è giunta in vacanza la grande sorella Speranza con la compagna Carlotta! Che si tratti di un evento straordinario, di un giorno di gala, è evidente e reso al meglio dal fatto che i mobili, generalmente ricoperti,a protezione della polvere, vengono liberati dalle federe. Ma chi sono veramente le due fanciulle? Il poeta passa alla descrizione delle diciassettenni con una considerazione evidente: sono ora grandicelle dal momento che hanno ottenuto il permesso di aggiungere alla gonna un cerchio sicché essa ora appare molto ampia e, di conseguenza, mette meglio in evidenza la vita stretta che viene indicata come vita di vespa cioè come indice di bellezza. Infatti la crinolina o crinoline, ossia la sottana ottocentesca, modellata per mezzo di un ulteriore cerchio di legno e indossata sotto la veste, crea un effetto straordinario. La descrizione non si ferma qui ma va ben oltre: le due fanciulle portano entrambe uno scialle con disegni di arance, di fiori, di uccelli, quasi a formare delle ghirlande e hanno capelli lunghi divise in “due bande” che coprono parte delle guance.

Ha diciassette anni la nonna! Carlotta quasi lo stesso:
da poco hanno avuto il permesso d’aggiungere un cerchio alla gonna,
il cerchio ampissimo increspa la gonna a rose turchine.
Più snella da la crinoline emerge la vita di vespa.
Entrambe hanno uno scialle ad arance a fiori a uccelli a ghirlande;
divisi i capelli in due bande scendenti a mezzo le guance.

E non solo solamente belle ma sono anche brave e studiose se è vero che hanno ottenuto i migliori risultati scolastici, soffrendo naturalmente la paura degli esami. Per fortuna ora hanno terminato gli studi e quindi hanno abbandonato il collegio, dopo un faticoso viaggio in diligenza da Mantova a Belgirate sul lago Maggiore:

Son giunte da Mantova senza stanchezza al lago Maggiore
sebbene quattordici ore viaggiassero in diligenza;
O Belgirate tranquilla! La sala dà sul giardino
fra i tronchi diritto scintilla lo specchio del lago turchino.
Han fatto l’esame più egregio di tutta la classe. Che af anno
passato terribile! Hanno lasciato per sempre il collegio
Danno prova della loro bravura provando al piano delle musiche antiche.

Si tratta di piccoli motivi dei Seicento di Arcangelo Corelli (1653- 1713), detto di Leuto con
riferimento al liuto di cui era compositore, di Alessandro Scarlatti (1660- 1725) e di taluni
languidi versi di Giordano Giuseppe detto il Giordanello.
Motivi che Gozzano non esita a definire non più attuali e quindi facenti parte del mondo delle
cose “di pessimo gusto”:

Silenzio, bambini! Le amiche -bambini fate piano piano!-
le amiche provano al piano un fascio di musiche antiche.
Motivi un po’ artefatti nel secentismo fronzuto
di Arcangeli del Leùto e d’Alessandro Scarlatti.
Innamorati dispersi, gementi il ‘core’ e ‘l’augello’,
languori del Giordanello in dolci bruttissimi versi.

Carlotta canta con la sua bella voce, Speranza l’accompagna al piano e intanto la musica emoziona e le porta le fanciulle a pensare al principe azzurro, allo “sposo dei sogni sognati” e al rimando superbo alle margherite sfogliate, quasi per sortilegio, e a qualche lettura dolce del poeta Prati:

Carlotta canta. Speranza suona. Dolce e fiorita
si schiude alla breve romanza di mille promesse la vita.
O musica! Lieve sussurro! E già nell’animo ascoso
d’ognuna sorride lo sposo promesso: il Principe Azzurro,
lo sposo dei sogni sognati…O margherite in collegio
sfogliate per sortilegio sui teneri versi del Prati!
E chi non ha sfogliato almeno una volta una margherita!

Si chiude così la seconda parte mentre arrivano gli zii importanti per salutare la nipote. Ovviamente si tratta di nobili: l’uno ligio totalmente all’imperatore d’Austria; l’altra disposta a caldeggiare il re di Sardegna.
Immediatamente viene impartito l’ordine tassativo ai piccoli di andare a baciare la mano dei nuovi venuti, secondo la tradizione e quelli, che pure sono recalcitranti, sono costretti ad obbedire; segue la presentazione, molto formale, dell’amica Carlotta. Viene opportunamente sottolineato che si tratta della più brava della classe e che è molto cara a Speranza. E, naturalmente, si va alla ricerca di un filo di nobiltà, necessario, se non indispensabile. E così che lo zio di molto riguardo ripensa al cognome della fanciulla e, scavando nella memoria, lo trova, vero o falso che sia non importa, e dichiara di aver conosciuto un tale Arturo Capenna alla corte di Vienna. Lo conferma, quasi a convincersene egli stesso, con un frasario tipico delle conversazioni d’epoca e di certi ambienti:

Giungeva lo zio, signore virtuoso, di molto riguardo,
ligio al passato, al Lombardo-Veneto, all”Imperatore;
giungeva la zia, ben degna consorte, molto dabbene,
ligia al passato, sebbene amante del Re di Sardegna…
“Baciate la mano alli zii!”- dicevano il Babbo e la Mamma,
e alzavano il volto di fiamma ai piccolini restii.
“E questa è l’amica in vacanza: madamigella Carlotta
Capenna: l’alunna più dotta, l’amica più cara a Speranza”.
…Conobbi un Arturo Capenna…Capenna…Capenna…
Sicuro! Alla Corte di Vienna! Sicuro…sicuro….sicuro…”

Assolte così le formalità di rito, la conversazione può avere inizio placida e tranquilla con poche frasi formali, sorseggiando un po’ di moscato o di marsala. Si tratta di temi ricorrenti in ambienti “bene” e i “conversari” ricordano il soprano Teresa Brambilla, che appunto nel 1950, abbandonava il teatro, poi fanno riferimento alle opere di Verdi come l'”Ernani” e il “Rigoletto” e, inevitabilmente si approda al frivolo: si parla di pettinature, di orecchini, di cammei, delle novità che arrivano da Parigi ma anche di Radetszki, della prima guerra di indipendenza, dell’armistizio e, inevitabilmente, del giovane re di Sardegna e del suo
spirito ribelle. Si scende in qualche pettegolezzo: la non bellezza del giovane e il suo amore disinvolto per le donne. L’argomento tende a farsi osè se non anche un poco pruriginoso e allora le amiche vengono
sollecitare ad andare in giardino a giocare al volano, così che i “conversari” possono dare libero sfogo alle loro osservazioni:

“Gradiscono un po’ di moscato?” “Signora Sorella magari…”
E con un sorriso pacato sedevano in bei conversari.
“…ma la Brambilla non seppe…” – E’ pingue già per l’ Ernani…
“La Scala non ha più soprani…” – “Che vena quel Verdi Giuseppe…
“… Azzurri si portano o grigi?”-“E questi orecchini?Che bei
rubini! E questi cammei?…”- “la gran novità di Parigi…”
“…Radetzky? Ma che? L’armistizio…la pace, la pace che regna...

quel giovine Re di Sardegna è un uomo di molto giudizio!”
“E’ certo uno spirito insonne, e forte e vigile e scaltro…
“E’ bello?”Non bello: tutt’altro”.-“Gli pacciono molto le donne…”
Carlotta! Scendete in giardino: andate a giocare al volano!”
Allora le amiche serene lasciavano con un perfetto
inchino di molto rispetto gli zii molto dabbene.

Inizia così la parte quarta tutta incentrata sulle amiche, che giocano al volano (oggi Badminton): gioco con le racchette, un po’ come nel tennis, colpendo il volano al posto della pallina. E un colpo più forte spinge in alto il volano che si impiglia tra i rami di un ippocastano. Il gioco ha termine, ma non è un male perché le due ragazze si accostano alla ringhiera, guardano il lago e possono confidarsi certi piccoli-grandi segreti, custoditi nel cuore. In particolare si parla di un giovane di ventotto anni, poeta aduso a frequentare il salotto buono della contessa Clara Carrara Spinelli, moglie del poeta Andrea Maffei.
Sospirano spesso e si guardano intorno le due amiche.
Il giorno sembra tardare a finire anche se, poco a poco, ad occidente subentrano i colori del tramonto e i monti cominciano a colorarsi di grigio mentre la luna si fa più chiara nella sua leggerezza impalpabile e mostra appena uno spicchio sottile, quasi un sopracciglio di bimbo. Si sfiora il tema della morte, magari per amore, in linea con il romanticismo del tempo. Si fa quasi buio e le due amiche vedono il cielo rispecchiarsi nel lago: hanno la sensazione di essere anche loro come sospese nell’aria, tra due cieli.

Oimè! Che giocando un volano, troppo respinto all’assalto,
non più ridiscese dall’alto dei rami d’un ippocastano!
S’inchinano sui balaustri le amiche e guardano il lago
sognando l’amore presago nei loro bei sogni trilustri.

E siamo alla chiusa. Il poeta riflette sul nome Carlotta che trova non propriamente fine, un po’ provinciale e tuttavia dolce, gradevole e tale da rievocare un mondo antico e perduto con tanto di diligenza, con gli scialli, la crinolina ed altro ancora. Un mondo, caro assai al poeta; un mondo che non c’è più, ma che egli si ostina a rivedere nella mente. Gli pare addirittura di conoscere finanche le aiuole dove Carlotta, passeggiando lentamente, leggeva la storia di Jacopo Ortis.
Ora egli guarda con attenzione la fotografia. L’immagine della fanciulla è straordinaria nel suo atteggiamento come rapito, lo sguardo verso l’alto, l’indice alle labbra, in un atteggiamento romantico.
La partecipazione del poeta è totale.
Del resto altrove egli scrive: “E la sognavo fin da allora come la sogno oggi, come la sognerò sempre: visione tenera e pura, dolce e terribile, che mi fa soffrire in sogno di quell’amore che in vita non ho provato mai, che mi fa piangere in sogno quelle lacrime che in vita non piango più”. Una nota di malinconia nostalgica scende nel cuore dell’autore che guarda ancora la Carlotta in foto con il suo abito rosa, indossato proprio per farsi, cosa nuova e rara, fotografare. Ma ora non riesce a vederla nel fiore della giovinezza e non sa neppure dove ella si trova. Eppure sa per certo che ora potrebbe amarla di amore vero

Carlotta! Nome non fine, ma dolce che come l’essenze
resusciti le diligenze, lo scialle, la crinoline…
Amica di Nonna, conosco le aiole per ove leggesti
i casi di Jacopo mesti nel tenero libro del Foscolo.
Ti fisso nell’albo con tanta tristezza, ov’è di tuo pugno
la data: ventotto di giugno del milleottocento cinquanta.
Stai come rapita in un cantico: lo sguardo al cielo profondo
e l’undice al labbro, secondo l’atteggiamento romantico.
Quel giorno – malinconia – vestivi un abito rosa,
per farti- novissima cosa – ritrarre in fotografia.
Ma te non rivedo nel fiore, amica di Nonna! Ove sei
o sola che forse, potrei amare, amare d’amore?

Questo è il Gozzano delle rose non colte, delle occasioni mancate o non volute, delle cose impossibili, irrimediabilmente perdute, con un velo di rimpianto, con tanto di nostalgia. Non a caso il poeta Slataper parla di lui come del poeta del “forse” e del “condizionale” e noi aggiungiamo del chissà”.
Resta soprattutto poeta dell’ironia, del sogno, del passato da custodire nel cuore.

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Sull' Autore

Mario Santoro Mario Santoro è nato a Miracolo (Avigliano) ed è residente a Potenza. Già docente di materie letterarie, è poeta, scrittore e critico letterario. (Mariosantoro43@gmail.com) Ha pubblicato: -Embrici- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1986; -Embrici e poi- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1987; -Concerto di memorie- romanzo -Ed. La Vallisa- Bari, 1989; -Concerto di memorie- romanzo rid. Sc. Medie -Ed Appia 2- Venosa 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità -Ed Il Girasole- Napoli, 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità- Formato tascabile -Ed. Il Girasole- Napoli 1991; -Sentieri di ragno- poesie -Ed. Il Girasole- Napoli 1993; -Uomo e società- Tematiche di attualità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Elementi di linguistica e psicomotricità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Meridiani e paralleli - poesie -Ed La Vallisa- Bari, 1997; -Scorci di tempo- Poesie e prose- Unitre sede di Potenza, 1999; -Viaggio nella terra dei Suomi- cronaca di un’esperienza- Ed Il Portale- Pignola, 1999; -Il riverbero della luna- romanzo –ErreciEdizioni- Potenza, 2000; -Alla fontana...le parole- La Grafica Di Lucchio- Rionero in Vulture (Pz), 2009; -Stagliuozzo come strazzata- Centro Grafico Castrignano- Anzi, 2010 -Il grano azzurro- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz), 2023 -Viaggio con la madre- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz),2023 Ha pubblicato, in qualità di critico letterario i seguenti volumi: -Oltre le barriere- Ospiti del centro La Mongolfiera- Tip. L’aquilone- Potenza, 2002; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume marrone- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2004; -La Memoria e l’Identità: Lucania versi- Cento schede- Consiglio Regionale di Basilicata – Potenza, 2004; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume azzurro- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2005; -C’era una volta...insieme- raccolta di fiabe- Dipartimento salute mentale A.S.L. num.2 Potenza. Centro sociale La Mongolfiera, Coop Benessere- Potenza, anno 2006. Ha scritto e pubblicato centinaia di percorsi su poeti, scrittori, artisti. E' autore di percorsi poetico-letterari a tema pubblicati su riviste e antologie.

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